INTRODUZIONE METODOLOGICA ALLA TRADUZIONE CONTRASTIVA
“Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi ‘dire la stessa cosa’”. (U. Eco)
La traduzione è centrale nello studio delle lingue classiche a livello liceale e dunque non si può prescindere da una focalizzazione preliminare sull’operazione del tradurre.
La traduzione è, in sé, un’attività specialistica, complessa, così rappresentabile quanto a stadi di lavoro:
- decodificazione della lingua di partenza,
- passaggio attraverso una fase intermedia in cui si realizzano comprensione e mediazione del messaggio
- ricodificazione nella lingua di arrivo
Il problema didattico è:
COME TRASMETTERE, ossia CON QUALI TIPI DI ESERCITAZIONE, QUESTA ABILITÀ COMPLESSA.
Paradossalmente l’utile del lavoro di traduzione risiede nell’insegnare, o meglio, nel far avere l’esperienza che non esiste un metodo di traduzione o, addirittura, che tradurre sfiora l’impossibilità: nel senso di far comprendere che la traduzione deve essere compiuta con rigore scientifico, ma può giungere a molti, diversi, risultati.
La traduzione è comunque un’operazione che fa violenza al testo, ma è uno strumento che costringe alla riflessione linguistica. Costringe a una dissezione del testo di partenza, che è utile anche se il risultato della successiva ricomposizione delle membra del testo è, a livello liceale, simile alla mostruosa creatura di Frankenstein.
Ha scritto Niccolò Tommaseo, scrittore del secondo romanticismo italiano e autore di un celebre Dizionario della lingua italiana, che
“raffrontare la traduzione all’autore tradotto, e l’una con l’altra le traduzioni varie, sarebbe esercizio non solamente di lingua e di stile, ma di idee e raziocinii: giacché il paragone delle parole conduce a pensare le cose, e dall’ordine dei costrutti di necessità ascendesi all’ordine de’ concetti.”
Parlare di confronto fra traduzioni come strumento didattico significa mettere a contatto gli studenti con quella che si suole chiamare “traduzione letteraria” ovvero con la massima espressione della traduzione come attività specialistica. “Entrare nel laboratorio dei traduttori” può quindi essere intesa come un’attività di tipo seminariale, da svolgere prevalentemente in classe, seguendo approssimativamente questo schema di lavoro:
- Proposta di un testo, previa conoscenza dell’Autore e dell’opera ovvero del suo inquadramento nella storia della letteratura latina, accompagnato da 3 o 4 traduzioni letterarie.
- Decodificazione del medesimo per via di una traduzione letterale, comprensiva di analisi morfo-sintattica; focalizzazione su parole, ad esempio su quelle fondamentali per l’intendimento del pensiero o per la definizione dello stile dell’Autore (ricerche sul dizionario, indicazione di etimologie).
- Ricodificazione del testo per arrivare a una traduzione personale, per via d’un confronto tra il testo tradotto letteralmente e le traduzioni letterarie.
- Commento stilistico, con riguardo ovviamente alla forma e al contenuto.
“La traduzione contrastiva è […] figlia del modello gnoseologico ermeneutico, che fa dell’interpretazione il cardine dell’approccio al testo. Non viene fornita infatti ‘la’ traduzione – quella sola, quell’unica giusta alla quale i docenti sembrano tanto affezionati – ma ‘le’ traduzioni o, meglio, alcune possibili interpretazioni. In tal modo, si avvezza l’adolescente alla consapevolezza del carattere comunque parziale e relativo di ogni interpretazione, anche la propria, e di come la ricerca dell’oggettività sia, di per sé, un concetto plurale.” (Antonia Piva)
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FEDRO, Fabulae, I, 1, Lupus et agnus, 15vv
Ad rivum1 eundem2 lupus et agnus venerant3, siti compulsi4.
Superior5 stabat6 lupus, longeque7 inferior8 agnus.
Tunc9 fauce improba10 latro incitatus11 iurgii12 causam intulit13:
"Cur14 - inquit15 - turbulentam16 fecisti17 mihi18 aquam bibenti19?"
Laniger contra20 timens21:
"Qui possum22 - quaeso - facere quod quereris23, lupe? A te decurrit24 ad meos haustus liquor."
Repulsus25 ille veritatis viribus:
"Ante26 hos sex menses male27 - ait - dixisti mihi".
Respondit28 agnus:
"Equidem29 natus non eram30!"
"Pater, hercle31, tuus - ille inquit - male dixit mihi!"
Atque ita32 correptum33 lacerat34 iniusta nece.
Haec35 propter illos36 scripta est37 homines36 fabula qui38 fictis causis39 innocentes opprimunt40.
Superior5 stabat6 lupus, longeque7 inferior8 agnus.
Tunc9 fauce improba10 latro incitatus11 iurgii12 causam intulit13:
"Cur14 - inquit15 - turbulentam16 fecisti17 mihi18 aquam bibenti19?"
Laniger contra20 timens21:
"Qui possum22 - quaeso - facere quod quereris23, lupe? A te decurrit24 ad meos haustus liquor."
Repulsus25 ille veritatis viribus:
"Ante26 hos sex menses male27 - ait - dixisti mihi".
Respondit28 agnus:
"Equidem29 natus non eram30!"
"Pater, hercle31, tuus - ille inquit - male dixit mihi!"
Atque ita32 correptum33 lacerat34 iniusta nece.
Haec35 propter illos36 scripta est37 homines36 fabula qui38 fictis causis39 innocentes opprimunt40.
Erano arrivati a un medesimo ruscello, assetati, un lupo e un agnello. Più in alto stava il lupo, molto più in basso l’agnello. Allora il predone, eccitato dalla fame, cercò un pretesto per assalirlo. “Perché mi hai intorbidato l’acqua mentre bevevo?” La lanosa creatura, di rimando, impaurita, mormora: “Come posso, ti prego, aver fatto ciò che lamenti, lupo? L’acqua scorre dalla tua direzione alla mia.” Respinto dalla forza della verità incalza: “Sei mesi or sono hai parlato male di me”: L’agnello replica: “Non ero ancora nato!”. “Tuo padre, accidenti, ha parlato male di me”. E afferratolo lo dilania brutalmente. Questa favola trae ispirazione da quegli uomini che calpestano gli innocenti adducendo pretestuose ragioni.
Analisi morfosintattica
1) Ad rivum: complemento di moto a luogo introdotto da venerant
2) Eundem: da idem, eadem, idem pronome definito, accusativo, singolare, maschile; attributo di rivum.
3) Venerant: da venio, venis, veni, ventum, venire, indicativo, piuccheperfetto, terza persona plurale
4) Compulsi: da compello, -is, compuli, compulsum, compellere participio perfetto, nominativo pulare maschile,
5) Superior: aggettivo comparativo da super [preposizione], attributo di lupus.
6) Stabat: da sto, -as, steti, statum, stare, indicativo, imperfetto, terza persona singolare.
7) Longeque: composto da longe (avverbio) +que (congiunzione)
8) Inferior: aggettivo comparativo originato da infer [preposizione], attributo di agnus, nominativo singolare.
9)Tunc: avverbio
10) Fauce improba: complemento di causa efficiente (con attributo), introdotto da incitatus
11) Incitatus: da incito,-as, -avi, -atum, -are participio perfetto.
12) Iurgii: complemento di specificazione
13) Intulit: infero, infers, intuli, inlatum, inferre, indicativo, perfetto, terza persona singolare.
14) Cur: avverbio interrogativo.
15) Inquit: da inquam verbo difettivo, indicativo perfetto.
16)Turbulentam: complemento predicativo dell'oggetto di fecisti (aquam).
17) Fecisti: facio, -is, feci, factum, facere, indicativo perfetto seconda persona singolare.
18) Mihi: pronome personale; ego mei mihi me me; dativo singolare
19) Bibenti: bibo, -is, -i, -bibitum, bibere, participio presente, dativo singolare concordato con mihi (valore verbale del participio).
20) Contra: avverbio.
21)Timens: da timeo, -es, timui, timere, participio presente, nominativo, maschile singolare.
22) Possum: da possum, potes, potui, posse indicativo presente, prima persona singolare
23) Quereris: da queror, quereris, questus sum, queri, indicativo presente seconda persona singolare
24) Decurrit: da decurro, -is, -i, decursum, decurrere, indicativo, presente, terza persona singolare.
25) Repulsus: repello, repellis, repelli, repulsum, repellere
26) Ante hos sexes menses: complemento di tempo determinato.
27) Male: avverbio di modo
28) Respondit: da respondeo, -es, -i, responsum, -ere indicativo perfetto, terza persona singolare
29) Equidem: avverbio (concessivo o limitativo)
30) Natus non eram: predicativo nominale (il participio natus è usato in funzione nominale).
31) Hercle: locuzione esclamativa.
32) Ita: avverbio di modo
33) Correptum: corripio, -is, -ui, correptum, corripere, paticipio perfetto, maschile, singolare, accusativo (funzione verbale, afferrato, dopo che è stato afferrato)
34) Lacerat: lacero, -as, -avi, -atum, lacerare, indicativo presente, terza persona singolare.
35) Haec: da hic, haec, hoc nominativo femminile singolare, attributo di fabula.
36) Propter illos homines: complemento di causa e attributo.
37) Scripta est: da scribo, -is, scripsi, scriptum, scribere indicativo perfetto passivo, terza persona singolare
38) Qui: pronome relativo di homines, nominativo, maschile, plurale.
39) Fictis causis: complemento di mezzo e attributo
40) Opprimunt: da opprimo, opprimis, oppressi, oppressum, opprimere indicativo presente, terza persona plurale
LUCANO, Pharsalia, VI, vv. 719-735; 750-774
Haec ubi fata caput spumantiaque ora levavit,
720adspicit adstantem proiecti corporis umbram
exanimes artus invisaque claustra timentem
carceris antiqui. Pavet ire in pectus apertum
visceraque et ruptas letali vulnere fibras.
A miser extremum cui mortis munus inique
725eripitur, non posse mori. Miratur Erictho
has fatis licuisse moras, irataque Morti
verberat immotum vivo serpente cadaver
perque cavas terrae, quas egit carmine, rimas
manibus illatrat regnique silentia rumpit:
730"Tisiphone vocisque meae secura Megaera,
non agitis saevis Erebi per inane flagellis
infelicem animam? iam vos ego nomine vero
eliciam Stygiasque canes in luce superna
destituam; per busta sequar, per funera custos;
735expellam tumulis, abigam vos omnibus urnis.
[…]
Protinus astrictus calvit cruor atraque fovit
vulnera et in venas extremaque membra cucurrit.
Percussae gelido trepidant sub pectore fibrae,
et nova desuetis subrepens vita medullis
miscetur morti. Tunc omnis palpitat artus,
755tenduntur nervi; nec se tellure cadaver
paulatim per membra levat terraque repulsumst
erectumque semel. Distento lumina rictu
nudantur. Nondum facies viventis in illo,
iam morientis erat; remanet pallorque rigorque,
760et stupet illatus mundo. sed murmure nullo
ora adstricta sonant: vox illi linguaque tantum
responsura datur. "Dic" inquit Thessala "magna,
quod iubeo, mercede mihi; nam vera locutum
immunem toto mundi praestabimus aevo
765artibus Haemoniis; tali tua membra sepulchro,
talibus exuram Stygio cum carmine silvis,
ut nullos cantata magos exaudiat umbra.
Sit tanti vixisse iterum, nec verba nec herbae
audebunt longae somnum tibi solvere Lethes
770a me morte data. Tripodas vatesque deorum
sors obscura decet: certus discedat, ab umbris
quisquis vera petit duraeque oracula Mortis
fortis adit. Ne parce, precor: da nomina rebus,
da loca, da vocem, qua mecum fata loquantur".
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Non appena ha pronunciato queste parole, alza il capo e la bocca piena di
bava e scorge ritta in piedi l'anima del corpo disteso a terra, che
paventa le membra senza vita e gli odiati sbarramenti dell'antico carcere:
essa è terrorizzata al pensiero di tornare nel petto ferito, nelle viscere
e negli altri organi, squarciati da colpi mortali. Oh infelice, cui è
strappato ingiustamente l'estremo vantaggio della morte, il fatto cioè di
non poter più morire! Eritto si meraviglia che il fato possa frapporre
tali indugi e, piena d'ira contro la Morte, percuote il cadavere immobile
con un serpente vivo e, attraverso le fenditure, che la terra - obbedendo
all'incantesimo - ha provocato, abbaia contro i Mani, infrangendo così i
silenzi del regno d'oltretomba: «O Tisìfone, o Megèra, che sei
indifferente alle mie parole, perché non spingete con crudeli frustate
quest'anima infelice attraverso il vuoto dell'Èrebo? Ecco che io adesso,
chiamandovi con il vostro vero nome, vi costringerò ad uscire alla luce
del giorno, cagne dello Stige, e lì vi abbandonerò: vi inseguirò, come se
fossi custode dei cimiteri, per tombe e funerali e vi scaccerò da ogni
tumulo e da ogni sepolcro.[…]
Subito il sangue rappreso si riscalda e ridà vita alle nere ferite e
scorre nuovamente nelle vene fino all'estremità delle membra: gli organi
interni, percossi nel petto gelido, palpitano e la nuova vita, scorrendo
nelle midolla non più abituate alla normale attività organica, si mescola
alla morte. Tutte le membra vibrano, i nervi si tendono: il cadavere non
si alza dal suolo utilizzando gradatamente i suoi arti, ma, tutto in una
volta, è respinto da terra ed è ritto in piedi. Aperte le fessure delle
palpebre, gli occhi si spalancano: l'aspetto non è ancora quello di una
persona viva, dal momento che aveva cominciato ad esser quello di un
morto: predominano ancora il pallore e la rigidità ed egli si stupisce di
essere stato nuovamente trasportato nel mondo. La bocca, però, ancora
irrigidita, non emette alcun mormorio: la voce e la lingua gli sono state
fornite soltanto per dare risposte. La maga lo apostrofa: «Dimmi quel che
ti ordino e ci sarà per te una grande ricompensa: se dirai il vero,
infatti, ti renderò immune dagli incantesimi tessalici per sempre: arderò
il tuo corpo con un tale rogo, con tale legname e con tali formule magiche
che la tua anima non dovrà più subire gli incantesimi e le formule dei
maghi. Sia questo il prezzo di essere tornato in vita: né gli scongiuri né
i filtri magici oseranno - una volta che io ti avrò fatto morire
definitivamente - spezzare il sonno del tuo lungo Lete. I vaticini oscuri
si addicono ai tripodi e ai vati degli dèi: si allontanino sicuri tutti
coloro che chiedono la verità alle ombre ed affrontano coraggiosamente i
responsi della dura morte. Non tener celato nulla, ti prego: svela con
chiarezza e con precisione gli eventi ed i luoghi e parla con quella voce,
con cui i fati mi si possano rivelare». Aggiunse anche una formula di
incantesimo, con la quale permise all'anima di conoscere tutto quello che
le veniva richiesto. Il cadavere, triste, rispose tra le lacrime:
«Richiamato dalla sponda appena toccata, non ho visto i funerei stami
delle Parche. Purtuttavia sono stato in grado di sapere da tutte le anime
che una feroce discordia lacera i Mani di Roma e che le armi nefande hanno
infranto la quiete degli inferi: alcuni condottieri son giunti qui, in
opposte schiere, dai campi Elisi, altri dal triste Tàrtaro, ed hanno
rivelato quel che i fati stanno apprestando. Le anime dei beati avevano
un'espressione sconsolata: ho potuto scorgere i due Decii, padre e figlio,
vittime sacrificali per le guerre; Camillo e i Curii che piangevano; Silla
che si crucciava con te, o Fortuna; Scipione si lamentava della sua
sfortunata discendenza, destinata a morire in terra di Libia; Catone
Censore - che combatté Cartagine più accanitamente di Scipione - si
rattristava per il destino del nipote, che non acconsentirà mai a servire.
Soltanto te, o Bruto, che fosti il primo console, allorché cacciasti i
tiranni, ho scorto pieno di gioia tra i pii Mani. Catilina esultava in
atteggiamento minaccioso, spezzate e infrante le catene, e così anche i
Marii torvi e i Cetèghi dalle spalle scoperte; ho visto rallegrarsi i
rappresentanti della parte popolare, i Drusi, che non avevano misura nel
presentare leggi, ed i Gracchi, che progettavano cose grandi e temerarie.
Applaudono le mani avvinte da eterni nodi d'acciaio nelle prigioni di Dite
e la folla dei dannati reclama i campi delle anime beate. Il sovrano
dell'inerte regno schiude le pallide sedi, rende più aspre le rocce
scoscese ed appresta il duro acciaio per i ceppi e la pena per il
vincitore. Riporta con te questo motivo di conforto, o giovane: le ombre
attendono tuo padre e gli appartenenti alla vostra famiglia in un rifugio
accogliente e pieno di pace e in una zona tranquilla del regno degli
inferi riservano un luogo ai Pompeii. La gloria di una vita breve non sia
per voi motivo di preoccupazione: giungerà l'ora che travolgerà nel
medesimo destino tutti i condottieri. Affrettatevi a morire e, superbi nel
vostro orgoglio, scendete dai vostri roghi, per quanto umili, e calpestate
i Mani degli dèi di Roma. Vien chiesto anche quale sepolcro lambisca
l'onda del Nilo e quale quella del Tevere: i capi lottano soltanto per il
loro funerale. Tu non tentar di conoscere il tuo destino: saranno le
Parche a rivelartelo, senza che io dica alcunché: ti predirà ogni cosa,
divenuto vate più sicuro, il padre Pompeo nei campi di Sicilia, anch'egli
incerto dove chiamarti o da dove farti star lontano, quali zone del mondo
e quali costellazioni esortarti ad evitare. O miseri, temete l'Europa, la
Libia e l'Asia: la Fortuna ha scandito con sepolcri i vostri trionfi:
casato degno di commiserazione, in tutto il mondo non riuscirai a scorgere
nulla di più sicuro dell'Emazia». Dopo che ha svelato i fati, rimane ritto
con il volto triste e reclama silenziosamente la morte. C'è bisogno di
scongiuri magici e di filtri, affinché il cadavere stramazzi, dal momento
che i destini non possono riottenere l'anima, una volta che hanno fatto
uso del loro diritto. Allora la strega innalza un rogo con molta legna: il
morto si dirige verso le fiamme. Eritto si allontana dal giovane dopo
averlo deposto sulla catasta accesa, consentendogli finalmente di morire.
Accompagna poi Sesto verso l'accampamento di Pompeo e, mentre la luce si
sta diffondendo nel cielo, la notte - costretta a trattenere il giorno -
offre fitte tenebre, fino a quando essi non siano giunti al sicuro fra le
tende.
MARZIALE, Epigrammata, IX, 81, 4vv, X,1, 4vv; I, 10, 3vv; X, 8, 2 vv.; X, 43, 2 vv; VIII, 79, 5vv; III, 77, 10vv; X, 10, 12vv.
SENECA, De brevitate vitae, capitolo 1.
Dal De brevitatae vitae, capitolo I
Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignimur, quod haec tam velociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et imprudens vulgus ingemuit; clarorum quoque virorum hic affectus querellas evocavit. Inde illa maximi medicorum exclamatio est: "vitam brevem esse, longam artem". Inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conveniens sapienti viro lis: "aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare". Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus brevem vitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet.
NOTA
Paolino è il dedicatario del De brevitate vitae. Su questo personaggio Seneca non fornisce precise indicazioni, limitandosi a definirlo un alto funzionario imperiale. Quasi certa, comunque, l’identificazione con Pompeo Paolino, prefetto dell’annona (cioè supervisore dei rifornimenti di grano, carica istituita da Ottaviano Augusto) e padre di Paolina, moglie di Seneca. La data di composizione dell’opera è discussa, oscillando fra il 49 e il 62.
La maggioranza dei mortali, o Paolino, lamenta la malvagità della natura, perché siamo messi al mondo per un breve tempo, perché questo tempo a noi concesso trascorre così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita cessa al suo stesso sorgere. Né di tale calamità, comune a tutti, come noto, si lamentò solo la moltitudine e il popolo privo di senno;questo stato d’animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui la famosa proclamazione del più illustre dei medici, che la vita è breve, l’arte lunga; di qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell’esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all’uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo,ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.
TUTTE LE PROPOSIZIONI PRINCIPALI SONO SOTTOLINEATE
Quod…gignimur: subordinata CAUSALE (quod, quia, quoniam + indicativo o congiuntivo).
Quod …decurrant: subordinata CAUSALE (in coordinazione per asindeto con la precedente).
Adeo ut…destituat: subordinata CONSECUTIVA.
Exceptis paucis: ABLATIVO ASSOLUTO CON PARTICIPIO PERFETTO, VALORE PASSIVO E PASSATO.
UT opinantur : proposizione PARENTETICA e MODALE
Clarorum…evocavit: coordinata per ASINDETO
“Vitam…artem”: infinitiva EPESEGETICA (esplicativa).
“aetatis…indulsisse”: infinitiva EPESEGETICA.
Ut …educerent: [introdotta da TANTUM, nella proposizione sopra]: subordinata CONSECUTIVA
Homini…stare: coordinata per asindeto alla subordinata consecutiva.
Sed…perdidimus: coordinata AVVERSATIVA.
Si…collocaretur: protasi di periodo ipotetico (l’apodosi è la principale sottolineata), ovvero SUBORDINATA CONDIZIONALE. Si tratta di periodo del III tipo, con est che funge da FALSO CONDIZIONALE e COLLOCARETUR che è un imperfetto congiuntivo, indizio della presenza di un PERIODO IPOTETICO.
Ubi…diffluit, ubi… impenditur: subordinate TEMPORALI coordinate tra loro per asindeto.
Necessitate cogente: ABLATIVO ASSOLUTO con participio presente, contemporaneità con la principale, valore ATTIVO.
Sed…sentimus: coordinata AVVERSATIVA
Transisse: INFINITIVA
Et non intelleximus: coordinata per ASINDETO.
quam ire: INFINITIVA (contiene un NESSO RELATIVO et eam, soggetto della prima infinitiva, mentre l’et si unisce a non intelleximus).
Non…brevem vitam: coordinata per ASINDETO.
Sed fecimus: coordinata AVVERSATIVA.
Nec…sumus: coordinata NEGATIVA.
Ubi…pervenerunt: subordinata TEMPORALE.
At…crescunt: coordinata AVVERSATIVA.
Si traditae sunt: CONDIZIONALE (protasi del I tipo).
Ita…patet: coordinata per ASINDETO.
Seneca, De brevitate vitae, capitolo 2, 1-4.
Quid de rerum naturā querimur? Illa se benigne gessit: vita, si uti scias, longa est. At alium insatiabilis tenet avaritia, alium in supervacuis laboribus operosa sedulitas; alius vino madet, alius inertiā torpet; alium defatigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio, alium mercandi praeceps cupiditas circa omnis terras, omnia maria spe lucri ducit; quosdam torquet cupido militiae, numquam non aut alienis periculis intentos aut suis anxios; sunt quos ingratus superiorum cultus voluntariā servitute consumat; multos aut adfectatio alienae fortunae aut suae querella detinuit; plerosque nihil certum sequentis vaga et inconstans et sibi displicens levitas per nova consilia iactavit; quibusdam nihil quo cursum derigant placet, sed marcentis oscitantisque fata deprendunt, adeo ut quod apud maximum poetarum more oraculi dictum est verum esse non dubitem: "exigua pars est vitae quā vivimus." Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est. Urgent et circumstant vitia undique nec resurgere aut in dispectum veri attollere oculos sinunt, sed mersos et in cupiditatem infixos premunt. Numquam illis recurrere ad se licet; si quando aliqua fortuito quies contigit, velut profundum mare, in quo post ventum quoque volutatio est, fluctuantur, nec umquam illis a cupiditatibus suis otium est. De istis me putas dicere quorum in confesso mala sunt? aspice illos ad quorum felicitatem concurritur: bonis suis soffocantur. Quam multis divitiae graves sunt! quam multorum eloquentia et cotidiana ostentandi ingenii occupatio sanguinem educit! quam multi continuis voluptatibus pallent! quam multis nihil liberi relinquit circumfusus clientium populus! Omnis, his illos dinosci videbis notis: ille illius cultor est, hic illius; suus nemo est. Deinde dementissima quorundam indignatio est: queruntur de superiorum fastidio, quod ipsis adire volentibus non vacaverint! Audet denique de alterius superbiā queri qui sibi ipse numquam vacat? Ille tamen te, quisquis es, insolenti quidem vultu sed aliquando respexit, ille aures suas ad tua verba demisit, ille te ad latus suum recepit: tu non inspicere te umquam, non audire dignatus es. Non est itaque quod ista officia cuiquam inputes, quoniam quidem, cum illa faceres, non esse cum alio volebas sed tecum esse non poteras.
II
Perché ci lamentiamo della natura ? Essa si è comportata in maniera benevola: la vita è lunga, se sai usarla. Invece uno è preda d’insaziabile avidità, un altro da vuote occupazioni in un frenetico attivismo; uno s’infiacchisce col vino, un altro languisce nell’inerzia; uno è esaurito da un’ambizione assoggettata ai giudizi altrui, un altro è sballottato per tutte le terre da un’avventata bramosia del commercio, per tutti i mari dal miraggio del guadagno; alcuni tortura la smania della guerra, vogliosi di creare pericoli agli altri o preoccupati dei propri; vi sono altri che logora in una volontaria schiavitù l’ingrato ossequio dei potenti; molti sono vittime della brama dell’altrui fortuna o dalla deplorazione della propria; la maggior parte, che non ha riferimenti stabili, viene sospinta a mutar parere da una leggerezza volubile ed instabile e pervasa di scontento, a certuni non piace nulla a cui drizzar la rotta, ma vengono sorpresi dal destino intorpiditi e neghittosi, sicché non ho alcun dubbio che sia vero ciò che vien detto, sotto forma di oracolo, dal più grande dei poeti: “è esigua la parte di vita che viviamo”. Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. I vizi premono ed assediano da ogni parte e non permettono di risollevarsi o alzare gli occhi a discernere il vero, ma li schiacciano immersi ed inchiodati al piacere. Giammai ad essi è permesso rifugiarsi in se stessi; se talora gli tocca per caso un attimo di tregua, come in alto mare, dove anche dopo il vento vi è perturbazione, ondeggiano e mai trovano pace alle loro passioni. Pensi che io parli di costoro, i cui mali sono evidenti? Guarda quelli, alla cui buona sorte si accorre: sono soffocati dai loro beni. Per quanti le ricchezze costituiscono un fardello! A quanti fa sputar sangue l’eloquenza e la quotidiana ostentazione del proprio ingegno! Quanti sono pallidi per i continui piaceri! A quanti non lascia un attimo di respiro l’ossessionante calca dei clienti! Dunque, passa in rassegna tutti costoro, dai più umili ai più potenti: questo cerca un avvocato, questo è presente, quello cerca di esibire le prove, quello difende, quello è giudice, nessuno rivendica per se stesso la propria libertà, ci si consuma l’uno per l’altro. Informati di costoro, i cui nomi si imparano, vedrai che essi riconoscono da questi segni: questo è cultore di quello, quello di quell’altro; nessuno appartiene a se stesso. Insomma è estremamente irragionevole lo sdegno di taluni: si lamentano dell’alterigia dei potenti, perché questi non hanno il tempo di venire incontro ai loro desideri. Osa lagnarsi della superbia altrui chi non ha tempo per sé? Quello [si riferisce a un ipotetico “potente”] almeno, chiunque tu sia, benché con volto arrogante tuttavia qualche volta ti ha guardato, ha abbassato le orecchie alle tue parole, ti ha accolto al suo fianco: viceversa tu non ti sei mai degnato di guardare dentro di te, di ascoltarti. Non vi è motivo perciò di rinfacciare ad alcuno questi servigi, poiché li hai fatti non perché desideravi stare con altri, ma perché non potevi stare con te stesso.
TUTTE LE PROPOSIZIONI PRINCIPALI SONO SOTTOLINEATE
Si scias: congiuntivo eventuale, che si può rendere con l’indicativo.
Avaritia: da intendersi come avidità; in questa rassegna delle occupazioni e delle passioni che abbreviano la vita umana, la martellante anafora di alium e alius con variatio di costrutto conferisce forza al discorso.
L’operosa sedulitas, premuroso affannarsi, è in antitesi con la successiva inertia.
Alius inertia torpet, un altro è intorpidito dall’ozio.
Numquam non, doppia negazione, ha valore affermativo.
Sunt quos, sta per sunti ii quos, oggetto di consumat.
Multos è una variatio rispetto a alium, alius, quosdam e quos.
Sequentis sta per sequentes, participio attributivo di plerosque.
Marcentis sta per marcentes come oscitantisque per oscitantesque
Apud maximum poetarum: sono stati ipotizzati Omero, Virgilio, ma è probabile che si tratti di Menandro, a patto di sostituire a poetarum, comicorum.
Non dubitem: consecutiva.
Ad quorum felicitatem concurrunt: in Seneca la parola felicitas è portatrice dell’originario significato di ricchezza, fecondità, protezione degli dei.
Quam multorum…sanguinem: l’allusione è diretta a quanti quotidianamente si “ammazzano” per emergere, incuranti di instaurare un vero rapporto con se stessi e di una gestione più saggia del proprio tempo.
Seneca, De brevitate vitae, 10, 2-5
In tria tempora vita dividitur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum. Hoc est enim in quod fortuna ius perdidit, quod in nullius arbitrium reduci potest. Hoc amittunt occupati; nec enim illis vacat praeterita respicere, et si vacet iniucunda est paenitendae rei recordatio. Inviti itaque ad tempora male exacta animum revocant nec audent ea retemptare quorum vitia, etiam quae aliquo praesentis voluptatis lenocinio surripiebantur, retractando patescunt. Nemo, nisi cui omnia acta sunt sub censura sua, quae numquam fallitur, libenter se in praeteritum retorquet: ille qui multa ambitiose concupiit superbe contempsit, impotenter vicit insidiose decepit, avare rapuit prodige effudit, necesse est memoriam suam timeat. Atqui haec est pars temporis nostri sacra ac dedicata, omnis humanos casus supergressa, extra regnum fortunae subducta, quam non inopia, non metus, non morborum incursus exagitet; haec nec turbari nec eripi potest; perpetua eius et intrepida possessio est.
La vita si articola in tre momenti: quel ch’è stato, quel che è, quel che sarà. Fra questi l’agire nel momento è breve, quello futuro dubbio, certo ciò che abbiamo fatto. Sul passato la fortuna non ha giurisdizione, perché esso non può essere soggetto all’arbitrio di nessuno. A perderlo sono gli indaffarati: infatti non hanno tempo di occuparsi del passato, e, se l’hanno, è spiacevole il ricordo di qualcosa di cui hanno da pentirsi. Di malavoglia pertanto tornano col pensiero a momenti trascorsi malamente, e nemmeno osano riesaminare eventi la cui imperfezione, anche ricorrendo all’inganno di una contraffazione prodotta dal piacere presente, si rende manifesta nell’atto del ricordare. Nessuno, se non chi ha agito sempre secondo il proprio giudizio, e non si inganna mai, si volge volentieri a considerare il passato: quello che ha coltivato smodate ambizioni, praticato il superbo disprezzo, vinto con prepotenza, ingannato subdolamente, rubato avidamente, sprecato con leggerezza, inevitabilmente teme i ricordi. Eppure, questa è una parte del nostro tempo degna di venerazione e onore, posta al di sopra dei casi umani, sottratta al controllo della sorte, intangibile da povertà, timore, malattie; essa non può essere né turbata né tolta; il possesso di lei è perenne e immutabile.
Seneca, Epistulae ad Lucilium, 7, 1-3 http://www2.classics.unibo.it/Didattica/LatBC/SenEpist1.pdf
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris adtendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. 2. Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterìt; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas conplectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. 3. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, inputari sibi cum inpetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere […]
Seneca saluta il suo Lucilio. 1. Fai così, o mio Lucilio, rivendica te stesso per te, e il tempo che finora ti veniva portato via o sottratto o ti sfuggiva, mettilo da parte e custodiscilo. Persuaditi che queste cose stanno come ti scrivo. parte del nostro tempo ci è strappata via, parte sottratta, una parte scorre via. Ma lo spreco più vergognoso è quello che avviene per trascuratezza. E se vorrai farci attenzione, gran parte della vita scorre via nel far male, la massima parte nel non far nulla, tutta la vita nel fare altro. 2. Trovami uno che attribuisca un qualche valore al tempo, che apprezzi il valore di una giornata, che comprenda di morire giorno dopo giorno. In questo ci inganniamo, per il fatto che noi vediamo la morte davanti a noi: gran parte di essa invece è già passata; tutto il tempo che ci sta alle spalle appartiene alla morte. Fa’ dunque, o mio Lucilio, ciò che mi scrivi di stare facendo: tienti stretta ogni ora. Così potrai dipendere meno dal futuro, se prenderai possesso dell’oggi. Mentre si differisce, la vita passa Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è nostro; la natura ci ha fatto entrare in possesso di questa sola cosa, fugace e incerta, da cui ci esclude chiunque vuole. E la stoltezza degli uomini è così grande che si riconoscono debitori 3 per avere ottenuto beni di scarsissima importanza e valore, certamente recuperabili, mentre nessuno che abbia ricevuto il tempo in dono, ritiene di essere in debito; questo è invece l’unico bene che neppure una persona che prova gratitudine può restituire.
QUINTILIANO, Institutio oratoria, I, 2, 1-2 [1 passo]; I, 3, 1-3, 6-7 8-12 [4 passi]
PLINIO IL GIOVANE, Epistulae, X, 96 e X, 97 [4 passi]
TACITO, Agricola, 1 [1 passo]; 30, 1-31, 3 [3 passi]; Annales, XV, 38, [1 passo]
AGOSTINO, Confessiones, I, 12, 19, II, 1,1
Testo in latino – Agostino, ConfessionesLIBER I, 12. 19.
Non amabat litteras, in quas urgebatur.In ipsa tamen pueritia, de qua mihi minus quam de adulescentia metuebatur, non amabam litteras et me in eas urgeri oderam; et urgebar tamen et bene mihi fiebat, nec faciebam ego bene; non enim discerem, nisi cogerer. Nemo autem invitus bene facit, etiamsi bonum est quod facit. Nec qui me urgebant, bene faciebant, sed bene mihi fiebat abs te, Deus meus. Illi enim non intuebantur, quo referrem quod me discere cogebant praeterquam ad satiandas insatiabiles cupiditates copiosae inopiae et ignominiosae gloriae. Tu vero, cui numerati sunt capilli nostri, errore omnium, qui mihi instabant ut discerem, utebaris ad utilitatem meam, meo autem qui discere nolebam, utebaris ad poenam meam, qua plecti non eram indignus tantillus puer et tantus peccator. Ita non de bene facientibus tu bene faciebas mihi et de peccante me ipso iuste retribuebas mihi. Iussisti enim et sic est, ut poena sua sibi sit omnis inordinatus animus.
Non amabat litteras, in quas urgebatur.In ipsa tamen pueritia, de qua mihi minus quam de adulescentia metuebatur, non amabam litteras et me in eas urgeri oderam; et urgebar tamen et bene mihi fiebat, nec faciebam ego bene; non enim discerem, nisi cogerer. Nemo autem invitus bene facit, etiamsi bonum est quod facit. Nec qui me urgebant, bene faciebant, sed bene mihi fiebat abs te, Deus meus. Illi enim non intuebantur, quo referrem quod me discere cogebant praeterquam ad satiandas insatiabiles cupiditates copiosae inopiae et ignominiosae gloriae. Tu vero, cui numerati sunt capilli nostri, errore omnium, qui mihi instabant ut discerem, utebaris ad utilitatem meam, meo autem qui discere nolebam, utebaris ad poenam meam, qua plecti non eram indignus tantillus puer et tantus peccator. Ita non de bene facientibus tu bene faciebas mihi et de peccante me ipso iuste retribuebas mihi. Iussisti enim et sic est, ut poena sua sibi sit omnis inordinatus animus.
Analisi del periodo:
In ipsa tamen pueritia, de qua mihi minus quam de adulescentia metuebatur: coordinata avversativa
Non amabam litteras: PP
et me in eas urgeri oderam; et urgebar tamen et bene mihi fiebat: coordinate copulative
nec faciebam ego bene: coordinata negativa
non enim discerem, nisi cogerer: coordinate per asindeto
Nemo autem invitus bene facit: PP
etiamsi bonum est: subordinata concessiva
quod facit: subordinata causale
Nec qui me urgebant: coordinata negativa
bene faciebant: PP
sed bene mihi fiebat abs te: coordinata avversativa
Deus meus: vocazione
Illi enim non intuebantur: PP
quo referrem: subordinata relativa
quod cogebant: subordinata causale
me discere praeterquam ad satiandas insatiabiles cupiditates copiosae inopiae et ignominiosae gloriae: subordinata infinitiva
Tu vero utebaris ad utilitatem meam errore omnium: PP
cui numerati sunt capilli nostri: subordinata relativa
qui mihi instabant: subordinata relativa
ut discerem: subordinata finale
utebaris ad poenam meam: PP
meo autem qui nolebam: subordinata relativa
discere: subordinata infinitiva
qua plecti non eram indignus tantillus puer et tantus peccator: subordinata relativa
tu bene faciebas mihi: PP
non de bene facientibus: subordinata di mezzo
et de peccante me ipso iuste retribuebas mihi: coordinata copulativa
Iussisti enim: PP
et sic est: coordinata copulativa
ut poena sua sibi sit omnis inordinatus animus: subordinata finale
Carlo Vitali (1958)Costrizione allo studio
E tuttavia, proprio nella fanciullezza, fonte di timori ben minore che non l'adolescenza, io non amavo lo studio e non potevo sopportare di esservi costretto: ma pur mi si costringeva: il che era un bene per me, ma io non agivo bene; non avrei imparato senza costrizione. Nessuno infatti agisce bene contro voglia, anche se è bene quello che fa. Ed anche coloro che mi sforzavano non agivano rettamente: ma il mio bene mi veniva da Te, mio Dio. Ché essi non miravano ad altro scopo nello studio a cui mi spingevano se non a quello di saziare le cupidigie insaziabili di miseranda ricchezza e di gloria ingloriosa. Ma Tu, «che conosci il numero dei capelli del nostro capo», sapevi volgere a mio profitto l'errore di quelli che mi forzavano allo studio e volgere a mio castigo il mio di non voler imparare, castigo che ben meritavo, così piccolo fanciullo e così grande peccatore. Così da quelli che non agivano bene. Tu traevi il mio bene, e a me davi giusto guiderdone del mio peccato. Tu infatti hai stabilito, come giustizia vuole, che ogni moto disordinato dell'animo sia castigo a se stesso.
E tuttavia, proprio nella fanciullezza, fonte di timori ben minore che non l'adolescenza, io non amavo lo studio e non potevo sopportare di esservi costretto: ma pur mi si costringeva: il che era un bene per me, ma io non agivo bene; non avrei imparato senza costrizione. Nessuno infatti agisce bene contro voglia, anche se è bene quello che fa. Ed anche coloro che mi sforzavano non agivano rettamente: ma il mio bene mi veniva da Te, mio Dio. Ché essi non miravano ad altro scopo nello studio a cui mi spingevano se non a quello di saziare le cupidigie insaziabili di miseranda ricchezza e di gloria ingloriosa. Ma Tu, «che conosci il numero dei capelli del nostro capo», sapevi volgere a mio profitto l'errore di quelli che mi forzavano allo studio e volgere a mio castigo il mio di non voler imparare, castigo che ben meritavo, così piccolo fanciullo e così grande peccatore. Così da quelli che non agivano bene. Tu traevi il mio bene, e a me davi giusto guiderdone del mio peccato. Tu infatti hai stabilito, come giustizia vuole, che ogni moto disordinato dell'animo sia castigo a se stesso.
Traduzione di Dag Tessore (2008)
Tuttavia, nella stessa infanzia, per la quale avevo ben meno da temere che per l'adolescenza, non amavo lo studio e non sopportavo di esservi costretto; eppure venivo costretto, ed era un bene per me, ma non agivo bene: non avrei imparato, infatti, se non fossi stato costretto. Nessuno agisce bene contro voglia, anche se è bene ciò che fa. Né agivano bene coloro che mi costringevano, ma per me era un bene che mi veniva da te, Dio mio. Essi però non vedevano altra meta a cui avrei dovuto indirizzare gli studi a cui mi costringevano se non a saziare le insaziabili di una miseria lussureggiante e di una gloria ingloriosa. Ma tu, dinnanzi al quale «sono numerati tutti i nostri capelli», ti servivi dell'errore di tutti coloro che mi spingevano a studiare, rendendolo utile a me; e del mio errore - del fatto che non volevo studiare - ti servivi per castigarmi, castigo del quale non ero indegno, così piccolo fanciullo e così grande peccatore. In tal modo, tu facevi del bene a me tramite coloro che agivano non bene e mi ripagavi con giustizia tramite il mio stesso peccare. Cosi infatti hai comandato e così è: ogni moto disordinato dell'animo è castigo a se stesso.
E.B. Pusey (1838)
In boyhood itself, however (so much less dreaded for me than
youth), I loved not study, and hated to be forced to it. Yet I was
forced; and this was well done towards me, but I did not well; for,
unless forced, I had not learnt. But no one doth well against his
will, even though what he doth, be well. Yet neither did they well
who forced me, but what was well came to me from Thee, my God. For
they were regardless how I should employ what they forced me to learn,
except to satiate the insatiate desires of a wealthy beggary, and
a shameful glory. But Thou, by whom the very hairs of our head are
numbered, didst use for my good the error of all who urged me to learn;
and my own, who would not learn, Thou didst use for my punishment--
a fit penalty for one, so small a boy and so great a sinner. So by
those who did not well, Thou didst well for me; and by my own sin
Thou didst justly punish me. For Thou hast commanded, and so it is,
that every inordinate affection should be its own punishment.
Traduzione personale
Tuttavia, nella stessa infanzia, che mi faceva meno paura dell’adolescenza, non amavo lo studio e detestavo che mi costringessero; eppure mi costringevano, il che era un bene, anche se io non mi comportavo bene; non avrei imparato senza costrizioni. Nessuno può agire bene se costretto, anche se ciò che fa è bene. Non si comportavano bene neanche quelli che mi costringevano, ma il mio bene veniva da te, mio Dio. Quelli avevano il solo fine di indirizzare il mio studio coatto a soddisfare desideri insaziabili di piccola ricchezza e gloria risibile. Ma Tu, che sai quanti capelli abbiamo in testa, sapevi rendere utile l’errore di tutti quelli che mi forzavano allo studio; e rendere per me un castigo il mio errore di non voler imparare, castigo che meritavo, così piccolo fanciullo e così grande peccatore. Così Tu mi facevi del bene attraverso chi non agiva bene e mi ripagavi con giustizia attraverso il mio stesso errore. Tu hai stabilito, ed è così, che ogni disordine spirituale si castighi da sé.
Agostino, Confessiones, II
TESTO LATINO: Cur recordetur quae sibi molestissima sint.
- 1. Recordari volo transactas foeditates meas et carnales corruptiones animae meae, non quod eas amem, sed ut amem te, Deus meus. Amore amoris tui facio istuc, recolens vias meas nequissimas in amaritudine recogitationis meae, ut tu dulcescas mihi, dulcedo non fallax, dulcedo felix et secura, et colligens me a dispersione, in qua frustatim discissus sum, dum ab uno te aversus in multa evanui. Exarsi enim aliquando satiari inferis in adulescentia et silvescere ausus sum variis et umbrosis amoribus, et contabuit species mea et computrui coram oculis tuis placens mihi et placere cupiens oculis hominum.
ANALISI
Recordari: infinito del verbo deponente recordor (recordor, rĕcordāris, recordatus sum, rĕcordāri)
Volo: indicativo presente, I persona, singolare di verbo anomalo (altri verbi anomali sono: fero, nolo e malo)
transactas foeditates meas: complemento oggetto + attributi
carnales corruptiones: complemento oggetto + attributo
animae meae: complemento di specificazione
non quod eas amem: proposizione causale (quod+congiuntivo)
ut amem: proposiione finale (ut+congiuntivo)
amore: complemento di causa
Istuc: avverbio
recolens: participio presente di recolo (recolo, rĕcŏlis, recolui, recultum, rĕcŏlĕre)
nequissimas: aggettivo superlativo di nequam, femminile, plurale, accusativo
in amaritudine: complemento di stato in luogo
dulcescas: congiuntivo presente, II persona, singolare del verbo dulcesco (dulcesco, dulcescis, dulcui, dulcescĕre)
fallax: aggettivo di II classe
colligens: participio presente di collĭgo (collĭgo, collĭgis, collegi, collectum, collĭgĕre)
a dispersione: complemento di origine
qua: pronome relativo da qui, quae, quod
frustatim: avverbio
discissus sum: indicativo, perfetto, I persona singolare, passivo dal verbo discindo (discindo, discindis, discidi, discissum, discindĕre)
dum: congiunione temporale
ab uno: complemento di separazione
in multa: complemento di argomento
aliquando: avverbio
satiari: infinito, presente, passivo del verbo sătĭo (sătĭo, sătĭas, satiavi, satiatum, sătĭāre)
in adulescentia: complemento di tempo continuato
ausus sum: indicativo, perfetto, I persona, singolare del verbo semideponente audĕo (audĕo, audes, ausus sum, ausum, audēre)
coram: avverbio
oculis tuis, mihi, oculis: complementi di termine + attributi
TRADUZIONI
- 1. Scopo di un ricordo disgustoso
- 1.Voglio ricordare il mio sudicio passato e le devastazioni della carne nella mia anima non perché le ami, ma per amare te, Dio mio. Per amore del tuo amore m'induco a tanto, a ripercorrere le vie dei miei gravi delitti. Vorrei sentire nell'amarezza del mio ripensamento la tua dolcezza, o dolcezza non fallace, dolcezza felice e sicura, che mi ricomponi dopo il dissipamento ove mi lacerai a brano a brano. Separandomi da te, dall'unità, svanii nel molteplice quando, durante l'adolescenza, fui riarso dalla brama di saziarmi delle cose più basse e non ebbi ritegno a imbestialirmi in diversi e tenebrosi amori. La mia bella forma si deturpò e divenni putrido marciume ai tuoi occhi, mentre piacevo a me stesso e desideravo piacere agli occhi degli uomini. (Traduzione di Carlo Carena)
- RICORDANZE AMARE
Voglio ricordare le turpitudini del mio passato e la corruzione carnale della mia vita; non già che le ami, ma per amar Te, o mio Dio. Per amor del tuo amore mi accingo a rievocare il mio cammino nelle vie del peccato, ricordo pieno di amarezza, affinchè Tu mi colmi della tua dolcezza, dolcezza non fallace, dolcezza felice e sicura; raccogliendomi dal disgregamento subito di tutto me stesso, quando allontanandomi da Te, che sei unità, vaneggiai nella molteplicità delle cose. Durante la mia adoloscenza bruciai di passione per piaceri bassi, osai inselvatichirmi in amori svariati e tenebrosi; la mia bellezza ne fu inquinata, e per la brama di piacere a me stesso e agli occhi degli uomini diventai putredine agli occhi tuoi. (Traduzione di Carlo Vitali)
3.
I will now call to mind my past foulness, and the carnal corruptions of my soul; not because I love them, but that I may love Thee, O my God. For love of Thy love I do it; reviewing my most wicked ways in the very bitterness of my remembrance, that Thou mayest grow sweet unto me (Thou sweetness never failing, Thou blissful and assured sweetness); and gathering me again out of that my dissipation, wherein I was torn piecemeal, while turned from Thee, the One Good, I lost myself among a multiplicity of things. For I even burnt in my youth heretofore, to be satiated in things below; and I dared to grow wild again, with these various and shadowy loves: my beauty consumed away, and I stank in Thine eyes; pleasing myself, and desirous to please in the eyes of men. (Traduzione di E. B. Pusey)
TRADUZIONE PERSONALE
Voglio ricordare le nefandezze passate e la corruzione delle mie membra e del mio spirito; non perché le ami, ma perché amo te, Dio mio. Per amore del tuo amore mi accingo a ripercorrere il mio cammino di peccato, ricordo colmo di amarezza, affinché tu mi colmi della tua dolcezza, non fallace ma felice e sicura; ricomponendomi dal completo disgregamento, quando allontanandomi da te, unità, vaneggiai riguardo alla moteplicità delle cose. Durante l'adolescenza arsi di passioni per i piaceri più bassi, osai inselvatichirmi in svariati e tenebrosi amori: il mio aspetto si deturpò e divenni marciume ai tuoi occhi, mentre piacevo a me stesso e desideravo piacere agli altri.
De civitate Dei, XIV, 28
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