Una distanza grande fra due modi di stare al mondo che la lingua distingue attraverso un prefisso.
Vivere. Ossia essere in ogni fibra che ci compone in totale presenza. Niente escluso, tutto in noi sente ed è. Per chi vive davvero la speranza non esiste. Non esiste il futuro. C'è solo l'intenso e immenso momento presente. Non c'è spazio nemmeno per altri, nel vivere fino in fondo, perché la concentrazione richiesta è tale da escludere presenze distraenti come sempre sono, appunto, gli altri. Chi vive è solo nel vivere, e non se ne duole.
Chi sopravvive è sempre un po' prima o un po' dopo. Ricorda, spera, ignora il presente perché hanno molta più importanza per lui il passato e, spesso, il futuro. Anche quando neghi che sia così, il sopravvivente palesa solo la sua incapacità di dire il vero su se stesso: spera di esserci ancora domani, e dopodomani e poi ancora, perché così la sua sopravvivenza ha senso e si giustifica persino. Nel grande mare dell'essere nuotano sia quelli che sopravvivono sia quelli che vivono. Li riconosci a colpo d'occhio da come stanno in acqua: galleggiando quieti o nuotando a vigorose bracciate. L'occhio degli uni non si fissa da nessuna parte, quello degli altri ha sempre chiaro un obiettivo da raggiungere, una boa, una barca, uno scoglio, la riva.