venerdì 19 gennaio 2018

IL VARCO (2)

Il pubblico non può essere mai lo stesso, perché nessuno è mai davvero lo stesso. Come acqua che scorre, l'io fluisce nel tempo, e il Varco è un locale dove si entra avendo questa profonda consapevolezza.
Ci sono tornata, questa volta da sola. Andare a vedere spettacoli da sola ogni tanto mi piace. Sono più concentrata, disposta al coinvolgimento totale che, nel caso degli spettacoli del Varco, a quanto posso giudicare dalle due esperienze fatte finora, è il fine della rappresentazione. O forse uno dei fini.
Un particolare che non ho riferito per l'altro spettacolo è che, all'ingresso della sala, si trova scritto Niente applausi. Chi si è esibito non torna sulla scena e in effetti, vista l'atmosfera che per due volte ho visto prodursi, applaudire sarebbe una profanazione. Si realizza, in questo posto che a me sembra straordinario, qualcosa di inedito o, comunque, difficile da sperimentare in un'epoca chiassosa e ciarliera come la nostra.  La parola che mi sembra più adeguata a esprimerlo è rito. Ma non sono ancora sicura sia la più efficace.
Il titolo, che figura su una locandina collocata  all'ingresso, questa volta è  Cacofonia. Nessuna eco, nessun senso di déjà vu. La sala, come la volta precedente, accoglie in un abbraccio fumoso. Gremita e silenziosa, attende che lo spesso sipario di velluto nero si alzi. Una luminosità fosforescente è quanto percepisco quando appare il palcoscenico: vira dall'azzurro al verde acqua e, impercettibilmente, crea l'effetto del mare a pochi metri di profondità. Mi pare anche di sentire un profumo di salsedine, mentre lentamente, molto lentamente, una figura femminile sinuosa, dai lunghissimi capelli corvini, arricciati come la capigliatura di Medusa, si avvicina a un tessuto che scende dall'alto, creando anch'esso  un effetto acquoreo. Nel momento in cui la silfide medusea inizia a compiere inusitate evoluzioni col tessuto, la sala si riempie di una musica (rumore, suoni?) che non avevo mai udito prima, e che sento al principio vibrare all'altezza dello stomaco. Potevano essere così, mi viene da pensare a posteriori, i suoni primordiali dell'universo, quando da un punto imprecisato e compresso, la materia ha iniziato a distaccarsi. Un suono profondo come un om, ma senza articolazione, almeno all'inizio. Poi, mano a mano che il corpo sul tessuto compie movimenti sempre più mirabolanti e complicati, nel  suono senza sfumature iniziano a delinearsi dei confini, creando l'impressione di udire, a tratti, parole intelleggibili, ora sussurrate, ora gridate, ora cantate con timbri maschili, femminili, infantili, adulti, rochi, spaventati, un coacervo di emozioni rapprese in termini che non riesco più a ricordare, com'è delle esperienze ineffabili. L'empatia che suscitava questa musica inusitata, aliena, si sommava a quella prodotta dal corpo intento a compiere evoluzioni sconvolgenti: un corpo elastico e forte, armonioso e oscuro volteggiava nell'aria come fosse acqua, o forse il contrario.
Non so dire quanto sia durato lo spettacolo. Un fenomeno che si sperimenta al Varco è la perdita del senso del tempo. Sono uscita anche questa volta mentre albeggiava,  con l'impressione di aver compiuto un'esperienza psichedelica e di essere passata in un'altra dimensione.








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