venerdì 17 luglio 2026

STORIA CHE SI RIPETE

 La metafora della fenice felice è bella fino a un certo punto. La creatura che rinasce dalle tenebre pigolando, dopo aver vissuto un'era del mondo, e porta in sé la saggezza della vecchiaia consumata e il rinnovamento glorioso della giovinezza (infanzia) ritrovata, è senza dubbio un simbolo rigenerante per lo spirito. Essere fenice felice è un dono e un privilegio. Però nelle pieghe del simbolo si annida una spina dolorosa. Quella dell'eterno ripetersi di. Il problema è in  quel che segue  e specifica. Nel caso della mia vita finora, la spina è il ripetersi di apparizioni di persone che poi decidono di scomparire. E io capisco che l'hanno deciso, e che non sono stata io a collaborare per niente alla sparizione, solo a distanza di tempo. Nemmeno la ripetizione dell'evento (per due volte per ora) mi ha dotata del contravveleno per scongiurarne gli effetti diretti e collaterali più sgradevoli. Sia l'una sia l'altra, sì, due donne, in tempi della vita molto diversi, avevano lanciato gli stessi segnali di insofferenza che non ho saputo (voluto) cogliere. Quel parlare male di altri e altre lasciando intendere quanto io fossi invece assolutamente speciale. Quel palesare la volontà di staccarsi dal luogo per non dire che volevano semplicemente porre una distanza siderale (come una morte) proprio solo da me. E io che non ho capito subito. E io alla quale il fatto di aver capito poi ha lasciato una traccia indelebile che non riesco proprio a lasciar andare. Resta lì come un risentimento inestinguibile. Un'offesa senza rimedio. 

sabato 6 giugno 2026

INCONTRI

Facendo questo mio mestiere, gli incontri sono  continui e si accumulano nel tempo, tanto che a un certo punto i confini fra un incontro e l'altro si fanno confusi e qualche volto si sovrappongono, per non dire di quel che accade con le parole dette e, si fa per dire, memorizzate. Allora vale la pena tornare all'etimologia e ricordarsi (questa volta si, con millimetrica precisione) cosa significa davvero incontrarsi. Mettersi , nel meraviglioso lì e in quel momento, ma mentre accade e non dopo, con un'altra persona e sentirla, parlarle, accorgersi fino in fondo della sua esistenza. L'incontro è così o non è, e il mio  antico mestiere più di ogni altro, forse, lo sa. 

Celebro allora in questo spazio l'incontro con te, tristemente allegro e allegramente triste ragazzo sensibile e generoso. So che restano nell'aria del lungo fiume, in aule troppo assolate, in bar sul corso, nostre parole scambiate e risate piene. So che resta nel cuore l'affetto mite e sincero reciprocamente provato. Soffoco la tentazione di dispiacermi per non aver obbedito alla tentazione di chiederti ultimamente notizie di te. Resta così intatta la pura bellezza del nostro incontro felice, perché pieno, intenso, vero. Ti abbraccio nel tempo e nello spazio, carissimo allievo per sempre. 

Tua professoressa per sempre.

giovedì 28 maggio 2026

LA CORDA PAZZA

Dalla tellurica e saturnina terra di Pirandello e di Sciascia, io sento pur sempre risuonare in particolare la corda pazza d'una cetra che deve essere rimasta incastrata nei rami d'un citrus, magari quello delle Lumìe di Sicilia. La cetra oscilla e, come nelle migliori tradizioni, canta storie mute, alle quali qualcuno deve pure dare una voce. 

Voglio dire una cosa che, mi rendo conto, non ha niente a che vedere con il luogo in cui ci troviamo [NdA: l'aula magna di un liceo del Regno, in cui si sta svolgendo l'ultimo collegio docenti dell'anno]. La cosa che voglio dire è quindi del tutto fuori luogo, ma non ho intenzione di scusarmene, tanto meno preventivamente. La cosa che voglio dire, inoltre, poi la smetto con i preamboli, è anche un desiderio tutto mio, un desiderio segreto, non fosse che adesso sto per spiattellarlo davanti a un centinaio di persone. 
Bene, dopo aver creato questa aspettativa, eccolo, il mio desiderio segreto: desidero tanto, desidero sempre più, desidero ora quasi disperatamente, insegnare. Avete già capito, immagino, perché ho esordito dicendo che avrei detto qualcosa di fuori luogo, qui e ora. Perché a rendere il mio desiderio un vero desiderio, con quel quid di disperato che gli si addice così tanto per renderlo vitale (non è un paradosso), inesauribile, incontentabile, è proprio il fatto di manifestarsi in un posto come la scuola. Insegnare. Insegnare. Ha un gusto questa parola, un gusto e un retrogusto. Te la puoi girare nella bocca (eccolo Pirandello) e sentirlo fino in fondo. Lascia il segno e anche il sentore di sé quando il segno sembra sparito. Insegnare è imprimere segni,  ed è quello che io desidero con tutta me stessa continuare a fare. Ma, badate, non si tratta di segni sulla carta, di piccole ossessioni compilatorie, quand'anche mediate dai tasti del computer, sono i segni nell'anima, nello spirito, nella mente di quelli che, ancora e pur sempre, chiamiamo studenti. Sì loro sono ancora lì, anzi qui e ora, mentre io vedo sbiadire, come fosse un ologramma che patisce interferenze, scariche elettriche nell'aria, gli insegnanti. Le scariche elettriche li assediano (non solo da oggi mi sussurrano i capelli grigi - ascoltateli, sono saggi) e prendono nomi fantasiosi (si fa per dire): si chiamano progetti, adesso ancor più precisamente coprogetti (io raddoppierei il co, trasformandoli in cocoprogetti, che riesco così  a immaginarmi con tanto di coda bianca e  paillettes... che carini). E poi le scariche elettriche vengono dagli enti esterni, che di nuovo non posso esimermi dall'immaginare come ectoplasmi filiformi, aracnidi che piovono dal cielo senza astronavi. E che dire delle formazioni, che calano di qua e di là, fra obblighi e necessità (come distinguere ormai?), e che alla fine di ore che son parse mesi possono riassumersi in poche righe di parole già note? 
Torno al punto di partenza. Desidero con tutta me stessa insegnare. Nel senso originario del termine e in quello che in svariati decenni non ho mai smesso di modificare in base al tempo, alle persone, alle relazioni. Un'operazione intrinsecamente connessa con l'insegnamento e che comprende una formazione, progettazione, coprogettazione e cocoprogettazione continue. Ecco. No. Se qualcuno ha la malizia di pensarlo lo blocco subito: non mi sto contraddicendo. Non attribuisco validità a quello che poco fa ho tentato di denigrare. Il fatto è che io non sono un ologramma. Non patisco interferenze. Tutte le attività scorporate, che sono entrate a far parte negli anni del circo Barnum in cui si è trasformata la scuola, l'insegnante le contiene in sé. Uno che insegna sogna. Uno che insegna crea. Uno che insegna fa in sé e fuori di sé una quantità di cose che certo a volte non si vedono subito ma sempre lasciano un segno. Ed è quello che io voglio continuare a fare senza intralci. Senza le interferenze esterne che, certo, posso pur sempre fingere non ci siano, ma che almeno oggi e almeno per una volta voglio dire che mi fanno proprio orrore. E che penso meriterebbero da parte nostra un atto di coraggio, di quelli che in altre culture si manifestano dandosi fuoco in mezzo a una piazza. Ecco: immaginate che io, oggi, col mio discorso fuori luogo, abbia proprio preso fuoco davanti a voi: e dalla fiamma sia rinata una fenice che desidera solo poter insegnare