domenica 7 ottobre 2018

OGNI TANTO RIESCO ANCORA A STUPIRMI - MERAVIGLIOSO TEMA DI UNO STUDENTE


ARGOMENTO: ESSERE RIBELLI OGGI

COSÌ IN BASSO COME IN ALTO...

Il basso e l'alto, in ambito sociale, politico ed economico sono importanti. Si tratta di un modo basilare di rappresentare i rapporti umani, di alludere in modo diretto a condizioni nelle quali ci si trova e, in molti casi, si deve rimanere. Tra il basso e l'alto sono previsti rapporti, che è ovvio debbano essere di sudditanza per gli uni, di comando per gli altri. Anche se si ripete di continuo che la nostra società, addirittura alludendo al mondo, è aperta, viceversa essa è caratterizzata latamente da un ordine che rammenta in certi casi quello vituperato delle caste medievali. Scorrendo i dati che descrivono la suddivisione della ricchezza a livello mondiale si rafforza questa idea: la metà inferiore della popolazione del mondo possiede meno dell'1 per cento della ricchezza totale, il 10% in cima ne detiene l'88% e l'1% di super-ricchi arriva a concentrare la metà di tutta la ricchezza. Sono dati eloquenti, che potrebbero diventare l'alimento per l'attivazione di una forma pensiero che si ribelli allo status quo, articolando una protesta che unisca davvero le posizioni di là dalle barriere nazionali, avvicinandosi all'ideale di un mondo sul serio aperto e senza confini. 
Il binomio ricchezza/potere è anch'esso originario per le società che siamo soliti trattare in termini di evoluzione storica: percorrendo quella di alcune istituzioni, senza escludere la chiesa cattolica, si può facilmente dimostrare che il possesso di cospicue quantità di beni materiali, di ricchezza, rappresenta una conditio sine qua non del mantenimento di un potere costante nel tempo. Impensabile una Chiesa che, in nome del richiamo evangelico alla povertà, liquidasse tutti i suoi beni terreni. Impensabile una Chiesa che sostenesse e favorisse la pratica di  una distribuzione della proprietà e delle ricchezze equa.
Dunque, se questo è lo stato del mondo, se è un dato di fatto che il sistema in cui viviamo sia il capitalismo, contro chi o che cosa ribellarsi, per cominciare? Nella poesia di Brecht, Sul muro, si legge che quando si tratta di marciare (di andare avanti perché qualcun altro dice che è così che si fa) molti non sanno riconoscere il nemico che li sta guidando[1]. Riconoscere il nemico è in effetti un atto fondamentale in ogni contrapposizione che si rispetti, anche al di fuori di un contesto bellico, anche in uno di ribellione come quello evocato dalle contestazioni studentesche in atto in questo scorcio di 2018 un po’ in tutto il mondo[2]. Ritorna, annotano gli osservatori, qualche slogan del Sessantotto, fra tutti il richiamo a un’istruzione che non generi noia, ma possibilmente gioia di apprendere, o anche un richiamo a prime necessità alle quali gli studenti non riescono più a sopperire a causa di un sistema economico che, letteralmente, li affama. Le tasse universitarie, comprese quelle delle università pubbliche,  sono ovunque sempre più elevate, mantenersi autonomamente in una città ha costi insostenibili da chi non sia mantenuto dai genitori, sicché si allontana sempre più per molti l’età in cui potersi organizzare un’esistenza autonoma e libera. In cambio vengono proposti dei palliativi, delle distrazioni: alcuni mesi o pochi anni all’estero, che tuttavia non si trasformano, se non in rari casi, in una seria prospettiva se non di lavoro per la vita, almeno di progettazione a breve termine di un’esistenza al di sopra della soglia di povertà.  I giovani dovrebbero a questo punto avere capito chi sia il loro nemico: una società che pretende di plasmarli così com’è più funzionale alla sua attuale sopravvivenza, ovvero la sopravvivenza di una forma di gerontocrazia.
Lo scambio tra generazioni è importante e va inteso in tanti sensi. Si tratta, ad esempio, di disporsi a un ascolto reciproco, che non necessariamente genera comprensione, ma di sicuro è espressione di rispetto. Questo è dovuto, da giovani a vecchi, da vecchi a giovani, in una reciprocità che niente ha a che vedere con gerarchie, con alto e basso. D’altronde, dal momento che invecchiare è un evento naturale e originario, non si può stabilire in questo caso che vi sia un merito qualsivoglia nell’essere più anziani di un altro. In aggiunta all’ascolto, la disposizione ad accettare di essere sostituiti: nessuno di noi, nemmeno il più dotato di  qualità intellettuale (o di altro genere) è insostituibile. L’idea dell’insostituibilità è un parto sentimentale, nemmeno particolarmente vantaggioso, né per il singolo né per la collettività. Meglio pensare che invece si possa essere tutti sostituibili, nel senso che il contributo che si dà al mondo può essere offerto da altri e magari anche meglio. In uno slancio di generosità, si potrebbe augurarsi di lasciare eredità in grado di rendere gli altri un po’ più felici di quanto siamo stati noi. In questo senso lo scambio generazionale è un evento auspicabile, un passaggio di testimone che dovrebbe avvenire con appagamento di entrambi i protagonisti.
Essere ribelli è sempre stato difficile, ma oggi sta diventando impossibile. Anche perché, o soprattutto perché, ci sono temibili confusioni. Ci sono spacci di ribelli un po’ ovunque, ed è complicato per uno che sia giovane oggi, che non abbia occhio smaliziato (peggio, creda di averlo) riconoscere l’erba buona da quella cattiva. L’erba buona è il pensiero autonomo, critico, non irregimentato. L’erba cattiva è la ribellione dettata dall’alto, riconoscibile perché ben disposta ad accogliere le parole d’ordine del sistema. Il sistema dice che cosa sia il successo, stabilisce i vincitori, rende protagonisti della scena quotidiana quelli che meritano secondo lui di essere fatti conoscere. Un quotidiano spettacolo al cui allestimento concorrono in tanti: dagli stati, ai mezzi d’informazione, alla scuola. Tasto doloroso, questo. La scuola dovrebbe essere un sacro recinto in cui celebrare quotidianamente la festa della ribellione. Invece è un recinto per niente sacro in cui ogni giorno non si celebrano feste, ma si consumano delitti destinati a restare impuniti. Vengono uccisi lo scambio proficuo di idee, il libero gioco dell’immaginazione, il desiderio di comunicare per andare oltre quel che è già stato compreso, la curiosità nei confronti delle idee e delle persone che se ne fanno portatrici. Il quadro è desolante, ma forse esiste una via di fuga. Spetta alle giovani generazioni riscoprire la gioia creatrice dello scandalo. Non necessariamente nel senso cristiano e kierkegardiano, ma in un’interpretazione laica e contemporanea: fare tutto in una volta,  e che venga bene. Non tornare mai sui propri passi. Tutto il resto è una perdita di tempo.   




[1] Bertolt Brecht, Il muro
[...] Al momento di marciare
 molti non sanno
che alla loro testa
 marcia il nemico. 
La voce che li comanda 
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico 
è lui stesso il nemico


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