domenica 18 marzo 2018

AMA IL GATTO TUO (CON QUEL CHE SEGUE...)

La professoressa, o professora, come la vulgata contemporanea intrisa di perbenismo e politically correct voleva, Isoardi praticava il mestiere quasi più vecchio del mondo da trent'anni. Avrebbe potuto scrivere le sue personali Memorie di una maitresse (scusate) professora italiana praticamente a occhi chiusi. Sarebbe stata in  questo agevolata da un'aggravata miopia senile, compensata com'è ovvio da un'acutezza di vista oltremondana, non fosse ch'era diventata preda suo malgrado di una riprovevole e disonorante ossessione, che non avrebbe potuto confessare a nessuno. Di sicuro non alle sue colleghe professore e nemmeno al coetaneo dirigente scolastico  di cui fungeva da sapiente collaboratrice. 
Urge un ritratto della professora Isoardi, e non vogliamo certo venir meno a una siffatta attesa del lettore.
Bionda naturale, alle prime avvisaglie di incanutimento aveva provveduto ad affidarsi alle cure di un parrucchiere da cui aveva ricevuto nell'ordine le seguenti (menzognere) assicurazioni: che la tinta non dovesse essere definita tale ma "lucidante", che lei era così giovanile da potersi permettere anche un taglio lungo, purché settimanalmente controllato dal suddetto. Di qui la capigliatura scintillante e platinata, magistralmente stirata, ch'ella poteva sfoggiare aggirandosi con aria proterva, da vera madama Taitù (versione sabauda della sovrana etiope),  per i corridoi dell'istituto.
Ma ciò che maggiormente contraddistingueva la professora Isoardi erano sicuramente altri due dettagli, che non sfuggivano a quel paio di professori (maschi, per par condicio professoressi) presenti nel corpo insegnante. Si tratta dei due loci che secondo le teorie del prana veicolano i principali flussi energetici: terga (vulgo: deretano) e bucca (vulgo: bocca). La professora Isoardi aveva un deretano cospicuo e, per così dire, parlante.
Per intenderci: quando prendeva la parola (e accadeva abbastanza frequentemente, più o meno a sproposito) il deretano iniziava a muoversi con un ritmo tra il trocaico e il dattilico, in onore, si suppone, alla sua formazione classica. Due parole chiappa destra giù,  una, chiappa destra su (trocheo: breve breve lunga); una parola chiappa destra su, due, chiappa sinistra giù (dattilo: lunga breve breve). Per chi si trovasse posizionato alle spalle, e onorasse la venere callipigia, di sicuro uno spettacolo per gli occhi.
Il secondo locus è la bocca. Qui si fatica a non esagerare e a scadere nella volgarità assoluta. Absit iniuria verbo. L'orifizio buccalis si sa a quante cose possa servire. Si va dalla triviale operazione di ingerire cibi a quella, nobilitata dal mestiere (lui sì) più antico del mondo. L'autore, consapevole delle responsabilità connesse con l'abito che ricopre (padre badesso) non intende approfondire di più l'argomento. 
Fatto sta che la professora Isoardi, platinata, provvista d'incommensurabile deretano, di vasta bocca e di riconosciuta potestà nel nobile consesso scolastico, superata la soglia dei cinquanta, fatidica per i piuessi e le più, era ossessionata dal sesso.
Nubile, aveva conservato suo malgrado la castità perché incerta in merito alle sue propensioni: nessun uomo era mai riuscito a suscitare il suo interesse, anzi, era mai entrato davvero nella sua sfera visiva, sicché talora l'aveva sfiorata l'idea di essere safficamente orientata. Poi, però, la frequentazione con una collega meno incerta in merito, che l'aveva circondata d'attenzioni, aveva sortito l'effetto di confermarle che non di questo si trattava.
Insomma,  la professora Isoardi era un raro caso di conclamata e irrefrenabile parafilia orientata versus animalia. La professora  Isoardi provava un'irresitibile, sessuale attrazione per i gatti, con  i quali desiderava ardentemente copulare. Non gatti qualsiasi, occorre precisare, ma  gatti neri, di razza bombay, provvisti di straordinari occhi gialli.
Sua madre, buon'anima, dipartita quando la Isoardi aveva quarantotto anni, gliene aveva lasciato in eredità uno di considerevoli dimensioni, rispetto alla stazza normale di questa specie. Un maschio socievole, vivace e comunicativo, dotato di una grazia straordinaria. La Isoardi, al ritorno dalle sue incombenze scolastiche col tempo sempre più invasive (lei non si risparmiava, accettava qualunque incarico supplementare), sentiva dei palpiti di desiderio che, si diceva, riguardavano principalmente il pelo corto, tanto simile a una testa rasata di maschio adulto (s'intenda umano), del suo nero amico. La pietosa menzogna escogitata dalla sua anima moesta et errabunda (stiamo cercando di nobilitare al massimo la faccenda) nascondeva una verità ben più triviale, anzi, decisamente impudica, che la povera Isoardi biondocrinita non si permetteva di lasciare affiorare, e giammai avrebbe potuto rendere oggetto, per quanto pia frequentatrice di confessionali d'antan, di una confessio oris.
I desideri insoddisfatti, si sa, soprattutto quando hanno modo di crogiolarsi in certi altiforni o cubilotti (termine prescelto per alludere malignamente  alla struttura fisica della protagonista), a un certo punto trovano la via della magnifica metamorfosi, anzi, della trasformazione alchemica, non a caso (nel nostro caso) denominata opera al nero. Il nero in questione, ça va sans dire, essendo il gatto.
E così una sera, al ritorno da estenuante giornata scolare, l'Isoardi, dopo essersi immersa in un bagno rilassante, depilata, cosparsa di olii essenziali, rivestita di una morbida e avvolgente tunica turchesca (il suo stile casalingo prediletto, con cui aveva compiaciuto solo gli sguardi gatteschi), si dispose a preparare una cena che potesse ampiamente compiacere il palato felino. Fegatini di pollo e pesce, le sue portate preferite. Non mancò di apparecchiare la tavola per sé in modo da soddisfare umane e parche voglie: candida tovaglia di fiandra tessuta a mano, posate d'argento, un  calice di spumante,  pane appena sfornato, un delicato soufflé di verdure e una panna cotta guarnita al cioccolato.
Chi poteva aspettarsi che l'epilogo di una serata così ispirata, così meravigliosamente architettata, così attesa, dovesse essere una tragedia?
Tutti, naturalmente, a eccezione della povera, ingenua, maldotata, forse un po' maledetta,  Isoardi.
Il gatto era scomparso. Durante il bagno, il suo olfatto felino era stato urtato dall'abbondanza di afrori che fuoriuscivano dalla stanza, totalmente disarmonici rispetto a quelle che lui riconosceva come dilette fragranze, solleticanti puzze, miasmi conturbanti,  quelli che potevano provenire ad esempio da certi escrementi o da croste di formaggio un po' stantie. Era fuggito il più lontano possibile, approfittando di un passaggio che conosceva solo lui, tra il balcone della Isoardi e quello del vicino. Mentre una specie di bionda erinni in versione turca si sgolava a chiamarlo per la casa, il nero Bombay si leccava tutto per bene dietro a un cespuglietto di erba gatta, insistendo su una parte del corpo che la nostra professora non mancava di adocchiare quando possibile con sguardo concupiscente.
Natura loquitur. Natura docet. Né la conososcenza del latino né il Gatto, Feles e non Felix,  rende ormai più felice nessuno. La Isoardi raggiunse questa triste conclusione intorno alle 11 di sera, quando buttò nella pattumiera la doppia cena non consumata e pure il calice e le candele con candeliere. Poco mancò ci finissero anche la posateria e la tovaglia di Fiandra.
Era il suo primo e unico tentativo di seduzione ed era finito così miseramente:  rifiutata con ignominia da un feles qualunque.
Si abbandonò sul letto e pianse fino ad addormentarsi. 

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