giovedì 5 giugno 2014
IL RISO ECHEGGIA NELLE VOLTE DEL TEMPO
RISATE, CAPRIOLE E, INFINE,
IL MONDO ALLO SPECCHIO
Premessa
Oggi tornerò sui nostri passi. Quelli dell’anno in cui abbiamo studiato le lettere latine, quelle italiane, di passaggio quelle greche. Inizierò parlando di risate letterarie, volando attraverso i secoli, precisamente dal V a.C. al 1300, per poi occuparmi di capriole, in particolare di una, descritta da Dante nel XXXIV dell’Inferno. La capriola mi darà l’agio di spostarmi nella prospettiva del capovolgimento e, per qualche momento, della specularità. Ritroveremo vecchie conoscenze, faremo nuovi collegamenti, ci imbatteremo in chi, per arrivare a est parte per l’ovest, in chi scrive perché si possa leggere allo specchio, in chi si getta in un abisso per poter arrivare in cima a una montagna.
Tante risate echeggiano nelle volte del tempo. Una delle prime è quella che gli antichi attribuivano a Democrito (460-370, di Abdèra, allievo di Leucippo, atomismo, considerato presocratico anche se nacque dopo Socrate), ridanciano perché in possesso della cognizione delle cose del mondo, del loro modo di essere e di disporsi. Egli rideva del riso che caratterizza il saggio che ha raggiunto l’euthimìa, l’armonia interiore, e che pure appartiene a chi, come lui, ritiene che la felicità sia l’interesse fondamentale dell’uomo in campo etico. La seconda risata prorompe dal cuore della Commedia Antica: è quella di Aristofane, che Aristotele ha avuto la presunzione, nella sua Poetica, di trattare come un’espressione inferiore, relegando il genere intero nella posizione più bassa della classificazione con cui detterà legge per secoli nell’ambito del gusto letterario. Di questa seconda risata conosciamo un poco le sfumature, che comprendono l’ironia sulle faccende umane, su come esse possano apparire, opportunamente illuminate o anche solo impercettibilmente deformate (per esempio col ricorso all’iperbole), banali e sciocche, eppure tali da rovinare e distruggere vite di singoli o di interi popoli. Il viaggio celeste che compie il contadino Trigeo nella Pace in groppa a uno scarabeo, arrivando a scoprire come siano due brutti ceffi dall’aspetto belluino (Pòlemos e Tumulto) a pestare nel mortaio le poleis della Grecia, nella latitanza totale degli altri dei dell’Olimpo, è un’immagine indimenticabile che va ad alimentare questa seconda risata. E ancora si ride quando i Romani, poco destri nell’inventare qualcosa di nuovo, praticando più che dignitosamente l’aemulatio (ma ci viene un po’ da ridere, tanto per restare in tema, a pensare che si possa nobilitare così un’inettitudine), portano in scena il duetto Mercurio-Sosia, o Sosia-Sosia, in cui il funambolismo espressivo di Plauto dà lustro a una disputa surreale che ha per oggetto un’identità negata (“Tu non sei tu, perché io sono te, e se provi a negarlo ti riempio di pugni” “Chi sei ora?” “Quello che vuoi tu”). Si ride anche con la poesia comico-realistica, quando un professionista del genere, il fiorentino Rustico Filippi, a fine Duecento, nel sonetto Oi dolce mio marito Aldobrandino, dà voce a una persuasiva moglie fedifraga che deve convincere il marito cornuto di aver ricevuto un beneficio, per il fatto di essersi lei abbandonata ai piaceri della carne nel letto matrimoniale con un vicino di casa. Quanto a quella imponente commedia umana che è il Decameron di Boccaccio, è tutto un risuonare di risate, alternate a pianti va detto, le cui sfumature sono pressoché infinite: con buona pace di Aristotele (ma anche di Erasmo da Rotterdam) il riso letterario, in quanto radicato nella realtà, può essere da sguaiato a sublime, può contrarre i lineamenti e scuotere il corpo, come pure disporre le linee del volto a una distensione affettuosa. A suscitarlo possono essere le fandonie cui riesce a credere Calandrino, che si persuade di essere rimasto incinto per colpa della moglie poco incline a praticare la cosiddetta posizione del missionario, le rappresentazioni iperboliche di luoghi santi come i monasteri che si trasformano in bordelli, con gran piacere di tutti i coinvolti, gli inattesi cambiamenti di scena, i capovolgimenti inopinati di situazione promossi dall’uso astuto della parola con ser Ciappelletto o il cuoco Chichibìo. Si tratta di un riso che nasce dalla percezione di un contrasto, atteso o più spesso appunto inatteso che sia, dall’impressione di camminare su un terreno instabile e che a ogni passo sia in agguato una sorpresa, che l’intelligenza del narratore sa opportunamente calibrare, mantenendo desta la nostra attenzione nell’attesa della trovata, che può ben essere l’aprosdòketon di ellenistica e catulliana memoria, con cui viene sovvertita ogni nostra razionale ipotesi di conclusione, dato che il poeta o il narratore inventa qualcosa che capovolge ogni aspettativa.
Non posso non cogliere l’occasione datami dal ricorso a quest’ultimo termine per passare all’altro polo, interconnesso, del discorso. Le capriole, salti di capretti nei boschi (anche secondo l’etimo greco del termine corrispettivo), capovolgimenti che determinano nuove prospettive, danno luogo a nuovi giudizi o li sospendono del tutto. La più straordinaria capriola nella storia della letteratura avviene nel cuore della terra, al centro di essa, in posizione simmetrica fra il Golgota, il monte su cui fu crocefisso Cristo, e la montagna del purgatorio, in cima alla quale fiorisce, ancora e sempre, il paradiso terrestre, dove gli uomini resero necessaria l’incarnazione di Dio sulla terra per sollevarli dal peccato. I simbolismi creano un vortice che pare infinito nella sua circolarità: confitto a testa in giù, rispetto alla prospettiva che i viaggiatori nel mondo infernale assumono nell’altro emisfero, una volta tornati a vedere le stelle, il Lucifero dantesco, l’antico angelo portatore di luce, divenuto Satana, cioè letteralmente l’Avversario, l’Accusatore, il Tentatore (nella tradizione ebraica), ovvero il Diavolo, dall’etimologia greca, colui che separa (l’uomo da Dio), diventa al termine del poema l’icona smisurata del mondo alla rovescia, rispetto al quale occorre fare uno sforzo nuovo, un capovolgimento appunto, per arrivare ad assumere una nuova prospettiva.
Ma è necessario fare qualche passo indietro. L’inferno dantesco, ho sempre ripetuto, è intriso di realismo. Dal II al XXXIV canto, dalla visione degli ignavi follemente in corsa dietro a insignificanti vessilli a quella dei traditori paralizzati, rappresi nell’acqua ghiacciata dal soffio gelido delle ali di Lucifero, è tutto un susseguirsi di rappresentazioni del male morale e del dolore fisico per la cui più efficace rappresentazione l’Auctor ricorre a una congerie di similitudini ispirate alla Terra, alla sua geografia, chimica, biologia: a sfidare le energie creative è la volontà di rendere vera la visione, di guidare l’immaginazione di chi legga a intendere bene che l’altro mondo è sì altro, ma rispetto a un altro ancora del quale esso è specchio. Se restiamo nella dimensione della rappresentazione fisica, è un po’ come dire che l’intendimento dello smisurato e del mostruoso metafisico si può ben alimentare di quanto di smisurato e mostruoso esiste sulla faccia della terra, a patto di rappresentarlo in un’ottica appunto di rovesciamento, o, in alternativa, di una visione speculare, in cui l’asse si inverte, determinando il capovolgimento di fronte e retro. Sarebbe troppo semplice se ciò andasse inteso alla lettera. L’inferno dantesco è reso comprensibile, più comprensibile, dal fatto di essere il luogo che il lettore di ogni tempo vede ogni giorno davanti agli occhi: le città in cui vivevano i lettori medievali del poema erano, in alcuni tratti, cloache a cielo aperto, dove fetori ferivano le narici, mentre gli occhi potevano imbattersi nello spettacolo desolante delle piaghe purulente dei lebbrosi, nelle infermità deformanti degli accattoni; nemmeno noi civilizzati possiamo sentirci del tutto estranei a questo apparentamento, se poniamo mente alla saturazione di idrocarburi e polveri sottili nell’aria delle nostre metropoli, al coro stridente dei clacson e dei motori, allo strato spesso di bitume che, occultando i colori della terra, soffoca la vegetazione. In che labirinto di riflessione vi sto conducendo. Fatico anch’io a tenere il filo, eppure sono sicura di star andando da qualche parte. Allora, l’inferno di Dante è la realtà, ma non solo. Il Poeta doveva anche fare intendere che nella realtà si cela la possibilità di cambiare completamente tutto. Come hanno ben compreso le anime rivoluzionarie di ogni epoca, la soluzione è a portata di mano, ma occorre saperla vedere. A volte è un oggetto che si aveva davanti da tempo ma non si era mai pensato di utilizzare in un modo diverso da quello prescritto, un po’ come l’uovo di Colombo. Il quale, tra parentesi, è stato uno di quelli che hanno capovolto le prospettive, navigando verso Occidente per andare a Oriente, che è un po’ come cercare la salvezza, cercare la luce, addentrandosi nelle tenebre. Ed è lì che dobbiamo tornare. Dove l’Auctor scrive che Virgilio spiega come stiano in piedi sull’altra faccia della Giudecca, ossia, parafrasando, sul fondo rovesciato e convesso del lago ghiacciato in cui è confitto Satana. La spiegazione giunge a risolvere uno smarrimento provato dal viator al vedere, una volta compiuta la capriola sul corpo di Satana, all’altezza dell’anca e ritrovatosi in corrispondenza di una sorta di pertugio sulla superficie dell’emisfero australe, il diavolo con le gambe in aria. Questo è il momento del distacco definitivo dall’inferno, quando guardare tutto il male del mondo, racchiuso nell’orrida insaccatura che si produsse nel momento in cui l’angelo ribelle venne precipitato a testa in giù, coincide con una visione allo specchio, dove l’immagine è rovesciata e del tutto riconoscibile, uguale eppure diversa. Che sfida anche per la nostra comprensione, alla quale riuscirebbe più semplice avere solo a che fare con il concetto di rovesciamento, mentre qui si tratta di un’impercettibile eppure sostanziale diversità. Leonardo da Vinci scriveva con la mano sinistra in modo speculare, ossia in modo che le lettere, potessero diventare leggibili allo specchio. Il mondo infernale è scritto in questo alfabeto speculare, e non basta nemmeno mettersi a testa in giù per leggerlo, occorre proprio avere a disposizione uno specchio, ma anche possedere la capacità di scrivere di Leonardo, e la volontà di rivoluzionare il mondo lanciandosi in un baratro oscuro per poter trovare, alla fine di un cunicolo, il cielo stellato e un monte che potrebbe anche essere un paradiso. Ci vogliono abilità e coraggio per non adattarsi al pensiero comune, per riconoscere gli inganni intessuti dagli eterni tentatori, conservatori dello status quo, ancorati alla logica del mantenimento a ogni costo di quel che è sempre stato: ci vogliono abilità e coraggio per spingere la mente oltre i confini delle soluzioni preconfezionate, per sfidare pensiero e immaginazione a modificare gli orizzonti, a dilatarli, a offrire allo sguardo del maggior numero possibile di persone l’infinita varietà di ciò che esiste.
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