LEOPARDI
(Vita attraverso i rapporti con le
persone)
Scelgo arbitrariamente,
seguendo la mia ispirazione, di evocare alcune figure della biografia
leopardiana, avvalendomi della ponderosa biografia scritta recentemente da
Pietro Citati. Il padre, per cominciare: il conte Monaldo, nato a Recanati nel
1866 e qui rimasto per tutta la vita, salvo sporadici e inappaganti soggiorni
romani, figlio del Settecento, pervaso di furori alfieriani e aneliti
rousseauviani, ambizioso e narcisista, autore fra l’altro di un’Autobiografia
piuttosto autocompiaciuta, critico delle opere del figlio Giacomo e in
particolare delle Operette morali,
intrise di un’irreligiosità che al suo spirito repelleva. Dotato di un cospicuo
patrimonio, ma di sicuro non versato nell’amministrazione e nella speculazione,
Monaldo perde poco dopo il matrimonio e
la nascita di Giacomo (Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro è la sequenza
dei nomi di battesimo) quasi tutti i beni, venendo quindi interdetto legalmente
dall’amministrazione dei medesimi (per intervento del papa, che aiuta l’antica
famiglia riducendo il tasso dei debiti contratti, ma appunto interdicendo il
conte), della quale si trova a essere responsabile la moglie, marchesa Adelaide
Antici, provvista di piccola dote e non apprezzata dalla famiglia Leopardi
(partecipa al matrimonio solo uno zio). Tratteggiamo allora lei, a questo
punto, donna bellissima a detta dei contemporanei e secondo una miniatura: occhi spendenti,
capelli corti ricci biondo scuro, alta, dal portamento austero, folgora al
primo sguardo Monaldo che se ne innamora perdutamente. I figli la vedono per
anni sempre incinta (Giacomo ha nel corso degli anni 11 fratelli, ma
sopravvivono arrivando all’età adulta solo in quattro, lui compreso, cioè
Carlo, Paolina, i più longevi,e Pier Francesco, morto qualche anno dopo di lui
all’incirca alla stessa sua età), internata volontaria nel palazzo che
s’affaccia sulla piazza centrale di Recanati, dal quale non esce quasi mai, incaricando la
sorella di portare a passeggiare i figli e non recandosi che raramente, pur
religiosissima, a messa. Percorre la
casa da padrona che ordina e comanda con abiti mascolini, cravattona intorno al
collo, pantaloni infilati in stivali, gonna rivoltata al di sopra della vita,
chiavi alla cintola a sottolineare appunto il potere padronale. Fanaticamente
religiosa, trasforma (come ben sappiamo da Giacomo, p. 530) la casa in una fortezza impenetrabile se non dall’occhio di
Dio: né amici né lettere vi dovrebbero entrare o ne dovrebbero uscire, e ogni
trasgressione è un dolore e una reprimenda. I figli che le muoiono, come pure
tutte le malattie che infastidiscono la fanciullezza e persino quelle,
invalidanti, che colpiscono Giacomo, vengono da lei percepite come “doni di
Dio”, di cui rallegrarsi. A differenza di Monaldo, registra quest’ultimo nella
sua Autobiografia, ma anche annota
talora Leopardi nello Zibaldone,
Adelaide non piange le morti né compiange le sofferenze dei figli, ma sostiene
doversi ritenere tutto un segno di predilezione divina.
Giacomo nasce a
Recanati, a nove mesi dal matrimonio fra Monaldo e Adelaide, venerdì 29 giugno 1798. Compagni di giochi
dell’infanzia i fratelli Carlo e Paolina, che nascono a poca distanza da lui:
con il primo si crea un sodalizio interiore che però il matrimonio di lui
interromperà bruscamente. Tra i giochi prediletti dei fratelli, racconta lo
stesso Giacomo nelle sue corrispondenze giovanili, servir messa e recitare le
funzioni, ma anche imitazioni di battaglie e, quando la malattia inizia a
costringerlo a lungo a letto, racconti inventati di epica ispirazione. Stando
alle testimonianze, fino a 16 anni Giacomo gode di una salute discreta. Fra il
1814 e il 1817 si dedica allo studio, avvalendosi delle notevolissime risorse
racchiuse nella biblioteca paterna, in modo particolarmente intenso, anche se
nello Zibaldone con la famosa
espressione “studio matto e disperatissimo” allude a un periodo anche più
ampio, di almeno sette anni, iniziato dunque anche prima. Anche se l’aneddotica
ha tessuto la storia di un Leopardi ammalatosi per l’eccessivo studio, più
recenti indagini, condotte sui documenti dell’epoca, sugli scambi epistolari
con il medico di casa e con altri dottori conosciuti in seguito dal poeta,
hanno permesso di appurare ch’egli sia stato afflitto dalla terribile (ancor
oggi) tubercolosi ossea, o morbo di Pott, malattia metamorfica, che crea
all’interno dell’ospite un sistema appropriato al suo (della malattia)
mantenimento e alla sua diffusione: blocca l’accrescimento (1 metro e 41 cm,
nel suo caso), determina due simmetriche deformazioni ossee sulla schiena e sul
petto, consente lo sviluppo dei femori, ma non quello della cassa toracica.
Quindi, talvolta contemporaneamente, talvolta uno alla volta, la malattia
manifesta sintomi variegati, coinvolgenti diversi organi e apparati: gli occhi,
l’apparato digerente, quello respiratorio, il sistema cardiocircolatorio. La
medicina del tempo non dà sollievi a Leopardi che, col tempo, impara a curarsi
da solo, o meglio si adatta al terribile malanno al quale non può dare un nome
e che anche lui tende almeno inizialmente a considerare come una punizione per
aver troppo studiato.
Proseguo con le figure
della biografia leopardiana. All’inizio del 1817 scrive la prima lettera a
Pietro Giordani, di 23 anni più anziano di lui, autore di un panegirico di
Napoleone legislatore e di uno ad Antonio Canova. Nelle lettere (p. 534) che per alcuni anni Leopardi
scrive e Giordani, risuonano confessioni, talvolta disperate, talaltra
furibonde, richieste di consigli esistenziali e letterari, profonde riflessioni
sull’arte e dichiarazioni d’intenti. Da parte sua Giordani dichiara fin dalla
prima lettera di aver riconosciuto in Leopardi, un diciannovenne Leopardi che
non ha ancora composto una poesia, “il perfetto scrittore italiano”, per
esprimersi con le sue stesse parole. La ragione di questo giudizio, certo
lungimirante, risale al fatto che il giovanissimo Giacomo, intriso di cultura
classica, erudito e dottissimo, innamorato del Trecento, confida a Giordani di
pensare che si potesse scrivere in italiano soltanto in quella lingua. Parole
che risuonavano dolcemente alle orecchie di uno strenuo difensore del
classicismo quale Giordani è. Leopardi prende ad amare in Giordani il maestro
che lo inizia alla letteratura, unico scopo della sua vita e le lettere sono
numerose, fitte di dichiarazioni anche sentimentali. Alcune, soprattutto di
risposta da parte di Giordani, vengono intercettate e fatte sparire da Monaldo,
e naufraga miseramente un incontro fra i due a Recanati lungamente progettato e
atteso soprattutto da Leopardi all’inizio dell’estate del 1818. A settembre i due finalmente si incontrano, ma pochissimi
giorni e all’ombra di Monaldo, poi riprende la corrispondenza epistolare che
dura, fino ai primi anni Trenta quando entra nella vita di Leopardi l’ultimo
amico, Antonio Ranieri. A Giordani Leopardi confida tra l’altro il desiderio di
fuga che condisce e tormenta la sua esistenza dai diciott’anni in poi. Oppresso
dal male agli occhi (manifestazione della tubercolosi), preda di malinconia e
forse depresso, Leopardi medita inizialmente il suicidio (come giustamente
sospettano i suoi fratelli, che cercano di controllarne gli atti) poi la fuga
da Recanati. Attende comunque la maggiore età, i 21 anni, forza lo stipo
paterno per prenderne denari e parte dopo aver scritto due lettere, una al
padre e una al fratello Carlo. (p. 535).
La lettera al fratello è dolce e affettuosa, quella al padre è un
capolavoro di furore, amore, scherno, odio, retorica, strazio. La fuga non
riesce, perché Leopardi si rivolge, per avere di nascosto il passaporto, a un
funzionario amico di famiglia, assicurandogli che la richiesta viene rivolta
col consenso del padre. Non si sa se per precauzione o per caso, l’amico invia
a Monaldo auguri per la prossima partenza del figlio, sicché costui viene quasi
subito a sapere dell’intento di Giacomo. Si fa quindi mandare il passaporto e
recita di fronte al figlio la parte del padre molto rattristato ma liberale: il
passaporto resta in un cassetto aperto, a sua completa disposizione. Come
scrive Leopardi a Giordani, i mezzi per imprigionarlo ancora sono dei più
apparentemente delicati, ma più tenaci, e lui si sente legato al patibolo.
La vera partenza è
dunque rimandata di due anni: nel novembre del 1822 Giacomo parte per Roma,
restandoci poco più di un anno: il bilancio è delusione e disgusto, che si
protraggono per tutto il periodo, dopo la documentazione offerta dalla lettera
al fratello Carlo (p. 539). A
disgustarlo sono gli intrallazzi e la superficialità mondana, che mette in
pessima luce anche la letteratura e potrebbe arrivare a minare la sua passione
per la medesima. Di altro tenore i viaggi successivi che lo portano a Milano e
a Bologna nel 1825-26, Firenze e Pisa, 27 e 28 e, dopo un passaggio di un anno
a Recanati, ancora a Firenze nel 30, dove conosce l’ultimo amico, il citato
Antonio Ranieri, con il quale andrà a vivere a Napoli nel '33. Leopardi è,
quando la salute glielo consente, un gran camminatore, sicché una delle sue
attività predilette è percorre le vie delle città in cui va ad abitare, senza
vedere nulla, ma sempre pensando intensamente. Altra attività prediletta, la
frequentazione di alcune persone, dalle quali viene affascinato e che sono
affascinate da lui: una prima volta nel ’27 e poi nel ’30 a Firenze conosce il
napoletano Antonio Ranieri, nato nel 1806, esule dal Regno delle Due Sicilie: è alto, biondo,
colto, brillante, divertente, dotato di ingegno versatile e gran conversatore.
I due iniziano ad abitare insieme dall’ottobre 1830. Nello stesso periodo
Leopardi si innamora di Fanny Targioni Tozzetti (in Consalvo), sposata con notissimo medico e botanico Targioni
Tozzetti, di sedici anni maggiore di lei, la quale probabilmente spasimava per
Ranieri, che non la corrispondeva. Con Fanny, così racconta nelle lettere
Leopardi a Ranieri, i due parlavano di lui.
A Napoli, nel 1833, con
Ranieri, Leopardi vive un periodo relativamente felice: il clima sembra essere
propizio alle sue condizioni fisiche, anche se la sua è una malattia che
concede solo poche tregue. Cammina e mangia con piacere le paste dolci della tradizione
napoletana; con Ranieri cambiano spesso casa, ma lui scrive ai familiare di
stare particolarmente bene, perché il clima appunto lo favorisce. Riescono
entrambi a passare indenni attraverso un’epidemia di colera che infuria nel
1836, ma il 14 giugno del 1837, senza alcun preavviso, la malattia gli assesta
il suo ultimo colpo e il poeta muore dolcemente, senza agonia, con accanto
Ranieri e la sorella di lui, dallo
stesso nome della sua, Paolina.
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