giovedì 28 maggio 2026

LA CORDA PAZZA

Dalla tellurica e saturnina terra di Pirandello e di Sciascia, io sento pur sempre risuonare in particolare la corda pazza d'una cetra che deve essere rimasta incastrata nei rami d'un citrus, magari quello delle Lumìe di Sicilia. La cetra oscilla e, come nelle migliori tradizioni, canta storie mute, alle quali qualcuno deve pure dare una voce. 

Voglio dire una cosa che, mi rendo conto, non ha niente a che vedere con il luogo in cui ci troviamo [NdA: l'aula magna di un liceo del Regno, in cui si sta svolgendo l'ultimo collegio docenti dell'anno]. La cosa che voglio dire è quindi del tutto fuori luogo, ma non ho intenzione di scusarmene, tanto meno preventivamente. La cosa che voglio dire, inoltre, poi la smetto con i preamboli, è anche un desiderio tutto mio, un desiderio segreto, non fosse che adesso sto per spiattellarlo davanti a un centinaio di persone. 
Bene, dopo aver creato questa aspettativa, eccolo, il mio desiderio segreto: desidero tanto, desidero sempre più, desidero ora quasi disperatamente, insegnare. Avete già capito, immagino, perché ho esordito dicendo che avrei detto qualcosa di fuori luogo, qui e ora. Perché a rendere il mio desiderio un vero desiderio, con quel quid di disperato che gli si addice così tanto per renderlo vitale (non è un paradosso), inesauribile, incontentabile, è proprio il fatto di manifestarsi in un posto come la scuola. Insegnare. Insegnare. Ha un gusto questa parola, un gusto e un retrogusto. Te la puoi girare nella bocca (eccolo Pirandello) e sentirlo fino in fondo. Lascia il segno e anche il sentore di sé quando il segno sembra sparito. Insegnare è imprimere segni,  ed è quello che io desidero con tutta me stessa continuare a fare. Ma, badate, non si tratta di segni sulla carta, di piccole ossessioni compilatorie, quand'anche mediate dai tasti del computer, sono i segni nell'anima, nello spirito, nella mente di quelli che, ancora e pur sempre, chiamiamo studenti. Sì loro sono ancora lì, anzi qui e ora, mentre io vedo sbiadire, come fosse un ologramma che patisce interferenze, scariche elettriche nell'aria, gli insegnanti. Le scariche elettriche li assediano (non solo da oggi mi sussurrano i capelli grigi - ascoltateli, sono saggi) e prendono nomi fantasiosi (si fa per dire): si chiamano progetti, adesso ancor più precisamente coprogetti (io raddoppierei il co, trasformandoli in cocoprogetti, che riesco così  a immaginarmi con tanto di coda bianca e  paillettes... che carini). E poi le scariche elettriche vengono dagli enti esterni, che di nuovo non posso esimermi dall'immaginare come ectoplasmi filiformi, aracnidi che piovono dal cielo senza astronavi. E che dire delle formazioni, che calano di qua e di là, fra obblighi e necessità (come distinguere ormai?), e che alla fine di ore che son parse mesi possono riassumersi in poche righe di parole già note? 
Torno al punto di partenza. Desidero con tutta me stessa insegnare. Nel senso originario del termine e in quello che in svariati decenni non ho mai smesso di modificare in base al tempo, alle persone, alle relazioni. Un'operazione intrinsecamente connessa con l'insegnamento e che comprende una formazione, progettazione, coprogettazione e cocoprogettazione continue. Ecco. No. Se qualcuno ha la malizia di pensarlo lo blocco subito: non mi sto contraddicendo. Non attribuisco validità a quello che poco fa ho tentato di denigrare. Il fatto è che io non sono un ologramma. Non patisco interferenze. Tutte le attività scorporate, che sono entrate a far parte negli anni del circo Barnum in cui si è trasformata la scuola, l'insegnante le contiene in sé. Uno che insegna sogna. Uno che insegna crea. Uno che insegna fa in sé e fuori di sé una quantità di cose che certo a volte non si vedono subito ma sempre lasciano un segno. Ed è quello che io voglio continuare a fare senza intralci. Senza le interferenze esterne che, certo, posso pur sempre fingere non ci siano, ma che almeno oggi e almeno per una volta voglio dire che mi fanno proprio orrore. E che penso meriterebbero da parte nostra un atto di coraggio, di quelli che in altre culture si manifestano dandosi fuoco in mezzo a una piazza. Ecco: immaginate che io, oggi, col mio discorso fuori luogo, abbia proprio preso fuoco davanti a voi: e dalla fiamma sia rinata una fenice che desidera solo poter insegnare

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