La metafora della fenice felice è bella fino a un certo punto. La creatura che rinasce dalle tenebre pigolando, dopo aver vissuto un'era del mondo, e porta in sé la saggezza della vecchiaia consumata e il rinnovamento glorioso della giovinezza (infanzia) ritrovata, è senza dubbio un simbolo rigenerante per lo spirito. Essere fenice felice è un dono e un privilegio. Però nelle pieghe del simbolo si annida una spina dolorosa. Quella dell'eterno ripetersi di. Il problema è in quel che segue e specifica. Nel caso della mia vita finora, la spina è il ripetersi di apparizioni di persone che poi decidono di scomparire. E io capisco che l'hanno deciso, e che non sono stata io a collaborare per niente alla sparizione, solo a distanza di tempo. Nemmeno la ripetizione dell'evento (per due volte per ora) mi ha dotata del contravveleno per scongiurarne gli effetti diretti e collaterali più sgradevoli. Sia l'una sia l'altra, sì, due donne, in tempi della vita molto diversi, avevano lanciato gli stessi segnali di insofferenza che non ho saputo (voluto) cogliere. Quel parlare male di altri e altre lasciando intendere quanto io fossi invece assolutamente speciale. Quel palesare la volontà di staccarsi dal luogo per non dire che volevano semplicemente porre una distanza siderale (come una morte) proprio solo da me. E io che non ho capito subito. E io alla quale il fatto di aver capito poi ha lasciato una traccia indelebile che non riesco proprio a lasciar andare. Resta lì come un risentimento inestinguibile. Un'offesa senza rimedio.
venerdì 17 luglio 2026
sabato 6 giugno 2026
INCONTRI
Facendo questo mio mestiere, gli incontri sono continui e si accumulano nel tempo, tanto che a un certo punto i confini fra un incontro e l'altro si fanno confusi e qualche volto si sovrappongono, per non dire di quel che accade con le parole dette e, si fa per dire, memorizzate. Allora vale la pena tornare all'etimologia e ricordarsi (questa volta si, con millimetrica precisione) cosa significa davvero incontrarsi. Mettersi lì, nel meraviglioso lì e in quel momento, ma mentre accade e non dopo, con un'altra persona e sentirla, parlarle, accorgersi fino in fondo della sua esistenza. L'incontro è così o non è, e il mio antico mestiere più di ogni altro, forse, lo sa.
Celebro allora in questo spazio l'incontro con te, tristemente allegro e allegramente triste ragazzo sensibile e generoso. So che restano nell'aria del lungo fiume, in aule troppo assolate, in bar sul corso, nostre parole scambiate e risate piene. So che resta nel cuore l'affetto mite e sincero reciprocamente provato. Soffoco la tentazione di dispiacermi per non aver obbedito alla tentazione di chiederti ultimamente notizie di te. Resta così intatta la pura bellezza del nostro incontro felice, perché pieno, intenso, vero. Ti abbraccio nel tempo e nello spazio, carissimo allievo per sempre.
Tua professoressa per sempre.