Temporale:
l’impressione che il poeta vuole generare è essenziale, e per questo il
linguaggio raggiunge un notevole grado di rarefazione per via dello stile
nominale prescelto (un unico verbo predicativo, al verso 2, rosseggia); la
rappresentazione paesaggistica complessiva è ottenuta attraverso l’accumulazione
di notazioni isolate ma collegate analogicamente: la prima è una notazione
acustica, seguita da notazioni visive concatenate appunto fra loro per via di
contrapposizioni (affocato, nero, chiare, nero, ala di gabbiano), con la
conclusiva similitudine tra casolare e ala di gabbiano che è un esempio
illuminante della tecnica pascoliana in grado di annullare le distanze e di
stabilire inediti accostamenti, com’è proprio dello spirito del fanciullino,
adamo col compito di assegnare nomi alle cose del mondo.
Il
lampo: da un appunto di pugno del poeta risulta ch’egli
pensava alla morte del padre quando scrisse questi versi. Che in effetti sono
gravidi di disperazione, non solo evocativi e impressionistici, ma intensamente
espressivi, rivelatori di emozioni profonde, di un dramma incomprensibile e mai
elaborato. Ci troviamo di fronte a un improvviso e spaventoso svelamento: la
terra come un animale prostrato e in procinto di morire, il cielo prossimo a
franare; con lo splendido ossimoro che allude a un silenzio tumultuoso, l’unico
che possa addirsi a un simile spettacolo, l’immagine si completa con
l’apparizione fugace eppure sufficiente
a produrre nuovamente uno spaventoso orrore della casa biancheggiante,
posta in similitudine con un grande
occhio sbalordito che si apre per chiudersi subito dopo sulla notte nera. Il
linguaggio sembra, in virtù delle cadenzate ripetizioni, voler riprodurre la
cantilena di un bambino, la semplicità del suo eloquio che ancor più mette in
rilievo l’orrore di quello che viene evocato.
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