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Nato nel 1729 e attivo dalla metà del
secolo, rispecchia in grande misura la mentalità riformistica del periodo,
quale si esprime politicamente attraverso Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II.
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Un problema interpretativo legato alla
sua opera riguarda la valutazione del rapporto che lo lega alle tematiche
illuministiche. Il posto di istitutore presso i Serbelloni lo pone in contatto
con l’aristocrazia e l’ingresso nell’Accademia dei Trasformati lo inserisce negli
ambienti intellettuali milanesi. Da questi contatti nascono le sua odi civili,
che documentano la vocazione a risolvere problemi sociali con l’ausilio della
poesia, sfruttata nella sua possibilità di miscere utile dulci (Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, "Ha ottenuto tutti i voti, ossia un consenso
unanime, chi ha mescolato l'utile al dolce" , Orazio, Ars
poetica, verso 343).
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L’orientamento illuministico di Parini è
filantropico e umanitario più che politico e ideologico.
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Ostile al cosmopolitismo e ai principi
settecenteschi di divulgazione della scienza, pone in termini conservativi lo
stesso problema dell’origine della diseguaglianza sociale, giustificata in base
a una gerarchia naturale.
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I temi del dibattito civile trovano
spazio nelle Odi ma anche nel Giorno, poemetto didascalico incompiuto,
in cui attraverso la voce narrante di un precettore, descrive la giornata tipo
di un giovane aristocratico, dal rientro verso l’alba, al lento risveglio in
tarda mattinata, alla cerimonia della vestizione, al pranzo in casa della dama
di cui egli è cavalier servente, al passeggio sul corso ai divertimenti
notturni.
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NOTA SUL CICISBEISMO
"Non vi ho parlato dei cicisbei. È la cosa più ridicola che un popolo stupido abbia potuto inventare: sono degli innamorati senza speranza, delle vittime che sacrificano la loro libertà alla dama che hanno scelto". Il popolo stupido di cui Montesquieu, in visita nella penisola nel 1728, si prendeva gioco era ovviamente quello italiano, ma il grande pensatore francese che si preparava a scrivere L'Esprit des lois non era certo il solo viaggiatore straniero a ravvisare nel cicisbeismo un tratto distintivo del costume del nostro paese. E numerosi erano anche gli italiani – pensiamo a scrittori come Parini, Goldoni, Alfieri, o pittori come Pietro Longhi o Giandomenico Tiepolo – che nel corso del secolo avrebbero stigmatizzato il fenomeno.
"Non vi ho parlato dei cicisbei. È la cosa più ridicola che un popolo stupido abbia potuto inventare: sono degli innamorati senza speranza, delle vittime che sacrificano la loro libertà alla dama che hanno scelto". Il popolo stupido di cui Montesquieu, in visita nella penisola nel 1728, si prendeva gioco era ovviamente quello italiano, ma il grande pensatore francese che si preparava a scrivere L'Esprit des lois non era certo il solo viaggiatore straniero a ravvisare nel cicisbeismo un tratto distintivo del costume del nostro paese. E numerosi erano anche gli italiani – pensiamo a scrittori come Parini, Goldoni, Alfieri, o pittori come Pietro Longhi o Giandomenico Tiepolo – che nel corso del secolo avrebbero stigmatizzato il fenomeno.
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