Due mandate di chiave, isolamento
totale. Non voglio sentire niente, dopo tutto quel frastuono che mi ha
circondata fino a qualche momento fa.
La voce più odiosa, strascicata e
intervallata da un tic nervoso, un tormento costante di mesi. Come ho potuto
sopportarla senza oppormi, senza gridare.
Non potevo. Voi pensavate di fare il mio bene, lo dicevate senza pudore, “vogliamo il tuo bene, ti abbiamo trovato chi si occupi di te”.
Non potevo. Voi pensavate di fare il mio bene, lo dicevate senza pudore, “vogliamo il tuo bene, ti abbiamo trovato chi si occupi di te”.
Chi si occupi di te.
Lo so io, chi si sarebbe potuto sul
serio occupare di me, ma non potevo dirvelo. Posso dirlo ora, che la natura ha
fatto il suo corso, da par sua.
Due mandate di chiave, isolamento
totale. Nove chiodi a inchiavardare la cassa, la fiamma ossidrica che ha fatto
il suo lavoro.
E io posso finalmente parlare, dopo
giorni (mesi, anni, lustri, decenni) di silenzio.
Occupare di me, occupare di me, occupare
di me.
Di me quale, di me come, di me chi.
Tu che ripetevi continuamente come fosse
importante dare il nome giusto alle cose, non ti sei mai domandata sul serio
che cosa volesse dire “occupare di me”.
Parlarmi, ad esempio, e guardarmi negli
occhi. Sì, prova a pensare quante volte l’hai davvero fatto, fino in fondo,
come ti capita di fare con le persone amiche. Quante volte, da quando sei entrata
nell’adolescenza, mi hai guardata negli occhi e mi hai parlato?
Allora adesso inizio a rispondere alla domanda di base: si sarebbe potuta davvero occupare di me quella bambina che tu eri quasi mezzo secolo fa e che si stringeva a me sul divano in montagna per non avere freddo o per sentire il mio profumo. Quella bambina che scriveva sul quaderno di scuola che cos’ero io per lei. L’aria, la luce, la terra e l’acqua.
Allora adesso inizio a rispondere alla domanda di base: si sarebbe potuta davvero occupare di me quella bambina che tu eri quasi mezzo secolo fa e che si stringeva a me sul divano in montagna per non avere freddo o per sentire il mio profumo. Quella bambina che scriveva sul quaderno di scuola che cos’ero io per lei. L’aria, la luce, la terra e l’acqua.
Chi è stata inchiavardata nella cassa
poco fa? Io e quella bambina, così almeno non mi sentirò tanto sola.
Ma le domande non sono ancora terminate.
Perché ho letto nel tuo sguardo, e non solo in questi ultimi giorni, una sorta
di disprezzo muto, una specie di accusa rivolta alla volontà di morire?
Come hai osato mettere in discussione
persino te stessa nelle tue più profonde convinzioni per opporre resistenza al
mio desiderio più vero e più profondo?
E tu pensi di conoscere il cuore umano.
Ti è sfuggito il mio, di cuore, e non solo per colpa mia.
Occupare di me.
L’uomo della mia vita, poteva farlo. Lui
che sognavo mi avesse abbandonata, com’è stato, più o meno quando è nata tua
sorella.
Quando te lo dissi, lustri fa, compresi
di averti ferita. Non potevi credere che il padre in cui ti rispecchiavi
lottando avesse fatto una cosa del genere. E così io mi sono trasformata in
quella che se l’era andata a cercare, che non aveva abbastanza opposto resistenza.
E la storia si ripete. La stessa accusa ho letto in questi mesi nei tuoi occhi,
la riprovazione per un abbandono senza resistenza.
Come fai a non muovere più le gambe, come fai a non muovere più le braccia, guardami, muovi gli occhi, fai qualcosa.
Come fai a non muovere più le gambe, come fai a non muovere più le braccia, guardami, muovi gli occhi, fai qualcosa.
Ma la paralisi, la vera paralisi, è
iniziata da quell’urlo orginario: cosa hai fatto di me, come mi hai ridotta tu,
col tuo abbandono in origine, col dirmi che non era il tuo destino quello di
essere un uomo fedele a una sola donna.
Sognavi, madre mia, ed erano incubi che
ti facevano urlare. Sognavi l’abbandono che ti è capitato, e che si è ripetuto
fino all’ultimo giorno.
Non riesco a dimenticare che il tuo
sguardo si è arrestato in un punto del muro (combinazione, combinazione,
combinazione era l’immagine della madonna) e che quando per sbaglio arrivava a me si svuotava
di senso e di profondità, si faceva liquido e fisso. Lo sguardo di uno che è
altrove o altrove vorrebbe essere.
Due mandate di chiave, isolamento totale.
La storia è iniziata così, con un pianto lasciato al suo isolamento, con uno
strazio messo da parte. La storia finisce così, con una cassa da morto nella
quale qualcuno riposa e di fronte alla quale qualcun altro si tormenta.
Però, la bambina che sentiva il profumo della mamma dagli occhi sempre tristi si è lasciata anche lei conquistare dalla seduzione del nulla e si è adagiata con te sotto quel tulle leggero.
Però, la bambina che sentiva il profumo della mamma dagli occhi sempre tristi si è lasciata anche lei conquistare dalla seduzione del nulla e si è adagiata con te sotto quel tulle leggero.
Posso regalarti la sua presenza
sorridente senza rimpianti.
Quanto a me, com’era destino, divento madre di me stessa.
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