Cittadini, checché avvenga oggi, tanto con
la sconfitta, quanto con la vittoria, noi stiamo per compiere una rivoluzione.
Come gli incendi illuminano un'intera città, le rivoluzioni illuminano tutto il
genere umano.
E quale rivoluzione faremo? L'ho detto, la
rivoluzione del Vero.
Dal punto di vista politico c'è un solo
principio, la sovranità dell'io si chiama Libertà. Quando due o parecchie di
queste sovranità si associano, comincia lo Stato. Ma in questa associazione non
c'è nessuna abdicazione; ciascuna sovranità concede una certa quantità di se
stessa per formare il diritto comune; questa quantità è la stessa per tutti; e
questa identità di cessione fatta da ciascuno a tutti si chiama Eguaglianza. Il
diritto comune non è altro che la protezione di tutti che s'irradia sul diritto
di ciascuno; e questa protezione di tutti su ciascuno si chiama Fraternità. Il
punto d'intersezione di tutte queste sovranità che si aggregano si chiama
Società. Questa intersezione essendo un'unione, quel punto è un nodo, donde ciò
che si chiama vincolo sociale. Alcuni dicono contratto sociale; ma è la stessa
cosa, essendo la parola contratto etimologicamente formata con l'idea di
legame. Intendiamoci sull'eguaglianza, poiché se la libertà è la cima,
l'eguaglianza è la base.
L'eguaglianza, o cittadini, non è tutta la
vegetazione allo stesso livello, una società di giganteschi fili d'erba e di
querce nane, un vicinato di gelosie che si castrano tra loro; ma significa,
civilmente che tutte le attitudini abbiano lo stesso sfogo, politicamente che
tutti i voti abbiano lo stesso peso, religiosamente che tutte le coscienze
abbiano lo stesso diritto.
L'eguaglianza ha un organo; l'istruzione
gratuita e obbligatoria.
Il diritto all'alfabeto: ecco da dove
bisogna cominciare. La scuola primaria imposta a tutti, la secondaria offerta a
tutti, ecco la legge. Dalla scuola identica esce la società eguale. Sì,
insegnamento! Luce! Luce! tutto viene dalla luce e tutto vi ritorna.
Cittadini, il secolo diciannovesimo è
grande, ma il secolo ventesimo sarà felice. Allora più niente di simile alla
vecchia storia; non si dovrà più temere, come oggi, una conquista,
un'invasione, un'usurpazione, una rivalità di nazioni a mano armata,
un'interruzione di civiltà dipendente dal matrimonio d'un re, una nascita nelle
tirannie ereditarie, una ripartizione di nazionalità decisa da un congresso,
uno smembramento per il crollare d'una dinastia, una lotta fra due religioni
che cozzano come due capri delle tenebre sul ponte dell'infinito; non si dovrà
più temere la fame, lo sfruttamento, la prostituzione per miseria, la miseria
per disoccupazione, e il patibolo, e la spada, e le battaglie e tutti i
brigantaggi del caso nella foresta degli avvenimenti. Si potrebbe quasi dire:
non ci saranno più avvenimenti. Il genere umano sarà felice: compirà la sua
legge come il globo terrestre compie la sua; si ristabilirà l'armonia tra
l'anima e l'astro; quella graviterà intorno alla verità come questa intorno
alla luce. Amici, l'ora in cui siamo e in cui vi parlo, è fosca; ma sono questi
gli acquisti terribili dell'avvenire. Una rivoluzione è un pedaggio. Oh! il
genere umano sarà liberato, rialzato, e confortato! Noi glielo promettiamo su
questa barricata. E donde emetteremmo il grido d'amore se non dall'alto del
sacrificio? Fratelli miei, è questo il luogo di congiunzione di quelli che
pensano e di quelli che soffrono; questa barricata non è fatta né di selci né
di travi né di ferramenta; ma di due mucchi, uno d'idee, l'altro di dolori. La
miseria qui s'incontra con l'ideale, qui il giorno abbraccia la notte e le
dice: - Io muoio con te e tu rinascerai con me.
Dalla stretta di tutte le desolazioni
scaturisce la fede. I patimenti portano qui la loro agonia, e le idee la loro
immortalità; e questa agonia e questa immortalità stanno per mescolarsi e
comporre la nostra morte. Fratelli, chi muore qui, muore nelle irradiazioni
dell'avvenire; e noi penetriamo in una tomba tutta penetrata d'aurora.
Enjolras s'interruppe più che non tacesse;
le sue labbra continuarono ad agitarsi silenziosamente, come se parlasse a se
stesso, sicché tutti lo guardarono attenti, cercando di udirlo ancora. Non ci
furono applausi ma un lungo mormorio. La parola è un soffio e i fremiti delle
intelligenze somigliano ai fremiti delle foglie.
Il passo è una traduzione dai Miserables di Victor Hugo, romanzo edito
nel 1862. L’evento storico in occasione del quale Hugo immagina venga pronunciato questo discorso è l’insurrezione
repubblicana di Parigi del 1832: a parlare è il personaggio di Enjorlas, che
Hugo inventa ponendolo a capo di un’analogamente immaginaria associazione
segreta denominata Les Amis de l’ABC,
in cui abc rappresenta un calembour,
un gioco di parole, perché in francese la pronuncia delle tre lettere
corrisponde alla parola abaissé,
abbassato, avvilito. Tutti i componenti del gruppo, studenti universitari dalle
diverse idee politiche, da repubblicane a democratiche, moriranno nel corso della rivoluzione.
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