lunedì 28 settembre 2015

VITA DI LEOPARDI (da CITATI)

LEOPARDI (Vita attraverso i rapporti con  le persone)
Scelgo arbitrariamente, seguendo la mia ispirazione, di evocare alcune figure della biografia leopardiana, avvalendomi della ponderosa biografia scritta recentemente da Pietro Citati. Il padre, per cominciare: il conte Monaldo, nato a Recanati nel 1866 e qui rimasto per tutta la vita, salvo sporadici e inappaganti soggiorni romani, figlio del Settecento, pervaso di furori alfieriani e aneliti rousseauviani, ambizioso e narcisista, autore fra l’altro di un’Autobiografia piuttosto autocompiaciuta, critico delle opere del figlio Giacomo e in particolare delle Operette morali, intrise di un’irreligiosità che al suo spirito repelleva. Dotato di un cospicuo patrimonio, ma di sicuro non versato nell’amministrazione e nella speculazione, Monaldo perde poco dopo il matrimonio  e la nascita di Giacomo (Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro è la sequenza dei nomi di battesimo) quasi tutti i beni, venendo quindi interdetto legalmente dall’amministrazione dei medesimi (per intervento del papa, che aiuta l’antica famiglia riducendo il tasso dei debiti contratti, ma appunto interdicendo il conte), della quale si trova a essere responsabile la moglie, marchesa Adelaide Antici, provvista di piccola dote e non apprezzata dalla famiglia Leopardi (partecipa al matrimonio solo uno zio). Tratteggiamo allora lei, a questo punto, donna bellissima a detta dei contemporanei  e secondo una miniatura: occhi spendenti, capelli corti ricci biondo scuro, alta, dal portamento austero, folgora al primo sguardo Monaldo che se ne innamora perdutamente. I figli la vedono per anni sempre incinta (Giacomo ha nel corso degli anni 11 fratelli, ma sopravvivono arrivando all’età adulta solo in quattro, lui compreso, cioè Carlo, Paolina, i più longevi,e Pier Francesco, morto qualche anno dopo di lui all’incirca alla stessa sua età), internata volontaria nel palazzo che s’affaccia sulla piazza centrale di Recanati,  dal quale non esce quasi mai, incaricando la sorella di portare a passeggiare i figli e non recandosi che raramente, pur religiosissima,  a messa. Percorre la casa da padrona che ordina e comanda con abiti mascolini, cravattona intorno al collo, pantaloni infilati in stivali, gonna rivoltata al di sopra della vita, chiavi alla cintola a sottolineare appunto il potere padronale. Fanaticamente religiosa, trasforma (come ben sappiamo da Giacomo, p. 530) la casa in una fortezza impenetrabile se non dall’occhio di Dio: né amici né lettere vi dovrebbero entrare o ne dovrebbero uscire, e ogni trasgressione è un dolore e una reprimenda. I figli che le muoiono, come pure tutte le malattie che infastidiscono la fanciullezza e persino quelle, invalidanti, che colpiscono Giacomo, vengono da lei percepite come “doni di Dio”, di cui rallegrarsi. A differenza di Monaldo, registra quest’ultimo nella sua Autobiografia, ma anche annota talora Leopardi nello Zibaldone, Adelaide non piange le morti né compiange le sofferenze dei figli, ma sostiene doversi ritenere tutto un segno di predilezione divina.
Giacomo nasce a Recanati, a nove mesi dal matrimonio fra Monaldo e Adelaide, venerdì  29 giugno 1798. Compagni di giochi dell’infanzia i fratelli Carlo e Paolina, che nascono a poca distanza da lui: con il primo si crea un sodalizio interiore che però il matrimonio di lui interromperà bruscamente. Tra i giochi prediletti dei fratelli, racconta lo stesso Giacomo nelle sue corrispondenze giovanili, servir messa e recitare le funzioni, ma anche imitazioni di battaglie e, quando la malattia inizia a costringerlo a lungo a letto, racconti inventati di epica ispirazione. Stando alle testimonianze, fino a 16 anni Giacomo gode di una salute discreta. Fra il 1814 e il 1817 si dedica allo studio, avvalendosi delle notevolissime risorse racchiuse nella biblioteca paterna, in modo particolarmente intenso, anche se nello Zibaldone con la famosa espressione “studio matto e disperatissimo” allude a un periodo anche più ampio, di almeno sette anni, iniziato dunque anche prima. Anche se l’aneddotica ha tessuto la storia di un Leopardi ammalatosi per l’eccessivo studio, più recenti indagini, condotte sui documenti dell’epoca, sugli scambi epistolari con il medico di casa e con altri dottori conosciuti in seguito dal poeta, hanno permesso di appurare ch’egli sia stato afflitto dalla terribile (ancor oggi) tubercolosi ossea, o morbo di Pott, malattia metamorfica, che crea all’interno dell’ospite un sistema appropriato al suo (della malattia) mantenimento e alla sua diffusione: blocca l’accrescimento (1 metro e 41 cm, nel suo caso), determina due simmetriche deformazioni ossee sulla schiena e sul petto, consente lo sviluppo dei femori, ma non quello della cassa toracica. Quindi, talvolta contemporaneamente, talvolta uno alla volta, la malattia manifesta sintomi variegati, coinvolgenti diversi organi e apparati: gli occhi, l’apparato digerente, quello respiratorio, il sistema cardiocircolatorio. La medicina del tempo non dà sollievi a Leopardi che, col tempo, impara a curarsi da solo, o meglio si adatta al terribile malanno al quale non può dare un nome e che anche lui tende almeno inizialmente a considerare come una punizione per aver troppo studiato.
Proseguo con le figure della biografia leopardiana. All’inizio del 1817 scrive la prima lettera a Pietro Giordani, di 23 anni più anziano di lui, autore di un panegirico di Napoleone legislatore e di uno ad Antonio Canova. Nelle lettere (p. 534) che per alcuni anni Leopardi scrive e Giordani, risuonano confessioni, talvolta disperate, talaltra furibonde, richieste di consigli esistenziali e letterari, profonde riflessioni sull’arte e dichiarazioni d’intenti. Da parte sua Giordani dichiara fin dalla prima lettera di aver riconosciuto in Leopardi, un diciannovenne Leopardi che non ha ancora composto una poesia, “il perfetto scrittore italiano”, per esprimersi con le sue stesse parole. La ragione di questo giudizio, certo lungimirante, risale al fatto che il giovanissimo Giacomo, intriso di cultura classica, erudito e dottissimo, innamorato del Trecento, confida a Giordani di pensare che si potesse scrivere in italiano soltanto in quella lingua. Parole che risuonavano dolcemente alle orecchie di uno strenuo difensore del classicismo quale Giordani è. Leopardi prende ad amare in Giordani il maestro che lo inizia alla letteratura, unico scopo della sua vita e le lettere sono numerose, fitte di dichiarazioni anche sentimentali. Alcune, soprattutto di risposta da parte di Giordani, vengono intercettate e fatte sparire da Monaldo, e naufraga miseramente un incontro fra i due a Recanati lungamente progettato e atteso soprattutto da Leopardi all’inizio dell’estate del 1818. A settembre  i due finalmente si incontrano, ma pochissimi giorni e all’ombra di Monaldo, poi riprende la corrispondenza epistolare che dura, fino ai primi anni Trenta quando entra nella vita di Leopardi l’ultimo amico, Antonio Ranieri. A Giordani Leopardi confida tra l’altro il desiderio di fuga che condisce e tormenta la sua esistenza dai diciott’anni in poi. Oppresso dal male agli occhi (manifestazione della tubercolosi), preda di malinconia e forse depresso, Leopardi medita inizialmente il suicidio (come giustamente sospettano i suoi fratelli, che cercano di controllarne gli atti) poi la fuga da Recanati. Attende comunque la maggiore età, i 21 anni, forza lo stipo paterno per prenderne denari e parte dopo aver scritto due lettere, una al padre e una al fratello Carlo. (p. 535). La lettera al fratello è dolce e affettuosa, quella al padre è un capolavoro di furore, amore, scherno, odio, retorica, strazio. La fuga non riesce, perché Leopardi si rivolge, per avere di nascosto il passaporto, a un funzionario amico di famiglia, assicurandogli che la richiesta viene rivolta col consenso del padre. Non si sa se per precauzione o per caso, l’amico invia a Monaldo auguri per la prossima partenza del figlio, sicché costui viene quasi subito a sapere dell’intento di Giacomo. Si fa quindi mandare il passaporto e recita di fronte al figlio la parte del padre molto rattristato ma liberale: il passaporto resta in un cassetto aperto, a sua completa disposizione. Come scrive Leopardi a Giordani, i mezzi per imprigionarlo ancora sono dei più apparentemente delicati, ma più tenaci, e lui si sente legato al patibolo.
La vera partenza è dunque rimandata di due anni: nel novembre del 1822 Giacomo parte per Roma, restandoci poco più di un anno: il bilancio è delusione e disgusto, che si protraggono per tutto il periodo, dopo la documentazione offerta dalla lettera al fratello Carlo (p. 539). A disgustarlo sono gli intrallazzi e la superficialità mondana, che mette in pessima luce anche la letteratura e potrebbe arrivare a minare la sua passione per la medesima. Di altro tenore i viaggi successivi che lo portano a Milano e a Bologna nel 1825-26, Firenze e Pisa, 27 e 28 e, dopo un passaggio di un anno a Recanati, ancora a Firenze nel 30, dove conosce l’ultimo amico, il citato Antonio Ranieri, con il quale andrà a vivere a Napoli nel '33. Leopardi è, quando la salute glielo consente, un gran camminatore, sicché una delle sue attività predilette è percorre le vie delle città in cui va ad abitare, senza vedere nulla, ma sempre pensando intensamente. Altra attività prediletta, la frequentazione di alcune persone, dalle quali viene affascinato e che sono affascinate da lui: una prima volta nel ’27 e poi nel ’30 a Firenze conosce il napoletano Antonio Ranieri, nato nel 1806, esule  dal Regno delle Due Sicilie: è alto, biondo, colto, brillante, divertente, dotato di ingegno versatile e gran conversatore. I due iniziano ad abitare insieme dall’ottobre 1830. Nello stesso periodo Leopardi si innamora di Fanny Targioni Tozzetti (in Consalvo), sposata con notissimo medico e botanico Targioni Tozzetti, di sedici anni maggiore di lei, la quale probabilmente spasimava per Ranieri, che non la corrispondeva. Con Fanny, così racconta nelle lettere Leopardi a Ranieri, i due parlavano di lui.
A Napoli, nel 1833, con Ranieri, Leopardi vive un periodo relativamente felice: il clima sembra essere propizio alle sue condizioni fisiche, anche se la sua è una malattia che concede solo poche tregue. Cammina e mangia con piacere le paste dolci della tradizione napoletana; con Ranieri cambiano spesso casa, ma lui scrive ai familiare di stare particolarmente bene, perché il clima appunto lo favorisce. Riescono entrambi a passare indenni attraverso un’epidemia di colera che infuria nel 1836, ma il 14 giugno del 1837, senza alcun preavviso, la malattia gli assesta il suo ultimo colpo e il poeta muore dolcemente, senza agonia, con accanto Ranieri e la  sorella di lui, dallo stesso nome della sua, Paolina. 

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