Mi rivolgo a voi, uomini e cittadini del XXI secolo, e in
particolare a voi politici, che vi impegnate tutti i giorni a rendere migliore
il mondo in cui viviamo. La politica ha
rappresentato per me, che non ho mai voluto considerarmi una filosofa ma una
teorica della politica, appunto, lo sfondo del mio impegno di pensiero.
Nel corso della mia
appassionata vita ho guardato con preoccupazione al progressivo disgregamento
delle certezze nella società, ma ho sempre nutrito anche tanta speranza nelle
capacità umane di risollevarsi. Il caso Eichmann ha reso visibile il contrassegno che
caratterizza la società contemporanea, la cifra che ne descrive la moralità: il male è banale e
gli uomini banali si celano dentro le maschere della burocrazia o nelle
superficiali relazioni della nostra quotidianità. Ciò che rende la società di
massa così difficile da sopportare non è, o almeno non è principalmente, il
numero delle persone che la compongono, ma il fatto che il mondo che sta tra
loro ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e
di separarle.
La politica può tornare ad essere il terreno
privilegiato per una riconquista degli spazi di libertà, di incontro, di azione e discorso. I giovani chiedono, oggi, alla
politica e a voi politici, il rispetto degli impegni, la responsabilità. La politica è servizio. “Politica” significa, prima di tutto,
misurarsi con la verità delle cose e il pensiero; essa è capacità di progettare, è apertura che
chiede l’incontro con l’altro.
Oggi è raro incontrare persone che credono di possedere la verità; ci
confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione.
Sempre più frequentemente si avverte nell’aria che respiriamo un sentimento
comune alla maggior parte delle persone: l’arroganza. Ogni giorno ci imbattiamo
in personalità differenti che, in quanto tali, manifestano un proprio pensiero
non necessariamente uguale al nostro. Il difetto che accomuna il genere umano è
la difficoltà a riconoscere i propri limiti, la strenua presunzione di
possedere ragioni universali. Esistono, tuttavia, eccezioni più o meno
silenziose, incarnate da quelle persone che ancora conservano la saggezza critica di
saper distinguere il bene dal male, il bello dal brutto: l’apparente ovvietà di
questa distinzione presuppone una grande apertura verso il mondo ed il
prossimo. Sono persone che non impongono l’apertura del dialogo, ma la offrono
lasciando agli altri l’arbitrio di accoglierla o meno. Ciò che fa di un uomo un
pensatore è la sua capacità di districarsi nella complessità dei problemi che
la vita quotidiana pone, riuscendo sempre ad andare oltre, non certo in virtù
di un sapere astratto ma grazie alla propria umanità e al bagaglio di
esperienze vissute. La manifestazione del vento del pensiero non è la
conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.
Io non credo che possa esistere qualche
processo di pensiero senza esperienze personali.
È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di
andare alle radici delle cose, e nel momento in cui si interessa
al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può
essere radicale. La politica dovrebbe essere azione in vista del bene della collettività.
La strumentalizzazione dell’azione e la degradazione della politica in mezzo
per altri scopi, naturalmente, non è mai realmente riuscita a eliminare
l’azione, a impedire che essa sia una delle esperienze umane decisive, o a
distruggere completamente la sfera degli affari umani. Il Bene in politica si
dispiega nella duplice direzione del perdono (il cui esito è il “sollievo” etico
rispetto all’imprevedibilità delle azioni passate) e delle promesse (la
cui tensione costituisce il “respiro” dell’anima rispetto all’imprevedibilità
del futuro). Il codice morale ricavato dalle facoltà di perdonare e far
promesse riposa su esperienze che nessuno può avere con se stesso ma, al
contrario, sono interamente legate alla presenza di altri. E proprio come il
grado e i modi dell’autogoverno giustificano e determinano il governo sugli
altri – come si domina se stessi si domineranno gli altri – così il grado e le
modalità dell’essere perdonati e assicurati con le promesse determinano il
grado e i modi in cui si può riuscire a perdonare se stessi o a mantenere
promesse che riguardano solo noi. Quanto la politica sia lontana da ogni forma
di aggressività e di dominio sull’altro, appare dunque in tutta la sua luce se
riusciamo a riappropriarci della dimensione dell’agire libero, dove l’umanità può incontrarsi senza
mediazioni. Sono comunque consapevole che seguire una politica non
imperialistica e conservare la fede in una dottrina non razzista diventa ogni
giorno più difficile, perché diventa ogni giorno più chiaro quanto pesante sia
per l’uomo il fardello del genere umano.
Non le idee, ma gli eventi cambiano il mondo. L’azione senza discorso è cieca,
il discorso senza azione è vuoto. Le idee che abbiamo portano ad un discorso e
si concludono con un’azione. Per poter cambiare il mondo, è necessario che
l’agire non si fermi ad un’esperienza, ma diventi un evento. L’azione è nascita perché
innesca un meccanismo infinito, crea una risposta che può essere una nuova
azione, che, a sua volta, ne cambia mille altre. Con il discorso e l’azione
l’uomo si inserisce tra i suoi simili, distinguendosi e accomunandosi con loro: questo processo è
paragonabile ad una seconda nascita. Il fatto che l’uomo sia capace di agire
significa che da lui si può attendere l’inatteso, che egli è, cioè, in grado di
compiere l’improbabile. Tutto ciò è possibile solo in quanto ogni uomo è unico
e poiché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua
unicità. Se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, se
questa è la realizzazione della condizione umana della
natalità, allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione
umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali.
La vita del criminale nazista Eichmann mostra come l’uomo possa trovarsi sulla
strada dell’indistinzione e dell’inautenticità, senza
la consapevolezza di avere irrimediabilmente perduto la sua umanità. Le azioni
erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né
mostruoso. Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti
e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono
tuttora, terribilmente normali. La politica del totalitarismo fu possibile
proprio grazie alla assoluta normalità di individui come Eichmann; nella
società attuale la concezione politica assume un significato dell’azione e
dell’agire che non può coincidere con l’idea totalitaristica del dominio
sull’altro e la cui unica fonte può essere solo una società democraticache non si lasci consumare in una
politica del profitto e degli interessi personali. La politica vissuta da
Eichmann come metodo di un’ascesa sociale è, paradossalmente, un esito
pericoloso che può riproporsi in una società abbagliata dall’abbondanza della
sua crescente fecondità e assorbita nel pieno funzionamento di un processo
interminabile, in cui non riesca più a riconoscere la propria futilità. La politica vissuta come questione dell’immaginecorre il rischio di
allontanarsi dalla realtà; essa percorre un crinale
che può declinare, da un lato, verso la mancanza di pensiero e, dall’altro, verso una distorsione
della verità, cioè la bugia. Il politico che mente nega
agli altri uomini la possibilità del pensiero, in quanto distrugge
dall’interno la possibilità stessa che un pensiero, nato dal confronto con
altri pensieri, possa avere un’efficacia nell’azione politica. La bugia
utilizzata in politica come via maestra al consenso può produrre soltanto il
risultato di una degenerazione della democrazia in demagogia. Dal che si
potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere,
più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie.
Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente
ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di
interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che
è inerente all’azione, e ci ricorda in
permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.
Hannah Arendt
Nessun commento:
Posta un commento