La parola è dolce. Potrebbe persino essere il nome che daresti, in un altro mondo e in un altro tempo, a una bambina che ti appoggiassero appena nata sulla pancia, i capelli un po' umidi e gli occhi che ancora non ti mettono a fuoco ma già ti vedono. In quel tempo e in quel mondo ti verrebbe subito alle labbra la doppia sillaba di questo nome e lei sarebbe Uggia e nessun'altra, fieramente avversa a qualsiasi abbreviazione e nomignolo.
In questo mondo è in questo mio tempo uggia non ha la maiuscola ma è certamente umida come il capino del neonato appena evocato. A differenza di lui, però, nessun altro tratto piacevole s'associa a questo umidore, perché l'uggia è un colaticcio untuoso e perfino maleodorante, che s'insinua tra i peli del naso fermandosi lì a condizionare ogni altra percezione. "In uggia", umida e maleodorante, ti è andata la scuola nel suo insieme, per diritto e per rovescio, di sopra e di sotto, com'è stata e com'è. E a nulla valgono le operazioni pirotecniche alle quali ti dedichi con perseveranza a dir poco eroica, dato che l'uggia è potente e penetrante, è un'alluvione che fa tracimare corsi d'acqua dall'aria innocente, trasformandoli in torrenti impetuosi. E che cosa ne è dello sguardo amorevole e nutrito di reciprocità che impediva all'uggia persino di esistere (il nome stesso non esisteva), cosa ne è del riso e del pianto che potevano risuonare nelle parole perché l'aria silenziosa e gli sguardi attenti offrivano a entrambi lo spazio adeguato al loro prorompere senza giudizi...Desideravi che l'uggia non arrivasse mai, ma i desideri al contrario negano se stessi e non andrebbero concepiti.