La metafora della fenice felice è bella fino a un certo punto. La creatura che rinasce dalle tenebre pigolando, dopo aver vissuto un'era del mondo, e porta in sé la saggezza della vecchiaia consumata e il rinnovamento glorioso della giovinezza (infanzia) ritrovata, è senza dubbio un simbolo rigenerante per lo spirito. Essere fenice felice è un dono e un privilegio. Però nelle pieghe del simbolo si annida una spina dolorosa. Quella dell'eterno ripetersi di. Il problema è in quel che segue e specifica. Nel caso della mia vita finora, la spina è il ripetersi di apparizioni di persone che poi decidono di scomparire. E io capisco che l'hanno deciso, e che non sono stata io a collaborare per niente alla sparizione, solo a distanza di tempo. Nemmeno la ripetizione dell'evento (per due volte per ora) mi ha dotata del contravveleno per scongiurarne gli effetti diretti e collaterali più sgradevoli. Sia l'una sia l'altra, sì, due donne, in tempi della vita molto diversi, avevano lanciato gli stessi segnali di insofferenza che non ho saputo (voluto) cogliere. Quel parlare male di altri e altre lasciando intendere quanto io fossi invece assolutamente speciale. Quel palesare la volontà di staccarsi dal luogo per non dire che volevano semplicemente porre una distanza siderale (come una morte) proprio solo da me. E io che non ho capito subito. E io alla quale il fatto di aver capito poi ha lasciato una traccia indelebile che non riesco proprio a lasciar andare. Resta lì come un risentimento inestinguibile. Un'offesa senza rimedio.
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