Non è difficile
ottenere l’invisibilità. Basta non guardare per non essere visti. Lo sanno bene
i bambini molto piccoli quando giocano a nascondino: il nascondiglio migliore è
coprirsi gli occhi. No, non è ingenuità, ma profonda saggezza, come spesso nei
bambini, ma gli adulti si mettono a ridere.
Ora ti dimostrerò che, una volta di più, i
bambini hanno ragione. Questa mattina sono tornata a scuola. Faccio
l’insegnante.
Faccio l’insegnante.
No. Non posso andare avanti senza soffermarmi su questa espressione, sul verbo
causativo seguito dal nome comune di persona, in funzione di complemento
oggetto. Io che agisco sulla realtà causando il mio essere un insegnante. Tutti
i giorni stabiliti esco di casa per produrre questo effetto visibile, che
infatti trova un suo immediato riconoscimento appena varcati i confini
dell’edificio in cui l’operazione si esplica. “Buongiorno professoressa”.
Confermato: sono la professoressa e la mia visibilità è garantita. L’effetto
causativo del verbo pure. Però si è testè generata una confusione. Fra fare e
essere, a ben vedere. La pretesa di filosofeggiare a partire dal linguaggio e
dalla grammatica si sta manifestando nella sua inanità: fai l’insegnante e sei
l’insegnante. Ma come si manifesta il fare, come si circoscrive l’essere? Basta
fare per essere? O occorre essere per fare? Sei l’uovo o la gallina? Sei l’uovo
e fai la gallina o sei la gallina e fai l’uovo? Per fortuna questo pensiero è
abbastanza buffo per distrarre da ulteriori fatue cosiderazioni. Passiamo oltre
e torniamo all’invisibilità.
Allora, la gallina
senzauovo che fa l’insegnante senza esserlo o essendolo senza farlo, questa
mattina è tornata nel pollaio, cioè a scuola. Ha trovato un atrio vociferante e
ha deciso di fenderlo con decisione avvalendosi della tecnica da cui era
partito il discorso. Io non vi guardo, così voi non mi vedete. Detto fatto,
l’operazione si è svolta nel migliore dei modi, non senza però qualche tributo
di sangue. Perché la gallina che fa l’insegnante non è in realtà soddisfatta
della sua posizione nella catena della causalità (eccola di nuovo a
ridicolmente filosofeggiare): viene prima lei o viene prima l’uovo? C’è prima il
suo ano che lo emette o prima l’uovo da cui lei picchiettando implume esce?
Dall’uovo esce un pulcino (maschio? ), per cui a rigor di logica la gallina non
viene da lì, ma da se stessa. Questa è una considerazione pregnante, niente da
dire. La gallina insegnante ne è soddisfatta: sicura di portare la verità in
tasca (cioè in mezzo alle piume) ritiene del tutto consono alla propria
importanza ritenersi ingenerata, autoprodotta. La gallina insegnante è e non
può non essere. Il suo essere è circoscritto e tutto circoscrive. La gallina
insegnante è chiaramente l’ente parmenideo (il bisticcio è voluto).
Ho divagato e ora torno
nel solco.
Ho chiuso gli occhi
perché nessuno mi vedesse e ce l’ho fatta. Ho dissuaso chiunque
dall’avvicinarsi, tranne chi avesse da dirmi qualcosa di vero. Una sola ha
superato la prova, pronunciando poche parole e facendomi una fuggevole carezza.
L’ho ringraziata con lo sguardo e per un attimo ho smesso di essere una
gallina, con o senza il problema dell’uovo.
Il fatto è che questa
che sto raccontando è una storia drammatica, che non manca di avere risvolti
farseschi. Quando, come scrive un mio poeta amato, ti porti dentro un dolore
molto grande, hai la pretesa che tutti lo intendano e lo sentano come te,
quando tu non sai fare la stessa cosa con gli altri. Presa di coscienza di una
solitudine senza scampo, conclamata, cantata, romanzata, ma ben diversa quando
percepita veramente.
Poi sono tornata a
fendere l’atrio vociferante, troppo simile a un pollaio per impedirmi di
continuare a fare e essere una gallina.
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