ARGOMENTO: ESSERE RIBELLI OGGI
COSÌ IN BASSO COME IN ALTO...
Il basso e l'alto, in
ambito sociale, politico ed economico sono importanti. Si tratta di un modo
basilare di rappresentare i rapporti umani, di alludere in modo diretto a
condizioni nelle quali ci si trova e, in molti casi, si deve rimanere. Tra il
basso e l'alto sono previsti rapporti, che è ovvio debbano essere di sudditanza
per gli uni, di comando per gli altri. Anche se si ripete di continuo che la
nostra società, addirittura alludendo al mondo, è aperta, viceversa
essa è caratterizzata latamente da un ordine che rammenta in certi casi quello
vituperato delle caste medievali. Scorrendo i dati che descrivono la
suddivisione della ricchezza a livello mondiale si rafforza questa idea: la metà inferiore della popolazione del mondo
possiede meno dell'1 per cento della ricchezza totale, il 10% in cima ne
detiene l'88% e l'1% di super-ricchi arriva a concentrare la metà di tutta la
ricchezza. Sono dati eloquenti, che potrebbero diventare l'alimento per
l'attivazione di una forma pensiero che si ribelli allo status quo, articolando
una protesta che unisca davvero le posizioni di là dalle barriere nazionali,
avvicinandosi all'ideale di un mondo sul serio aperto e senza confini.
Il binomio ricchezza/potere
è anch'esso originario per le società che siamo soliti trattare in termini di
evoluzione storica: percorrendo quella di alcune istituzioni, senza escludere
la chiesa cattolica, si può facilmente dimostrare che il possesso di cospicue
quantità di beni materiali, di ricchezza, rappresenta una conditio sine qua non del mantenimento di un potere costante nel
tempo. Impensabile una Chiesa che, in nome del richiamo evangelico alla
povertà, liquidasse tutti i suoi beni terreni. Impensabile una Chiesa che
sostenesse e favorisse la pratica di una
distribuzione della proprietà e delle ricchezze equa.
Dunque, se questo è lo
stato del mondo, se è un dato di fatto che il sistema in cui viviamo sia il capitalismo, contro chi o che cosa
ribellarsi, per cominciare? Nella poesia di Brecht, Sul muro, si legge che quando si tratta di marciare (di andare
avanti perché qualcun altro dice che è così che si fa) molti non sanno
riconoscere il nemico che li sta guidando[1].
Riconoscere il nemico è in effetti un atto fondamentale in ogni
contrapposizione che si rispetti, anche al di fuori di un contesto bellico,
anche in uno di ribellione come
quello evocato dalle contestazioni studentesche in atto in questo scorcio di
2018 un po’ in tutto il mondo[2].
Ritorna, annotano gli osservatori, qualche slogan del Sessantotto, fra tutti il
richiamo a un’istruzione che non generi noia, ma possibilmente gioia di
apprendere, o anche un richiamo a prime necessità alle quali gli studenti non
riescono più a sopperire a causa di un sistema economico che, letteralmente, li affama. Le tasse universitarie,
comprese quelle delle università pubbliche,
sono ovunque sempre più elevate, mantenersi autonomamente in una città
ha costi insostenibili da chi non sia mantenuto dai genitori, sicché si allontana
sempre più per molti l’età in cui potersi organizzare un’esistenza autonoma e
libera. In cambio vengono proposti dei palliativi, delle distrazioni: alcuni
mesi o pochi anni all’estero, che tuttavia non si trasformano, se non in rari
casi, in una seria prospettiva se non di lavoro per la vita, almeno di
progettazione a breve termine di un’esistenza al di sopra della soglia di povertà. I giovani dovrebbero a questo punto avere
capito chi sia il loro nemico: una società che pretende di plasmarli così com’è
più funzionale alla sua attuale sopravvivenza, ovvero la sopravvivenza di una
forma di gerontocrazia.
Lo scambio tra
generazioni è importante e va inteso in tanti sensi. Si tratta, ad esempio, di
disporsi a un ascolto reciproco, che non necessariamente genera comprensione,
ma di sicuro è espressione di rispetto. Questo è dovuto, da giovani a vecchi,
da vecchi a giovani, in una reciprocità che niente ha a che vedere con
gerarchie, con alto e basso. D’altronde, dal momento che
invecchiare è un evento naturale e originario, non si può stabilire in questo
caso che vi sia un merito qualsivoglia nell’essere più anziani di un altro. In
aggiunta all’ascolto, la disposizione ad accettare di essere sostituiti:
nessuno di noi, nemmeno il più dotato di qualità intellettuale (o
di altro genere) è insostituibile. L’idea dell’insostituibilità è un parto
sentimentale, nemmeno particolarmente vantaggioso, né per il singolo né per la
collettività. Meglio pensare che invece si possa essere tutti sostituibili, nel
senso che il contributo che si dà al mondo può essere offerto da altri e magari
anche meglio. In uno slancio di generosità, si potrebbe augurarsi di lasciare
eredità in grado di rendere gli altri un po’ più felici di quanto siamo stati
noi. In questo senso lo scambio generazionale è un evento auspicabile, un
passaggio di testimone che dovrebbe avvenire con appagamento di entrambi i
protagonisti.
Essere ribelli è sempre
stato difficile, ma oggi sta diventando impossibile. Anche perché, o
soprattutto perché, ci sono temibili confusioni. Ci sono spacci di ribelli un po’ ovunque, ed è complicato per uno che sia
giovane oggi, che non abbia occhio smaliziato (peggio, creda di averlo)
riconoscere l’erba buona da quella cattiva. L’erba buona è il pensiero
autonomo, critico, non irregimentato. L’erba cattiva è la ribellione dettata
dall’alto, riconoscibile perché ben
disposta ad accogliere le parole d’ordine del sistema. Il sistema dice che
cosa sia il successo, stabilisce i
vincitori, rende protagonisti della scena quotidiana quelli che meritano
secondo lui di essere fatti conoscere. Un quotidiano spettacolo al cui
allestimento concorrono in tanti: dagli stati, ai mezzi d’informazione, alla
scuola. Tasto doloroso, questo. La scuola dovrebbe essere un sacro recinto in cui celebrare
quotidianamente la festa della ribellione. Invece è un recinto per niente sacro
in cui ogni giorno non si celebrano feste, ma si consumano delitti destinati a
restare impuniti. Vengono uccisi lo scambio proficuo di idee, il libero gioco dell’immaginazione,
il desiderio di comunicare per andare oltre quel che è già stato compreso, la curiosità
nei confronti delle idee e delle persone che se ne fanno portatrici. Il quadro è
desolante, ma forse esiste una via di fuga. Spetta alle giovani generazioni riscoprire
la gioia creatrice dello scandalo. Non necessariamente nel senso cristiano e kierkegardiano,
ma in un’interpretazione laica e contemporanea: fare tutto in una volta, e che venga bene. Non tornare mai sui propri passi.
Tutto il resto è una perdita di tempo.
[1]
Bertolt Brecht, Il muro
[...] Al
momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa
che alla loro testa
marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico
[2] Vijay Prashad, “Alternet”, Stati Uniti, Gli studenti
di tutto il mondo protestano per i loro diritti (“Internazionale.it” settembre 2018)
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