sabato 23 novembre 2013
Modello di svolgimento di tema dall'articolo di Curzio Maltese, "Ragazzi, ribellatevi", del 2010
La ribellione, di questi tempi, è un dovere morale per la gioventù: essa è privata di diritti fondamentali, alternativamente blandita e ingannata, ridotta ad avvalersi del mantenimento dei genitori a tempo indeterminato. La volontà pertinace di prendersi gioco dei giovani si spinge all’estremo di sostenere che ogni responsabilità sia imputabile ai lavoratori anziani, i quali peraltro un tempo lottarono per ottenere diritti fondamentali, tuttora (e fortunatamente) validi.
L’Italia è una gerontocrazia votata, tra l’altro, dai soggetti più deboli e bistrattati, giovani e donne.
Nell’Italia contemporanea, inoltre, è ravvisabile una contraddizione altrove inesistente: il governo demolisce l’istruzione ovvero lo strumento di riscatto basilare per le giovani generazioni che, lungi da organizzare proteste, sembrano solo interessate a trovare capri espiatorî, come gli immigrati.
Ogni risoluzione dei problemi, mentre lo Stato latita, è affidata ai privati, alle famiglie, ai genitori. Insomma, anche i giovani, invece di accettare supinamente qualsiasi sopruso e cercare la mera sopravvivenza, dovrebbero protestare.
La tesi secondo cui sarebbero i lavoratori anziani responsabili, con i loro diritti acquisiti, dello stallo in cui si trova l’economia e, più in particolare, della paralisi dei giovani che non riescono ad accedere al mercato del lavoro, è palesemente inconsistente. È chiaro che si deve piuttosto risalire, nell’identificazione dei colpevoli dello status quo, a un’organizzazione statale, previdenziale soprattutto, che non è stata in grado di adeguare i proprî meccanismi a mutamenti sociali ed economici sopravvenuti. Non sono gli individui, in questo caso, a dover essere richiamati alla flessibilità, ma il sistema: i governanti, preparati in materia economica e non corrotti, dovrebbero ben conoscere i mezzi per difendere i cittadini da crisi economiche che (questo è il paradosso) sembrano trarre alimento dalla debolezza dei singoli, lasciati in balìa di se stessi, dei debiti, della scarsità di lavoro.
La televisione può ben avere avuto un ruolo nell’ottundimento delle coscienze e nella diffusione di modelli di vita e di comportamento tali da rappresentare un contraltare pericoloso per lo spirito critico. Quest’ultimo necessita di libertà per esercitarsi e la tirannide del pensiero unico, che certo passa anche attraverso il mezzo televisivo, è sua grande nemica.
Rispetto al 2010 segnalerei cambiamenti in negativo: si sono succeduti due governi, sono aumentate sia la pressione fiscale sia la disoccupazione, è diminuito ulteriormente il PIL e il grado di insoddisfazione generale è aumentato. In tutti i contesti lavorativi si moltiplicano i disagi, mentre le proteste che ottengono visibilità sono limitate. Risulta allora particolarmente attuale la celebre terzina dantesca (VI canto del Purgatorio) “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”.
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