sabato 25 aprile 2015

SAGGIO BREVE: VIOLENZA E NON VIOLENZA (modello di schedatura materiali e svolgimento completo)

Di seguito trovare il materiale (documenti) assegnato in sede di esame di stato 2014, una schedatura dei medesimi (metodo utilizzato: parti evidenziate in giallo, sintesi concettuali), l'indicazione dell'idea fondamentale sostenuta nello svolgimento, lo svolgimento medesimo con la sua titolatura, l'apparato di note e la bibliografia). Vi ricordo che  il tema di mercoledì verterà sul periodo della II industrializzazione (studiate bene la storia).

TIPOLOGIA B – TRACCIA ESAME DI STATO 2014
SAGGIO BREVE – ARTICOLO DI GIORNALE
AMBITO STORICO-POLITICO
ARGOMENTO: Violenza e non-violenza: due volti del Novecento.
DOCUMENTI
 «Successivamente alla prima guerra mondiale, il Mito dell’Esperienza della Guerra aveva dato al conflitto una nuova dimensione come strumento di rigenerazione nazionale e personale. Il prolungarsi degli atteggiamenti degli anni di guerra in tempo di pace incoraggiò una certa brutalizzazione della politica, un’accentuata indifferenza per la vita umana. Non erano soltanto la perdurante visibilità e lo status elevato dell’istituzione militare in paesi come la Germania a stimolare una certa spietatezza. Si trattava soprattutto di un atteggiamento mentale derivato dalla guerra, e dall’accettazione della guerra stessa. L’effetto del processo di brutalizzazione sviluppatosi nel periodo tra le due guerre fu di eccitare gli uomini, di spingerli all’azione contro il nemico politico, oppure di ottundere la sensibilità di uomini e donne di fronte allo spettacolo della crudeltà umana e alla morte. […] Dopo il 1918, nessuna nazione poté sfuggire completamente al processo di brutalizzazione; in buona parte dellEuropa, gli anni dell’immediato dopoguerra videro una crescita della criminalità e dell’attivismo politico. Da un capo all’altro dell’Europa, parve a molti che la Grande Guerra non fosse mai finita, ma si fosse prolungata nel periodo tra il primo e il secondo conflitto mondiale. Il vocabolario della battaglia politica, il desiderio di distruggere totalmente il nemico politico, e il modo in cui questi avversari venivano dipinti: tutto sembrò continuare la prima guerra mondiale, anche se stavolta perlopiù contro nemici diversi (e interni).» George L. MOSSE, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, trad. it., Roma-Bari 1990
 «Per quale funzione la violenza possa, a ragione, apparire così minacciosa per il diritto e possa essere tanto temuta da esso, si mostrerà con esattezza proprio là dove le è ancora permesso di manifestarsi secondo l’attuale ordinamento giuridico. È questo il caso della lotta di classe nella forma del diritto di sciopero garantito ai lavoratori. I lavoratori organizzati sono oggi, accanto agli Stati, il solo soggetto di diritto cui spetti un diritto alla violenza. Contro questo modo di vedere si può certamente obiettare che l’omissione di azioni, un non-agire, come in fin dei conti è lo sciopero, non dovrebbe affatto essere definita come violenza. Questa considerazione ha certamente facilitato al potere statale la concessione del diritto di sciopero, quando ormai non si poteva più evitare. Ma poiché non è incondizionata, essa non vale illimitatamente.» Walter BENJAMIN, Per la critica della violenza, 1921, trad. it., Alegre, Roma 2010
 «Molto tempo prima che Konrad Lorenz scoprisse la funzione di stimolo vitale dell’aggressività nel regno animale, la violenza era esaltata come una manifestazione della forza della vita e segnatamente della sua creatività. Sorel, ispirato dall’élan vital di Bergson, mirava a una filosofia della creatività destinata ai «produttori» e polemicamente rivolta contro la società dei consumi e i suoi intellettuali; tutti e due, a suo avviso, gruppi parassitari. […] Nel bene e nel male – e credo che non manchino ragioni per essere preoccupati come per nutrire speranze – la classe veramente nuova e potenzialmente rivoluzionaria della società sarà composta di intellettuali, e il loro potere virtuale, non ancora materializzato, è molto grande, forse troppo grande per il bene dell’umanità. Ma queste sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Comunque sia, in questo contesto ci interessa soprattutto lo strano revival delle filosofie vitalistiche di Bergson e di Nietzsche nella loro versione soreliana. Tutti sappiamo fino a che punto questa combinazione di violenza, vita e creatività sia presente nell’inquieta situazione mentale della generazione odierna. Non c’è dubbio che l’accento posto sulla pura fattualità del vivere, e quindi sul fare l’amore inteso come la più gloriosa manifestazione della vita, sia una reazione alla possibilità reale che venga costruita una macchina infernale capace di mettere fine alla vita sulla terra. Ma le categorie in cui i nuovi glorificatori della vita riconoscono se stessi non sono nuove. Vedere la produttività della società nell’immagine della “creatività” della vita è cosa vecchia almeno quanto Marx, credere nella violenza come forza vitale è cosa vecchia almeno quanto Bergson.» Hannah ARENDT, Sulla violenza, trad. it., Guanda, Parma 1996 (ed. originale 1969)
«Non sono un visionario. Affermo di essere un idealista pratico. La religione della non violenza non è fatta solo per i Rishi [saggi] e i santi. È fatta anche per la gente comune. La non violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito resta dormiente nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della forza fisica. La dignità dell’uomo esige ubbidienza a una legge più alta, alla forza dello spirito. […] Nella sua condizione dinamica, non violenza significa sofferenza consapevole. Non vuol dire sottomettersi docilmente alla volontà del malvagio, ma opporsi con tutta l’anima alla volontà del tiranno. Agendo secondo questa legge del nostro essere, è possibile al singolo individuo sfidare tutta la potenza di un impero ingiusto per salvare il proprio  onore, la religione, l’anima, e porre le basi della caduta di questo impero o della sua rigenerazione. E così non propugno che l’India pratichi la non violenza perché è debole. Voglio che pratichi la non violenza essendo consapevole della propria forza e del proprio potere. […] La mia missione è di convertire ogni indiano, ogni inglese e infine il mondo alla non violenza nel regolare i reciproci rapporti, siano essi politici, economici, sociali o religiosi. Se mi si accusa di essere troppo ambizioso, mi confesserò colpevole. Se mi si dice che il mio sogno non potrà mai attuarsi, risponderò che “è possibile” e proseguirò per la mia strada.» Mohandas K. GANDHI, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1975
 «Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. […] Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dal’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. […] Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.» Martin Luther KING - http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/martin_luther-king-discorso-65443575/
SCHEDATURA MATERIALI
DOC 1 (MOSSE)
Effetti immediati della I G.M.: funzione rigenerante del conflitto, brutalizzazione della vita politica, consuetudine, abitudine alla crudeltà e alla morte; radicalizzazione dei conflitti.
DOC 2 (BENJAMIN)
Diritto di sciopero come manifestazione di lotta di classe ammessa dall’ordinamento giuridico e quindi, sia pur opinabilmente, come forma non violenta.
DOC 3 (ARENDT)
Violenza come forza vitale  e creativa (ribadito nel tempo, ma concetto originario).
DOC 4 (GANDHI)
Naturalità umana  della non-violenza, mentre la violenza è dei bruti. Non un sogno.
DOC 5 (M.L. KING)
Democrazia, giustizia, fratellanza, forza dell’anima contro forza fisica.
IDEA PORTANTE
Violenza e non violenza sono l’uno un istinto, l’altra un’acquisizione culturale. Il primo, però, ha appreso nel tempo a travestirsi culturalmente, ma soprattutto è riuscito a legittimarsi,  principalmente per via della sua consustanzialità col potere. Di qui il fatto che la violenza del potere trovi una sua risposta simmetrica nella violenza degli oppositori al medesimo e una sua risposta antitetica nella non violenza. Quanto al potere, esso non può, per definizione, fare a meno della violenza.

SVOLGIMENTO DI SAGGIO BREVE
TITOLO: GUERRAFONDAI VS PACEFONDAI

1.      LOTTA DI TUTTI CONTRO TUTTI E CONTINUITÀ FRA POLTICA E GUERRA.
Gli eventi storici hanno effetti di breve e di lungo periodo e la  I Guerra Mondiale, con la sua collocazione proprio al principio del XX secolo, è riconosciuta responsabile fra l’altro di  una perdurante “brutalizzazione della politica(1). Non solo pare, per tutto l'arco del Novecento,  che i nemici si moltiplichino, ma la loro caratterizzazione è accentuatamente demonizzante: lo scenario che viene a delinearsi non lascia adito a interpretazioni differenziate, è una lotta spietata di tutti contro tutti  quella che si consuma sul palcoscenico dell’Europa novecentesca, attraversato da intense folate di desiderio di annientamento di quello che, volta a volta, viene identificato come il nemico principale. Esso in effetti è, a seconda dei casi, un nemico interno o uno esterno: ove a detenere la responsabilità dell’assegnazione delle parti sia un potere statale, per esempio, il nemico è il pur legittimo scioperante, che viene comunque stigmatizzato come soggetto incline alla violenza, anche se  a concedere il diritto di sciopero è  lo stesso potere costituito(2).  D’altronde, nell’immediato dopoguerra,  la lotta fra partiti si configura in forme violente (basti pensare al caso dell’Italia e della Germania negli anni Venti del secolo), sicché è sostenibile che uno degli effetti del conflitto sia stato quello di ispirare forme di aggressività,  che avvalorano, constatandone la reversibilità, l’idea espressa all’inizio dell’Ottocento da  Karl von Clausewitz (3), secondo cui la guerra sarebbe  “continuazione della politica con altri mezzi”. Guerreggiare e far politica, dunque, coincidendo nella sostanza anche se non nei mezzi utilizzati (per quanto nemmeno tale differenza sia sempre sostenibile) sono attività che  esprimono una propensione alla violenza indiscutibilmente presente nell’animo umano. Quanto al diritto di esprimerla, esso è  garantito dall’esistenza di un potere statale. Il primo a esercitare, doverosamente dal suo punto di vista, una forma di violenza è infatti proprio quest’ultimo, che stabilisce di conseguenza anche tutte le altre regole del gioco, ivi comprese quelle inerenti alla possibilità di manifestare dissenso.
2.     NON COMBATTERE MA OPPORRE RESISTENZA
Sul palcoscenico appena evocato si muovono attori dalle svariate ispirazioni. Oltre a quelli inclini a guerreggiare vi sono i corifei della “protesta creativa”(4),  gli “idealisti pratici” per i quali “la violenza è legge dei bruti, la non violenza [legge] della nostra specie (5): da Gandhi a Martin Luther King,  agli hippy che negli anni Sessanta del secolo  pongono l’accento sulla “fattualità del vivere, e quindi sul fare l’amore inteso come la più gloriosa manifestazione della vita” (6), si manifesta con forza anche un’idea radicalmente oppositiva rispetto a quella incarnata dai poteri tradizionali, democratici o totalitari che siano. Pur nella consapevolezza che l’accostamento fra i termini democratico e totalitario possa apparire scabroso, analizzando le parole pronunciate da Martin Luther King nel suo celebre discorso I have a dream (1963) risulta chiaro che la democrazia sia un ordinamento statale che, di là dalle promesse, non riesce a garantire un riscatto dalla segregazione, in questo caso razziale, dalla quale promanano aggressività e violenza a spese di soggetti ai quali teoricamente viene garantita tutela.  È in casi del genere  che si elide la differenza fra democrazia  e totalitarismo: il leader dei diritti civili statunitensi insisteva sulla necessità assoluta di non ricorrere a strumenti violenti, di rimanere su un piano di rivendicazione dignitosa e disciplinata, senza mai permettere una degenerazione in senso fisico della contrapposizione. Il riferimento all’anima e al suo linguaggio, opposta al corpo guidato da istinti brutali, può certo alludere alla dinamica oppositiva fra una società civile coesa intorno a temi come il riconoscimento di diritti basilari e apparentemente garantiti, e un ordinamento socioeconomico ammantato di legalità ma sostanzialmente incline a soppiantarla muovendosi in una zona grigia in cui tutto è possibile a chi ha in mano le leve del potere. Di qui un’evidente inconciliabilità: sono due strade così divergenti, che vien da condividere Gandhi quando àncora la continuazione del proprio percorso non violento non a un’ipotesi di ottenimento di risultati, ma alla scelta in sé, a ciò che può rappresentare di là da qualsivoglia realizzazione.
3.     TERTIUM DATUR?
Nel porre, a livello pratico e teorico, la  dinamica oppositiva violenza non violenza il Novecento non sembrerebbe essere pervenuto ad assegnare un primato a nessuno dei due: a entrambe si è fatto ricorso, la parte centrale del secolo ha ospitato fiere contrapposizioni, e chi si è fatto promotore della seconda è di solito incorso in una morte feroce. Se dunque è possibile, a seconda delle propensioni ideologiche individuali, voler assegnare una vittoria morale a chi prosegue comunque una lotta titanica ad armi impari e va incontro a una sconfitta, o viceversa riconoscere la superiorità, e quindi il diritto di esercitare il potere in tutte le sue declinazioni, di chi detiene armi, tribunali, prigioni e banche, è legittimo domandarsi se non si possa riconoscere, sempre nel quadro delle dinamiche novecentesche, una terza possibilità. Se è vero che istintivamente gli esseri umani sono portati alla violenza, essa può essere incanalata in espressioni che non li mantengano a livello dei bruti. In questo senso si possono conciliare  idee diverse come quella concepita da Sorel e quella di Martin Luther King: lo slancio creativo può essere un elemento accomunante, anche se trapela dalla definizione una vaghezza che la rende pericolosamente velleitaria. Per capire se esista una terza via, e sia imboccabile collettivamente, occorre tuttavia ben altro. Ad esempio chiarire quale sia il quadro d’insieme (ovvero lo scenario economico-politico) nel quale si colloca un discorso storico come quello relativo a violenza e non violenza: politica e economia, basti pensare all’impatto sul secondo Novecento del  Piano Marshall (7), hanno infatti intrecciato le loro sorti, sono diventate prima l’una poi l’altra egemoniche, fino ad arrivare a quella che, di recente, è stata indicata come la trasformazione (provvisoria) della seconda in “economia canaglia”, spregiudicata quanto mai fu potere fino a ora, e orientata al facile guadagno a spese di consumatori e cittadini che assistono al tramonto dei loro diritti (8).
4.     UN ESERCITO DI PACEFONDAI
Al Novecento non è stato dato di superare un’impasse, ma nemmeno di lasciar intravvedere una prospettiva futura, in merito alla possibilità di esprimere la conflittualità sociale in modi che facciano totale astrazione dalla violenza. Il primo a non poter fare a meno di essa, peraltro, è il potere statale medesimo, qualunque sia la facciata istituzionale prescelta (compresa la pervasiva democrazia: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il numero delle nazioni democratiche nel mondo è cresciuto da 68 a 118, ma non altrettanto s’è diffusa la tutela dei diritti del “cittadino”). Naturalmente si tratta di una violenza “difensiva”, vien detto, quella  messa in atto solo quando si sia provocati o assaliti, ma l’essenza non cambia e traspare un’offesa all’intelligenza e al senso del giusto e dell’ingiusto: ci viene chiesto di condannare e assolvere al tempo stesso, a seconda dei casi, un medesimo principio, scientemente eterodiretti e mantenuti in una (comoda, inquietante) infanzia dello spirito. Unico contraltare immaginabile, a questo punto, un esercito di pacefondai: vitalismo e creatività, coniugati con rispetto e consapevolezza di propri e altrui diritti, idealismo pratico alla Gandhi, potrebbero congiungersi sotto questa bandiera, suggerire iniziative territoriali e spandere il seme, non il baco, della libertà.




(1) George L. MOSSE, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, trad. it., Roma-Bari 1990.
(2) Walter BENJAMIN, Per la critica della violenza, 1921, trad. it., Alegre, Roma 2010.
(3)  Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780-1831) è stato un generale, teorico e scrittore prussiano.
(5) Mohandas K. GANDHI, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1975.
(6) Hannah ARENDT, Sulla violenza, trad. it., Guanda, Parma 1996 (ed. originale 1969).
(7)  Alla fine della II G.M. il Piano Marshall costituì un piano di interventi per la ricostruzione dell’Europa e pose le basi della supremazia economica americana.
(8) Loretta NAPOLEONI, Economia canaglia, IlSaggiatore, 2008.
BIBLIOGRAFIA – SITOGRAFIA
Hannah ARENDT, Sulla violenza, trad. it., Guanda, Parma 1996 (ed. originale 1969
Walter BENJAMIN, Per la critica della violenza, 1921, trad. it., Alegre, Roma 2010
Mohandas K. GANDHI, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1975

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