Urlo – Allen Ginsberg, 1955, beat generation
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga
rabbiosa,
hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su spartiti a
fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime
delle città contemplando jazz,
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano
angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che passavano per le università con freddi occhi radiosi
allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,
che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver
pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando
denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,
che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da
Laredo con una cintura di marijuana per New York,
che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina
nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso
con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e
sbronze a non finire,
incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale
in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo
immobile del Tempo in mezzo,
solidità Peyota di corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro
cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse
drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei
rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce
regale luce della mente,
che si incatenavano ai subways in corse interminabili dal
Battery al santo Bronx pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini
li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente
svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo,
che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di
Bickford fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel
desolato Fugazzi ascoltando lo spacco del destino al jukebox all’idrogeno,
che parlavano settanta ore di seguito dal parco alla stanza al
bar a Bellevue al museo al ponte di Brooklyn,
schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai
gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai
davanzali dall’Empire State giù dalla luna, farfugliando
strillando vomitando sussurrando fatti
e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks
di ospedali e carceri e guerre, intieri intelletti rigurgitati
in un richiamo totale per
sette giorni e notti con occhi brillanti, carne
da Sinagoga sbattuta per terra, che svanivano nel nulla Zen New
Jersey lasciando
una scia di ambigue cartoline del Municipio di
Atlantic City, straziati da sudori Orientali e scricchiolii
d’ossa
Tangerini e emicranie Cinesi nel rientro dalla streppa in una
squallida stanza mobiliata di
Newark23, che giravano e giravano a mezzanotte tra i binari
morti chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori
spezzati, che accendevano sigarette in carri merci carri merci
carri merci strepitanti nella neve verso fattorie
solitàrie nella notte dei nonni, che studiavano Piotino Poe
Sangiovanni della Croce
telepatia e cabala del bop perché il cosmos
vibrava istintivamente ai loro piedi nel Kansas, che stavano
soli per le strade dello Idaho in cerca di
visionari angeli indiani che erano visionari angeli
indiani, che credevano di essere soltanto matti quando Baltimore
luccicava in un’estasi soprannaturale, che sobbalzavano in limousine col Cinese
dell’ OkIaho-
ma sotto l’impulso di inverno mezzanotte luce
stradale provincia pioggia,
che indugiavano affamati e soli a Houston in cerca di jazz o
sesso o minestra, e seguivano il brillante Spagnolo per chiacchierare
sull’America e l’Eternità, causa persa, e cosi si imbarcavano per l’Africa,
che scomparivano nei vulcani del Messico non lasciando che
l’ombra dei jeans e la lava e ceneri di poesia sparse nella Chicago caminetto,
che riapparivano sulla West Coast indagando sul f.b.i. barbuti e
in calzoncini con grandi occhi pacifisti sexy nella pelle scura distribuendo
volantini incomprensibili,
che si bucavano le braccia con sigarette protestando contro la
nebbia di tabacco narcotico del Capitalismo,
che diffondevano manifesti Supercomunisti in Union Square
piangendo e spogliandosi mentre le sirene di Los Alamos li zittivano col loro
grido, e gridavano giù per Wall e anche il ferry di Staten Island gridava,
che crollavano piangendo in palestre bianche nudi e tremanti
davanti al macchinario di altri scheletri,
che mordevano i poliziotti nel collo e strillavano di felicità
nelle camionette per non aver commesso altro delitto che la loro intossicazione
e pederastia pazza tra amici,
che urlavano in ginocchio nel subway e venivano trascinati dal
tetto sventolando genitali e manoscritti,
che si lasciavano inculare da motociclisti beati, e strillavano
di gioia,
che si scambiavano pompini con quei serafini umani, i marinai,
carezze di amore Atlantico e Caribbeo,
che scopavano la mattina la sera in giardini di rose e sull’erba
di parchi pubblici e cimiteri spargendo il loro seme liberamente su chiunque
venisse,
che gli veniva un singhiozzo interminabile cercando di
ridacchiare ma finivano con un singhiozzo dietro un tramezzo dei Bagni Turchi
quando l’angelo biondo & nudo veniva a trafiggerli con una spada,
che perdevano i loro ragazzi d’amore per le tre vecchie streghe
del fato la strega guercia del dollaro eterosessuale la strega guercia che
strizza l’occhio dal grembo e la strega guercia che sta li piantata sul culo a
spezzare i fili d’oro intellettuali del telaio artigianale,
che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra
un amante un pacchetto di sigarette una candela e cadevano dal letto, e
continuavano sul pavimento e giù per il corridoio e finivano svenuti contro il
muro con una visione di fica suprema e sperma eludendo l’ultima sbora della
coscienza,
che addolcivano le fiche di milioni di ragazze tremanti al tramonto,
e avevano gli occhi rossi la mattina ma pronti ad addolcire la fica dell’alba,
natiche lampeggianti sotto i granai e nude nel lago,
che andavano a puttane nel Colorado in miriadi di macchine
notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di
Denver — gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in
terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti, in
poltrone traili
ballanti di vecchi cinema, su cime di montagna in caverne o con
cameriere secche in strade familiari sottane solitarie alzate & solipsismi
particolarmente segreti nei cessi dei distributori di benzina, & magari nei
vicoli intorno a casa,
che dissolvevano in grandi cinema luridi, si spostavano in
sogno, si svegliavano su una Manhattan improvvisa, e si tiravano su da incubi
di cantine ubriachi di Tokay spietato e da orrori di sogni di ferro della Terza
Strada & inciampavano verso l’Ufficio Assistenza,
che camminavano tutta la notte con le scarpe piene di sangue su
moli coperti di neve aspettando che una porta sullo East River si aprisse su
una stanza piena di vapore caldo e di oppio,
che creavano grandi drammi suicidi in appartamenti a picco sullo
Hudson sotto azzurri fasci antiaerei di luce lunare & le loro teste saranno
incoronate di alloro nell’oblio,
che mangiavano stufato d’agnello dell’immaginazione o ingoiavano
rospi nel fondo fangoso dei fiumi di Bowery,
che piangevano sulle strade romantiche coi carretti pieni di
cipolle e musica scassata,
che sedevano in casse respirando al buio sotto il ponte, e si
alzavano per fare clavicembali nelle loro soffitte,
che tossivano al sesto piano di Harlem incoronati di fiamme
sotto il cielo tubercolare circondati da teologia in cassette da frutta,
che scarabocchiavano tutta la notte in un rock and roll su
incantesimi da soffitta destinati a diventare nella mattina giallastra strofe
di assurdo,
che cuocevano animali marci polmoni cuori code zampe borsht
& tortillas sognando il puro reame vegetale,
che si buttavano sotto furgoni di carne in cerca di un uovo, .
che buttavano orologi dal tetto per gettare il loro voto
all’Eternità fuori del Tempo, & per un decennio dopo le sveglie cadevano
ogni giorno sul loro capo,
che si tagliavano i polsi tre volte di seguito senza seguito,
rinunciavano ed erano costretti ad aprire negozi di antiquariato dove credevano
di invecchiare e piangevano,
che venivano arsi vivi nei loro innocenti vestiti di flanella
sulla Madison Avenue tra esplosioni di versi di piombo e il frastuono artificiale
dei ferrei reggimenti della moda & gli strilli alla nitroglicerina dei
finocchi della pubblicità & l’iprite di sinistri redattori intelligenti, o
venivano investiti dai taxi ubriachi della Realtà Assoluta,
che si buttavano dal ponte di Brookiyn questo è successo davvero
e se ne andavano sconosciuti e dimenticati tra la foschia spettrale di
Chinatown minestra vicoli & autopompe, neanche una birra gratis,
che cantavano disperati dalle finestre, cadevano dal finestrino
del subway, si buttavano nello sporco Passaic, saltavano su negri, piangevano
lungo tutta la strada, ballavano scalzi su bicchieri rotti spaccavano
nostalgici dischi Europei di jazz tedesco del ‘30 finivano il whisky e
vomitavano rantolando nel cesso insanguinato, nelle loro orecchie gemiti e
l’esplosione di colossali sirene,
che rotolavano giù per le autostrade del passato andando l’un
l’altro verso l’hotrod-Golgotha di veglia solitudine-prigione o l’incarnazione
del jazz di Birmingham,
che guidavano est – ovest settantadue ore per sapere se io avevo
una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire
l’Eternità,
che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a
Denver & aspettavano invano, che vegliavano a Denver & meditavano senza
compagni a Denver e infine se ne andavano per scoprire il Tempo, & ora
Denver ha nostalgia dei suoi eroi,
che cadevano in ginocchio in cattedrali senza speranze pregando
per l’un l’altro salvezza e luce e seni, finché l’anima si illuminava i capelli
per un attimo,
che si sfondavano il cervello in prigione aspettando criminali
impossibili dalla testa bionda e il fascino della realtà nei loro cuori che
cantavano dolci blues a Alcatraz,
che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a
Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern
Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o
la fossa,
che chiedevano prove di infermità mentale accusando la radio di
ipnotismo & venivano lasciati con la loro pazzia & le loro mani &.
una giuria incerta,
che al ccny buttavano patate in insalata ai conferenzieri sul
Dadaismo e poi si presentavano sui gradini di pietra del manicomio con teste
rapate e discorsi arlecchineschi di suicidio, chiedendo un’immediata lobotomia,
e invece venivano sottoposti al vuoto concreto o insulina
metrasol elettricità idroterapia psicoterapia terapia educativa ping pong e
amnesia,
che in malinconica protesta rovesciavano un unico simbolico
tavolo da ping pong, riposando un poco in catatonia,
ritornando anni dopo proprio calvi eccetto una parrucca di
sangue, e lacrime e dita, al visibile destino da pazzo delle corsie delle
città-manico-mio dell’Est,
fetidi corridoi di Pilgrim State Rockland e Greystone, litigando
con gli echi dell’anima, rockrollando nella mezzanotte solitudine-panca
dolmen-rea-mi dell’amore, sogno della vita un incubo, corpi ridotti pietra
pesanti come la luna,
con mamma finalmente …, e l’ultimo libro fantastico scaraventato
dalla finestra, e l’ultima porta chiusa alle 4 del mattino e l’ultimo telefono
sbattuto in risposta contro il muro e l’ultima stanza ammobiliata svuotata fino
all’ultimo pezzo di mobilia mentale, una rosa di carta gialla attorcigliata su
una gruccia di fil di ferro nell’armadio, e perfino essa immaginaria,
nient’altro che un pezzetto di speranza nell’allucinazione –
ah, Carl, mentre tu non sei al sicuro io non sono al sicuro, e
ora sei davvero nel totale brodo animale” del tempo –
e che dunque correvano per le strade gelate ossessionati da un
lampo improvviso dell’alchimia dell’uso dell’ellisse il catalogo il metro &
i piani vibranti,
che sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo & lo
Spazio mediante immagini contrapposte, e
intrappolavano l’arcangelo dell’anima tra 2 immagini visive e
univano i verbi demenziali e sistemavano insieme il sostantivo e il trattino
della coscienza sobbalzando alla sensazione del Pater Omnipotens Aeterni Deus
per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa umana e
fermarvisi di fronte muti e intelligenti e tremanti di vergogna, ripudiati ma
con anima confessa per conformarsi al ritmo del pensiero nella sua testa nuda e
infinita,
il pazzo vagabondo e angelo battuto nel Tempo, sconosciuto, ma dicendo
qui ciò che si potrebbe lasciar da dire nel tempo dopo la morte,
e si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz
all’ombra tromba d’oro della banda e suonavano la sofferenza per amore della
nuda mente d’America in un urlo di sassofono elai elai lamma lamma sabacthani
che faceva tremare le città fino all’ultima radio
col cuore assoluto della poesia della vita macellato dai loro
corpi buono da mangiare per mille anni.
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