TIPOLOGIA
B – TRACCIA ESAME DI STATO 2014
SAGGIO
BREVE – ARTICOLO DI GIORNALE
AMBITO
STORICO-POLITICO
ARGOMENTO: Violenza e
non-violenza: due volti del Novecento.
DOCUMENTI
«Successivamente alla prima guerra mondiale,
il Mito dell’Esperienza della Guerra aveva dato al conflitto una nuova dimensione
come strumento di rigenerazione nazionale e personale. Il prolungarsi
degli atteggiamenti degli anni di guerra in tempo di pace incoraggiò una certa brutalizzazione della politica,
un’accentuata indifferenza per la vita umana. Non erano soltanto la perdurante
visibilità e lo status elevato dell’istituzione militare in paesi come la
Germania a stimolare una certa spietatezza. Si trattava soprattutto di
un atteggiamento mentale derivato dalla guerra, e dall’accettazione della
guerra stessa. L’effetto del processo di brutalizzazione sviluppatosi nel
periodo tra le due guerre fu di eccitare gli uomini, di spingerli all’azione contro il nemico
politico, oppure di ottundere la sensibilità di uomini e donne di fronte allo
spettacolo della crudeltà umana e alla morte. […] Dopo il 1918, nessuna
nazione poté sfuggire completamente al processo di brutalizzazione; in buona
parte dell‟Europa,
gli anni dell’immediato dopoguerra videro una crescita della criminalità e dell’attivismo
politico. Da un capo all’altro dell’Europa, parve a molti che la Grande Guerra
non fosse mai finita, ma si fosse prolungata nel periodo tra il primo e il
secondo conflitto mondiale. Il vocabolario della battaglia politica, il desiderio di distruggere
totalmente il nemico politico, e il modo in cui questi avversari venivano
dipinti: tutto sembrò continuare la prima guerra mondiale, anche se
stavolta perlopiù contro nemici diversi (e interni).» George L. MOSSE, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito
dei caduti, trad. it., Roma-Bari 1990
«Per quale funzione la violenza possa, a ragione, apparire così
minacciosa per il diritto e possa essere tanto temuta da esso, si
mostrerà con esattezza proprio là dove le è ancora permesso di manifestarsi secondo l’attuale
ordinamento giuridico. È questo il caso della lotta di classe nella forma del
diritto di sciopero garantito ai lavoratori. I lavoratori organizzati
sono oggi, accanto agli Stati, il solo soggetto di diritto cui spetti un diritto
alla violenza. Contro questo modo di vedere si può certamente obiettare che l’omissione di azioni, un
non-agire, come in fin dei conti è lo sciopero, non dovrebbe affatto essere
definita come violenza. Questa considerazione ha certamente facilitato al
potere statale la concessione del diritto di sciopero, quando ormai non si
poteva più evitare. Ma poiché non è incondizionata, essa non vale
illimitatamente.» Walter BENJAMIN, Per la
critica della violenza, 1921, trad. it., Alegre, Roma 2010
«Molto tempo prima che Konrad Lorenz scoprisse la funzione di stimolo
vitale dell’aggressività nel regno animale, la violenza era esaltata come una
manifestazione della forza della vita e segnatamente della sua creatività.
Sorel, ispirato dall’élan vital di Bergson, mirava a una filosofia della
creatività destinata ai «produttori» e polemicamente rivolta contro la società
dei consumi e i suoi intellettuali; tutti e due, a suo avviso, gruppi
parassitari. […] Nel bene e nel male – e credo che non manchino ragioni per essere
preoccupati come per nutrire speranze – la classe veramente nuova e
potenzialmente rivoluzionaria della società sarà composta di intellettuali, e
il loro potere virtuale, non ancora materializzato, è molto grande, forse
troppo grande per il bene dell’umanità. Ma queste sono considerazioni che
lasciano il tempo che trovano. Comunque sia, in questo contesto ci interessa
soprattutto lo strano revival delle filosofie vitalistiche di Bergson e di
Nietzsche nella loro versione soreliana. Tutti sappiamo fino a che punto questa
combinazione di violenza, vita e creatività sia presente nell’inquieta
situazione mentale della generazione odierna. Non c’è dubbio che l’accento
posto sulla pura fattualità del vivere, e quindi sul fare l’amore inteso come
la più gloriosa manifestazione della vita, sia una reazione alla possibilità
reale che venga costruita una macchina infernale capace di mettere fine alla
vita sulla terra. Ma le categorie in cui i nuovi glorificatori della vita
riconoscono se stessi non sono nuove. Vedere la produttività della società nell’immagine della
“creatività” della vita è cosa vecchia almeno quanto Marx, credere nella
violenza come forza vitale è cosa vecchia almeno quanto Bergson.» Hannah
ARENDT, Sulla violenza, trad. it.,
Guanda, Parma 1996 (ed. originale 1969)
«Non sono un
visionario. Affermo di
essere un idealista pratico. La religione della non violenza non è fatta solo
per i Rishi [saggi] e i santi. È fatta anche per la gente comune. La non
violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti.
Lo spirito resta dormiente nel bruto, ed egli non conosce altra legge che
quella della forza fisica. La dignità dell’uomo esige ubbidienza a una legge
più alta, alla forza dello spirito. […] Nella sua condizione dinamica, non
violenza significa sofferenza consapevole. Non vuol dire sottomettersi
docilmente alla volontà del malvagio, ma opporsi con tutta l’anima alla volontà
del tiranno. Agendo secondo questa legge del nostro essere, è possibile al
singolo individuo sfidare tutta la potenza di un impero ingiusto per salvare il
proprio onore, la religione, l’anima, e
porre le basi della caduta di questo impero o della sua rigenerazione. E così
non propugno che l’India pratichi la non violenza perché è debole. Voglio che
pratichi la non violenza essendo consapevole della propria forza e del proprio
potere. […] La mia missione è di convertire ogni indiano, ogni inglese e infine
il mondo alla non violenza nel regolare i reciproci rapporti, siano essi
politici, economici, sociali o religiosi. Se mi si accusa di essere troppo ambizioso, mi confesserò
colpevole. Se mi si dice che il mio sogno non potrà mai attuarsi, risponderò
che “è possibile” e proseguirò per la mia strada.» Mohandas K. GANDHI, Antiche come le montagne, Edizioni di
Comunità, Milano 1975
«Sono felice di unirmi a voi in questa che
passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia
del nostro paese. […] Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America
l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa
permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del
gradualismo. Questo è il
momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di
levarsi dal’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso
della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie
mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è
il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. […] Non
ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno
concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le
fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso
della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si
trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In
questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni
ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla
coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta
al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la
nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose
vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.» Martin Luther KING - http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/martin_luther-king-discorso-65443575/
SCHEDATURA MATERIALI
DOC
1 (MOSSE)
Effetti immediati della
I G.M.: funzione rigenerante del conflitto, brutalizzazione della vita
politica, consuetudine, abitudine alla crudeltà e alla morte; radicalizzazione
dei conflitti.
DOC
2 (BENJAMIN)
Diritto di sciopero
come manifestazione di lotta di classe ammessa dall’ordinamento giuridico e
quindi, sia pur opinabilmente, come forma non violenta.
DOC
3 (ARENDT)
Violenza come forza
vitale e creativa (ribadito nel tempo,
ma concetto originario).
DOC
4 (GANDHI)
Naturalità umana della non-violenza, mentre la violenza è dei
bruti. Non un sogno.
DOC
5 (M.L. KING)
Democrazia, giustizia,
fratellanza, forza dell’anima contro forza fisica.
IDEA PORTANTE
Violenza
e non violenza sono l’uno un istinto, l’altra un’acquisizione culturale. Il
primo, però, ha appreso nel tempo a travestirsi culturalmente, ma soprattutto è
riuscito a legittimarsi, principalmente
per via della sua consustanzialità col potere. Di qui il fatto che la violenza
del potere trovi una sua risposta simmetrica nella violenza degli oppositori al
medesimo e una sua risposta antitetica nella non violenza. Quanto al potere,
esso non può, per definizione, fare a meno della violenza.
SVOLGIMENTO DI SAGGIO BREVE
TITOLO:
GUERRAFONDAI VS PACEFONDAI
1.
LOTTA DI TUTTI CONTRO TUTTI E CONTINUITÀ FRA
POLTICA E GUERRA.
Gli eventi storici hanno effetti di breve e di lungo periodo e la I Guerra Mondiale, con la sua collocazione proprio al principio del XX secolo, è riconosciuta responsabile fra l’altro di una perdurante “brutalizzazione della
politica”(1).
Non solo pare, per tutto l'arco del Novecento, che i nemici si moltiplichino, ma la loro caratterizzazione è
accentuatamente demonizzante: lo scenario che viene a delinearsi non lascia
adito a interpretazioni differenziate, è una lotta spietata di tutti contro
tutti quella che si consuma sul
palcoscenico dell’Europa novecentesca, attraversato da intense folate di
desiderio di annientamento di quello che, volta a volta, viene identificato
come il nemico principale. Esso in effetti è, a seconda dei casi, un nemico
interno o uno esterno: ove a detenere la responsabilità dell’assegnazione delle
parti sia un potere statale, per esempio, il nemico è il pur legittimo
scioperante, che viene comunque stigmatizzato come soggetto incline alla
violenza, anche se a concedere il
diritto di sciopero è lo stesso potere
costituito(2).
D’altronde, nell’immediato dopoguerra, la lotta fra partiti si configura in forme
violente (basti pensare al caso dell’Italia e della Germania negli anni Venti
del secolo), sicché è sostenibile che uno degli effetti del conflitto sia stato
quello di ispirare forme di aggressività,
che avvalorano, constatandone la reversibilità, l’idea espressa all’inizio
dell’Ottocento da Karl von Clausewitz
(3), secondo cui la guerra sarebbe “continuazione della politica con altri mezzi”.
Guerreggiare e far politica, dunque, coincidendo nella sostanza anche se non
nei mezzi utilizzati (per quanto nemmeno tale differenza sia sempre
sostenibile) sono attività che esprimono
una propensione alla violenza indiscutibilmente presente nell’animo umano.
Quanto al diritto di esprimerla, esso è garantito dall’esistenza di un potere statale.
Il primo a esercitare, doverosamente dal suo punto di vista, una forma di
violenza è infatti proprio quest’ultimo, che stabilisce di conseguenza anche
tutte le altre regole del gioco, ivi comprese quelle inerenti alla possibilità
di manifestare dissenso.
2.
NON
COMBATTERE MA OPPORRE RESISTENZA
Sul
palcoscenico appena evocato si muovono attori dalle svariate ispirazioni. Oltre
a quelli inclini a guerreggiare vi sono i corifei della “protesta creativa”(4),
gli “idealisti pratici” per i
quali “la violenza è legge dei bruti, la non violenza [legge] della nostra
specie (5): da Gandhi a Martin Luther King, agli hippy che negli anni Sessanta del secolo pongono l’accento sulla “fattualità del vivere,
e quindi sul fare l’amore inteso come la più gloriosa manifestazione della vita”
(6), si manifesta con forza anche un’idea radicalmente oppositiva
rispetto a quella incarnata dai poteri tradizionali, democratici o totalitari
che siano. Pur nella consapevolezza che l’accostamento fra i termini democratico
e totalitario possa apparire scabroso, analizzando le parole pronunciate da
Martin Luther King nel suo celebre discorso I
have a dream (1963) risulta chiaro che la democrazia sia un ordinamento
statale che, di là dalle promesse, non riesce a garantire un riscatto dalla
segregazione, in questo caso razziale, dalla quale promanano aggressività e
violenza a spese di soggetti ai quali teoricamente viene garantita tutela. È in casi del genere che si elide la differenza fra democrazia e totalitarismo: il leader dei diritti civili
statunitensi insisteva sulla necessità assoluta di non ricorrere a strumenti
violenti, di rimanere su un piano di rivendicazione dignitosa e disciplinata,
senza mai permettere una degenerazione in senso fisico della contrapposizione. Il
riferimento all’anima e al suo linguaggio, opposta al corpo guidato da istinti
brutali, può certo alludere alla dinamica oppositiva fra una società civile
coesa intorno a temi come il riconoscimento di diritti basilari e
apparentemente garantiti, e un ordinamento socioeconomico ammantato di legalità
ma sostanzialmente incline a soppiantarla muovendosi in una zona grigia in cui tutto
è possibile a chi ha in mano le leve del potere. Di qui un’evidente
inconciliabilità: sono due strade così divergenti, che vien da condividere
Gandhi quando àncora la continuazione del proprio percorso non violento non a un’ipotesi di ottenimento di risultati, ma alla scelta in sé, a ciò che può
rappresentare di là da qualsivoglia realizzazione.
3.
TERTIUM
DATUR?
Nel
porre, a livello pratico e teorico, la dinamica oppositiva violenza non violenza il
Novecento non sembrerebbe essere pervenuto ad assegnare un primato a nessuno
dei due: a entrambe si è fatto ricorso, la parte centrale del secolo ha
ospitato fiere contrapposizioni, e chi si è fatto promotore della seconda è di
solito incorso in una morte feroce. Se
dunque è possibile, a seconda delle propensioni ideologiche individuali, voler
assegnare una vittoria morale a chi prosegue comunque una lotta titanica ad
armi impari e va incontro a una sconfitta, o viceversa riconoscere la
superiorità, e quindi il diritto di esercitare il potere in tutte le sue
declinazioni, di chi detiene armi, tribunali, prigioni e banche, è legittimo
domandarsi se non si possa riconoscere, sempre nel quadro delle dinamiche
novecentesche, una terza possibilità. Se è vero che istintivamente gli esseri
umani sono portati alla violenza, essa può essere incanalata in espressioni che
non li mantengano a livello dei bruti. In questo senso si possono conciliare idee diverse come quella concepita da Sorel e
quella di Martin Luther King: lo slancio creativo può essere un elemento
accomunante, anche se trapela dalla definizione una vaghezza che la rende
pericolosamente velleitaria. Per capire se esista una terza via, e sia
imboccabile collettivamente, occorre tuttavia ben altro. Ad esempio chiarire
quale sia il quadro d’insieme (ovvero lo scenario economico-politico) nel quale si colloca un discorso storico come quello relativo a violenza e non violenza: politica e economia, basti
pensare all’impatto sul secondo Novecento del Piano Marshall (7), hanno infatti intrecciato le loro sorti, sono diventate prima l’una poi l’altra egemoniche,
fino ad arrivare a quella che, di recente, è stata indicata come la
trasformazione (provvisoria) della seconda in “economia canaglia”,
spregiudicata quanto mai fu potere fino a ora, e orientata al facile guadagno a
spese di consumatori e cittadini che assistono al tramonto dei loro diritti (8).
4.
UN
ESERCITO DI PACEFONDAI
Al
Novecento non è stato dato di superare un’impasse, ma nemmeno di lasciar
intravvedere una prospettiva futura, in merito alla possibilità di esprimere la
conflittualità sociale in modi che facciano totale astrazione dalla violenza.
Il primo a non poter fare a meno di essa, peraltro, è il potere statale
medesimo, qualunque sia la facciata istituzionale prescelta (compresa la
pervasiva democrazia: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il numero delle
nazioni democratiche nel mondo è cresciuto da 68 a 118, ma non altrettanto s’è diffusa
la tutela dei diritti del “cittadino”). Naturalmente si tratta di una violenza “difensiva”,
vien detto, quella messa in atto solo
quando si sia provocati o assaliti, ma l’essenza non cambia e traspare un’offesa
all’intelligenza e al senso del giusto e dell’ingiusto: ci viene chiesto di
condannare e assolvere al tempo stesso, a seconda dei casi, un medesimo
principio, scientemente eterodiretti e mantenuti in una (comoda, inquietante) infanzia
dello spirito. Unico contraltare immaginabile, a questo punto, un esercito di pacefondai:
vitalismo e creatività, coniugati con rispetto e consapevolezza di propri e
altrui diritti, idealismo pratico alla Gandhi, potrebbero congiungersi sotto
questa bandiera, suggerire iniziative territoriali e spandere il seme, non il
baco, della libertà.
(1) George L. MOSSE, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito
dei caduti, trad. it., Roma-Bari 1990.
(2) Walter BENJAMIN, Per la critica della violenza, 1921,
trad. it., Alegre, Roma 2010.
(3) Carl Philipp
Gottlieb von Clausewitz (1780-1831) è stato un generale, teorico e scrittore prussiano.
(4) Martin Luther KING - http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/martin_luther-king-discorso-65443575/.
(5) Mohandas K. GANDHI,
Antiche come le montagne, Edizioni di
Comunità, Milano 1975.
(6)
Hannah
ARENDT, Sulla violenza, trad. it.,
Guanda, Parma 1996 (ed. originale 1969).
(7) Alla fine della II G.M. il Piano Marshall
costituì un piano di interventi per la ricostruzione dell’Europa e pose le basi
della supremazia economica americana.
(8) Loretta NAPOLEONI, Economia canaglia, IlSaggiatore, 2008.
BIBLIOGRAFIA
– SITOGRAFIA
Hannah ARENDT, Sulla violenza, trad. it., Guanda, Parma
1996 (ed. originale 1969
Walter BENJAMIN, Per la critica della violenza, 1921,
trad. it., Alegre, Roma 2010
Mohandas K. GANDHI, Antiche come le montagne, Edizioni di
Comunità, Milano 1975
Martin Luther KING, discorso I have a dream - http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/martin_luther-king-discorso-65443575/
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