sabato 3 settembre 2016

UNA MATTINA, UNA GALLINA CON PROBLEMI ESISTENZIALI



Non è difficile ottenere l’invisibilità. Basta non guardare per non essere visti. Lo sanno bene i bambini molto piccoli quando giocano a nascondino: il nascondiglio migliore è coprirsi gli occhi. No, non è ingenuità, ma profonda saggezza, come spesso nei bambini, ma gli adulti si mettono a ridere.
 Ora ti dimostrerò che, una volta di più, i bambini hanno ragione. Questa mattina sono tornata a scuola. Faccio l’insegnante.
Faccio l’insegnante. No. Non posso andare avanti senza soffermarmi su questa espressione, sul verbo causativo seguito dal nome comune di persona, in funzione di complemento oggetto. Io che agisco sulla realtà causando il mio essere un insegnante. Tutti i giorni stabiliti esco di casa per produrre questo effetto visibile, che infatti trova un suo immediato riconoscimento appena varcati i confini dell’edificio in cui l’operazione si esplica. “Buongiorno professoressa”. Confermato: sono la professoressa e la mia visibilità è garantita. L’effetto causativo del verbo pure. Però si è testè generata una confusione. Fra fare e essere, a ben vedere. La pretesa di filosofeggiare a partire dal linguaggio e dalla grammatica si sta manifestando nella sua inanità: fai l’insegnante e sei l’insegnante. Ma come si manifesta il fare, come si circoscrive l’essere? Basta fare per essere? O occorre essere per fare? Sei l’uovo o la gallina? Sei l’uovo e fai la gallina o sei la gallina e fai l’uovo? Per fortuna questo pensiero è abbastanza buffo per distrarre da ulteriori fatue cosiderazioni. Passiamo oltre e torniamo all’invisibilità.
Allora, la gallina senzauovo che fa l’insegnante senza esserlo o essendolo senza farlo, questa mattina è tornata nel pollaio, cioè a scuola. Ha trovato un atrio vociferante e ha deciso di fenderlo con decisione avvalendosi della tecnica da cui era partito il discorso. Io non vi guardo, così voi non mi vedete. Detto fatto, l’operazione si è svolta nel migliore dei modi, non senza però qualche tributo di sangue. Perché la gallina che fa l’insegnante non è in realtà soddisfatta della sua posizione nella catena della causalità (eccola di nuovo a ridicolmente filosofeggiare): viene prima lei o viene prima l’uovo? C’è prima il suo ano che lo emette o prima l’uovo da cui lei picchiettando implume esce? Dall’uovo esce un pulcino (maschio? ), per cui a rigor di logica la gallina non viene da lì, ma da se stessa. Questa è una considerazione pregnante, niente da dire. La gallina insegnante ne è soddisfatta: sicura di portare la verità in tasca (cioè in mezzo alle piume) ritiene del tutto consono alla propria importanza ritenersi ingenerata, autoprodotta. La gallina insegnante è e non può non essere. Il suo essere è circoscritto e tutto circoscrive. La gallina insegnante è chiaramente l’ente parmenideo (il bisticcio è voluto).
Ho divagato e ora torno nel solco.
Ho chiuso gli occhi perché nessuno mi vedesse e ce l’ho fatta. Ho dissuaso chiunque dall’avvicinarsi, tranne chi avesse da dirmi qualcosa di vero. Una sola ha superato la prova, pronunciando poche parole e facendomi una fuggevole carezza. L’ho ringraziata con lo sguardo e per un attimo ho smesso di essere una gallina, con o senza il problema dell’uovo.
Il fatto è che questa che sto raccontando è una storia drammatica, che non manca di avere risvolti farseschi. Quando, come scrive un mio poeta amato, ti porti dentro un dolore molto grande, hai la pretesa che tutti lo intendano e lo sentano come te, quando tu non sai fare la stessa cosa con gli altri. Presa di coscienza di una solitudine senza scampo, conclamata, cantata, romanzata, ma ben diversa quando percepita veramente.

Poi sono tornata a fendere l’atrio vociferante, troppo simile a un pollaio per impedirmi di continuare a fare e essere una gallina. 

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