Titolo di un romanzo, di un film. Ossimoro tra i tanti che riassumono sensi della vita.
Il niente è niente e non lascia resti.
E invece non è così.
Uno non può sapere quanto niente sia quello che sta facendo, finché non è messo di fronte a un'evidenza: quel resto che gli rimane ad appiccicare le dita, come il succo dei gambi d'un mazzo di fiori mai donato.
Il resto di niente è quel che lasciano dietro di sé le battaglie inutili. Le imprese disperate. Le parole dette a chi non sa e non vuole ascoltare. Le dediche amorose rivolte a chi non ha cuore. Col resto di niente non si può vivere, ma solo prepararsi a morire.
Eppure, alcuni eroi combattono anche se la posta in gioco è, dichiaratamente, questa. Li puoi riconoscere dallo sguardo intento e scintillante, dalla noncuranza con cui si gettano nella mischia, a mani nude e senza pensare se qualcuno li stia guardando. Sono eroi che non amano le luci del palcoscenico, che non pensano che la vita sia un teatro dove loro sono chiamati a interpretare le prime parti. Non praticano i teatri, neanche come spettatori. Camminano sulle sponde dei fiumi e ogni tanto si fermano a guardare. Il resto di niente potrebbe avere la parvenza e la consistenza dell'acqua che scorre lenta in prossimità della riva, un po' torbida, un po' limacciosa, quasi in procinto di fermarsi e rapprendersi in fango, sotto l'occhio meditabondo di una rana solitaria.
Eppure sono sicura che il resto di niente possa essere una meravigliosa eredità spirituale.
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