VOGLIO LEGGERVI
“Voglio
leggervi qualche pagina d’un romanzo che non è stato ancora pubblicato e, può
essere, non lo sarà mai. Forse non è nemmeno stato scritto. E allora, che
ardita metafora barocca potrebbe descrivere quello che sta avvenendo hic et
nunc?
Borges saprebbe dirlo, il cieco di Buenos
Aires che suggeriva, di fronte alle biforcazioni, di imboccarle con decisione
unanime. Ogni libro, come ogni vita che in un libro può essere contenuta, come
un libro vita o una vita libro, può
essere o non essere, questo non è il problema, come non è un problema chi
scriva i libri né chi li legga. Perciò si annulla la differenza fra scritto e
non scritto, fra letto e non letto, e alla fine importa solo quello che sta accadendo
in ogni istante compiuto, da raccogliere come un frutto appena maturato da un
albero generoso.
Oggi è l’ultimo giorno
di scuola e, per quel che ne so del futuro, potrebbe essere l’ultimo giorno
della mia vita. O della mia vita così. Non che lo desideri (soprattutto la prima
delle due), ma mi piace prendere in considerazione tutte le ipotesi, con buona
pace di Isaac Newton.
Sì, ho voglia di ripercorrere, di spingere il mio
sguardo lubrico di attempato professore dedito al brachetto (non mi spiace
tuttavia nemmeno lo spumante franciacorta) negli anfratti del passato. Di
quell’ultimo giorno di scuola che credevo sarebbe stato davvero l’ultimo.
“Bastardi! Non
mi avrete più”, gridò nella mia interiorità una voce stentorea, rivolgendosi
non si sa bene a chi, ma certo con
l’accompagnamento di un dito medio sfrontatamente alzato. Mi accade, nei
momenti di svolta della vita, di lanciare proclami da una finestra affacciata
su una folla in attesa. In quei casi divento un incrocio fra De Gaulle e il
papa, preferibilmente uno dalla voce tremula che sentivo parlare nella
giovinezza, Paolo VI si chiamava, e uno recente con lo sguardo da topo (con
tutto il rispetto per entrambi, topi e
papi, intendo). Questo personaggio dai connotati fisiognomici cangianti (papalina, ciocche bianche mescolate a nere,
baffi a scomparsa, fronte alta e sfuggente,
occhi pesti, penetranti e mobili) lancia proclami urbi et orbi, con
intenti catechistici. In quella famosa occasione, quella del “bastardi, non mi
avrete più”, la disse così grossa che la stuke, detta anche sfiga totale e non
scongiurabile nemmeno col più sano dei gesti apotropaici, toccarsi i coglioni, volle
castigarlo per bene. I bastardi lo riebbero, in brevissimo tempo, confezionato
come lo volevano loro, impacchettato con tanto di fiocchetto e gala, obbediente
e, guarda un po’ la stuke come sa essere raffinata, persino a tratti
soddisfatto di sé. Ma qui non si capisce niente, occorre fare un po’
d’ordine.
1982, anno dei
mondiali di calcio. Partita epocale Brasile – Italia, io tengo per il Brasile
perché ci gioca Socrates e sempre io, al quale del calcio non interessa nulla,
mi sono innamorato del suo sogno di libertà. Ho momentaneamente sostituito
l’innamoramento per una ragazza, dopo una storia ai confini della realtà
(parlavamo due lingue differenti e, a parte nei momenti in cui questo
particolare era irrilevante, perché facevamo ginnastica sul letto, non ci
capivamo su niente), con quello per le idee.
“Morire per
delle idee, l’idea è affascinante” cantava nella mia testa De Andrè, e io
cercavo di collezionarne tante, in modo da poter poi scegliere bene per quale
morire. Io, nel giugno-luglio del 1982, mi preparo per l’esame di maturità come se
dovessi riscattare la mia vita. Cinque anni di prigione nel regio liceo
classico blablabla. Architettura
fascista tinta ocra, enormi corridoi, un bidello alla porta con la faccia di
Hitler. Fiorito si chiama, e mai nome appartenne più a sproposito a uno che la
vita, la natura, il fato, con una comunione d’intenti che, volta al bene, ne
avrebbe fatto la persona più felice del mondo, avevano strizzato e inacidito,
accanendosi con una serie di sventure che lo avevano reso implacabile
persecutore del suo prossimo. A noi studenti Fiorito chiudeva il portone in
faccia, alle 8 e 5 secondi, e poi ci
spiava un po’ dappertutto, persino nei gabinetti e nei vani delle finestre, e
denunciava qualsiasi comportamento superasse la soglia della correttezza, secondo
lui.
Ma continuiamo
con la spiegazione dei bastardi, la parola chiave e riassuntiva, la cifra di una
vita, del suo inizio assai poco trionfale.
Bastardi numero
1, il bidello Fiorito, non è il peggiore, ma te lo trovi sulla porta.
Poi il
professore di matematica. Con la faccia del pescecane di Nemo (com’è importante
avere dei nipoti con cui vedere da adulto i film della pixar, per ampliare il
bagaglio delle similitudini) e il suo stesso sorriso: la prima inquadratura,
della dentatura mozzafiato, è folgorante, sento immediatamente la voce del
professore che dice una sacrosanta
verità:
“Lei Coppi è una testa di cazzo.”
Da notare lo
squisito accostamento del lei, distanziante,
all’intimità del turpiloquio. La
passione per gli ossimori nasce di sicuro da questo. Con l’occhio fisso sulla
lavagna d’ardesia, il braccio alzato a disegnare una parabola col gesso, mi
blocco a immaginare come faccia una testa di cazzo a risolvere un problema di
geometria analitica. Ma soprattutto me la sento addosso quella testa e mi viene
anche un po’ da ridere. Chissà come sono le braccia di una testa di cazzo, devo
provare a disegnarle.
Bastardi numero
3: l’insegnante di greco e latino del triennio. Sguardo obliquo, vena protrusa sulla
fronte, in particolare in stato di alterazione. Il quale ultimo è prodotto
preferenzialmente, nell’ordine, da: risposte non previste su argomenti
previsti, risposte leggermente discordanti su argomenti previsti, risposte
incomprese ma non incomprensibili su argomenti qualsivoglia, domande su qualsivoglia argomento, domande
domande.
Con lei è
difficile comunicare, se non nel codice ammesso dall’istituzione: 1-2-3. Le sue
dita segaligne indicano la sequenza, la voce stridula la enfatizza. Devi
rispondere in modo ordinato e previsto, secondo l’ordine prescritto delle
sottolineature. Coppi, Lei mi sta prendendo in giro. Dice tante belle parole,
ma non segue l’ordine degli argomenti. Lucrezio, nome completo? Cosa scrive San
Girolamo? Titus Lucretius poeta nascitur, poculo amatorio in furorem versus… Mi
reciti il frammento di San Girolamo invece di dar mostra d’inutile saccenteria,
parlandomi di, parlandomi…
Il ricordo si
perde, il dubbio di mistificare s’accentua. Ho visto l’incartapecorita
professoressa camminare incerta al mercato pochi anni fa. Lo sguardo,
ammutolito da una malattia che le scava le ossa e il cuore, da anni non mi
impaurisce più. Posso figurarmela viva, morta, moribonda, sofferente, non mi
suscita più alcuna emozione. Però ricordo che lei era il terzo tassello dei “bastardi”
, e non riesco a perdonarle (categoria che non mi appartiene, ma della quale
per comodità non si riesce a fare a meno) lo sguardo bieco anche quando
spiegava Lucrezio e Virgilio e Orazio e Properzio e Ovidio; il guano, il fango
dell’indifferenziato riversato su tutto, l’inettitudine, il grigiore, la
trascuratezza, la mediocritas non aurea, la pesantezza, il senso di fallimento,
l’inanità dell’umanesimo-rinascimento, l’ignoranza della sprezzatura e altro e
altro ancora, in virtù del quale mi sentirei tutt’oggi di comminarle 150
milioni di anni in purgatorio, ad assistere a felici amplessi, a lieti
conversarî, a muti scambi di sguardi d’amore, fra gente che è capace d’amare e che non cammina sui muri,
come faceva lei per non dover incrociare gli esseri umani.
Bastardi numero
quattro: alcuni compagni di scuola. In un sistema totalitario a scapitare sono
i sottomessi, la loro morale rigorosamente eteronoma non si lascia fecondare da
nulla che non sia sperma in provetta, inoculato
con sistemi di controllo protocollati. Nessuno spazio per sentimenti e umanità,
spirito di competizione spacciato per lievito del progresso, sgomitamento
ancestrale, desiderio di eliminarsi considerato
metodo utile a premiare i meritevoli. Meritocrazia come sistema di controllo.
Vi ricordo
perbene, piccoli anelli d’una catena ai piedi, al collo, alla voce, all’anima, incapaci di parlare d’altro che
non fossero voti e sì, anche voi, magnifiche sorti e progressive, con aliti
fetidi e suoni preimpostati.
Bastardi numero cinque.
Che dolore, che orrore, che paura. Tra i bastardi numero cinque, il numero al
quale intendo fermarmi, ci sono gli anchebuoni. I comprensivi, quelli che ti
sussurrano la comprensione che hanno imparato in anni e anni, con prove e
delusioni, incassando insuccessi, imparando a non trasformarsi in risentiti.
Così dicono e così credono, non sono veri ingannatori. Peggio, però, lo impari
col tempo, ma non subito. Subito ti capita che i bastardi numero cinque ti
ingannino, ti abbindolino, ti irretiscano e siano, alla fine, i principali
responsabili della tua prossima resa, del tuo cadere nella trappola. La
professoressa dal piglio volterriano, insaziabile masticatrice di pasticchette
alla menta, portatrice comunque di una sana visione delle cose:
“Lei, Coppi, ha
un talento naturale per l’intendimento del testo, deve coltivarlo e combattere
la sua pigrizia.”
Voltaire ti elegge e tu non trovi il coraggio
di respingerlo, ti invita nella sua biblioteca e ti impresta i suoi libri:
impari da lui, per te in abiti femminili, qualcosa di basilare, e non puoi non essergli riconoscente. Perché,
allora, bastardi numero cinque? Perché sono quelli che ti vogliono in posizione
prona. Quelli che vogliono che tu ti faccia sodomizzare proprio da loro e da
nessun altro, anche lì, come un’elezione della quale devi andar fiero.
Il mucchio
assassino si è coalizzato per rendere la tua giovinezza un petit enfer. E non
ci fossero stati gli amici, le lunghe passeggiate notturne con alcuni di loro, le
mattinate di fuga da tutto, le ipotesi di un futuro completamente diverso – una
vita comunitaria in una grande fattoria,o su un improbabile brigantino, i
figli, se ce ne fossero stati, tutti in comune – chissà cosa sarebbe successo.
Chissà cosa
sarebbe successo.
Quello che
succede nel 1982, nella caldissima estate 1982, è che il Brasile perde contro
l’Italia. Non riesco a guardare la partita intera, un po’ perché, di là dal sogno socratico, le
partite mi annoiano, un po’ perché inaspettatamente dai confini della realtà mi
viene a trovare quella che parla in un’altra lingua, che ha terminato di dare
l’esame prima di me e vuol dirmi addio, facendo un po’ di ginnastica, prima dell’estate che scaverà tra noi
l’invalicabile abisso temporale. Quello che accade nella caldissima estate 1982
è che Guido Coppi, studente tutt’altro che modello del regio liceo classico
blablabla, sistematiche rimandature, bocciature evitate d’un soffio con
recuperi in fin di vita nel mese di maggio, ebbene lo studente non modello
Guido Coppi affronta più che brillantemente l’esame di maturità. Sa recitare
a memoria l’Inno a Venere di Lucrezio e
l’ultimo canto del Paradiso. Si produce in un commento raffinato ed eloquente
di quest’ultimo e si guadagna i complimenti del commissario di italiano, un
anziano professore che, stringendogli la mano al termine, venuto a sapere della sua decisione di
iscriversi a lettere, pronuncia un vaticinio importante: lei diventerà un
ottimo insegnante. L’anima di Guido rincula. La sua mano accenna al più sano
dei gesti apotropaici ma, come s’è detto, quando il cerchio di ferro del
destino inizia a stringersi intorno a te, povero Edipo, non c’è nulla da fare.
Ucciderai tuo padre e ti unirai carnalmente con tua madre. Diventerai un ottimo
insegnante e i bastardi numero uno, due, tre, quattro, cinque, ti avranno di
nuovo.
Amenoche. A meno che? A meno che tu riesca a
coltivare nell’interiorità un sogno di diversità, di assoluta diversità. Amenoche.
Pensi sia possibile cambiare il mondo facendo
l’insegnante. Di colpo, una mattina, guardando capi chini di fronte a te,
intenti a scrivere un tema, pensieri che si dipanano, a partire da cose che hai
detto tu, ti coglie una specie di senso di onnipotenza, un delirio di controllo
delle menti, che potrebbero essere orientate a rendere migliore quello che c’è. Il problema però è un’insanabile
contraddizione, dalla quale non riesci a liberarti. Tu sei al contempo
l’umiliato Guido Coppi di fronte alla lavagna d’ardesia e il maestro che
dantescamente porta la sua fiaccola dietro alla schiena, dimentico della strada
che deve percorrere e interessato solamente a portare un po’ oltre a sé gli altri.
Ma non è vero. All’elenco
originario dei bastardi si aggiungono numeri e nomi. Forse è l’eterno ritorno dell’uguale, o forse
è solo la stuke che si accanisce con te. I bastardi si reincarnano, nemmeno il tempo di
morire, alle volte, e te li ritrovi lì,in classe, fra le teste chine che ti
inteneriscono. Sono quelli che ti offendono, che si voltano quando a te sembra
(è vero sembra) di star dicendo qualcosa di importante. E poi non sorridono mai, o nemmeno ti guardano negli
occhi quando si tratta di sostenere qualcosa di importante oppure non vogliono
sapere cosa sia importante, perché
mettono sempre il loro piccolo sé al centro di tutto. E fingono anche di darti
ragione, ma tu sai benissimo che
nell’anima non ti somigliano nemmeno un poco e comunque, se tu potessi
decidere, smetteresti di occuparti di loro subito, senza un’esitazione.
Bastardi che si reincarnano, quindi, e tu fatichi a tirare avanti la tua vita,
dato che non riesci a smettere di interrogarti su ogni dettaglio e, se sono
loro a rendere la sostanza delle cose, sono anche loro a rovinarla. Ah, l’uomo
che sa procedere sereno, all’ombra ed a se stesso amico. Di lui non c’è altro
da dire se non che il mondo gli
appartiene, che il mondo è suo perché gli corrisponde in ogni intima fibra,
mentre tu, che ti sei nutrito di sapienza classica, di letture e di riflessioni
profonde, sei un disadattato, uno che non accetta e non è accettato.
Nel frattempo la
vita prende una forma precisa, se così si può dire, assume una parvenza di
sensatezza. Hai trovato la donna che gliela sa dare, la sensatezza ovviamente,
che idea intendere questa frase in senso volgare. Eppure questo c’è pure in te,
inutile negarlo, una originaria inclinazione al turpe e al volgare, nonché banalmente alla stupida
associazione mentale. Pensi, alle volte, che sia il corredo genetico maschile,
quel vostro riuscire a ridere per il disegno di una grossa minchia. Alle donne
non capita, lo sai dalla tua amica Laura, con la quale puoi condividere ogni
pensiero, perché lei, manco a dirlo, ha un intelletto e un’anima un po’
maschili, oppure, come preferisce esprimersi lei che è più saggia di te, è
anche in grado, oltre che detenere
eroicamente la vagina, di immaginarsi cosa voglia dire avere il bischero (è una
cultrice di termini letterari) di cui voi andate tanto fieri e per cui tanto
penate da una certa età in avanti.
Ma procediamo
con ordine. La donna della tua vita. Compare un giorno, all’improvviso, mentre
sei all’università e ti senti Tonio Kroger che guarda la festa attraverso un
finestrone: i tuoi occhi scuri registrano voci e movimenti, avvertono gioia e
divertimento dai quali ti senti inesorabilmente escluso. Non fosse per lei che,
appunto, vedi all’improvviso. Ha i capelli biondo-rossi, un po’ mossi e
scomposti, lunghi, è molto pallida e magra. Non sapresti dire come sia vestita
perché tu, non c’è malizia in questo, è una faccenda di anima, la percepisci
completamente nuda. Non sai come sia possibile, forse è tutta quella
fantascienza che hai letto da ragazzo, per cui ti capita di indossare occhiali
che rivelano quello che c’è di sotto, ma in verità non leggevi fantascienza
pornografica, fatto sta che lei, la prima volta, la vedi aggraziata, eterea,
avvolta d’una luce tiziana, se non tizianesca (non fosse che l’associazione
artistica ti è preclusa perché la tua insegnante di arte era pazza e spiegava
sempre e solo Paolo Uccello, guarda tu che stramba perversione), nuda, e il tuo cuore inizia a tessere sonetti
petrarcheschi. Lo puoi giurare che sono sonetti petrarcheschi e non battute da
caserma. Lei non s’addice a questo, in una caserma non la vedrebbero nemmeno,
né sentirebbero la sua voce sottile, un pigolio di passerotto, che però cela
una fierezza e una forza dalle quali un giorno sarai abbattuto. E per sempre.
Ma una volta di più stai accelerando i tempi. Siamo all’inizio e già presagisci
la fine. Quella tua tendenza a raccontare i finali. A togliere la sorpresa.
Ti avvicinasti a
lei, facendo finta di non accorgerti della sua
nudità, d’altronde era chiaro che a esserne consapevole eri solo tu, e
le rivolgesti una domanda qualunque. Il tempo deformatore mutò la memoria di
entrambi: secondo lei le chiedesti dove si tenesse la lezione del professor
Torre, secondo te, le proponesti di
andare a bere un caffè da Torre, il bar di fronte all’università. Fatto sta,
che la sera stessa, incapaci di separarvi, vi ritrovaste a stappare una
bottiglia di vino nella tua mansarda e a dare corso al primo di una serie
purtroppo terminabile di incontri amorosi più che soddisfacenti. Che iattura
che con la donna della tua vita tutto fosse così straordinariamente appagante.
Che ogni follicolo della sua pelle reagisse alle tue parole, ai tuoi aliti e
così fosse dei tuoi, ogni volta che anche solo vi avvicinavate. Pensi, ora, che
a un certo punto questa tensione erotica sarebbe terminata, che il desiderio si
sarebbe estinto. Pensi, ora, che un giorno magari avreste odiato i vostri
starnuti, gli sbadigli, il tossicchiare, il russare notturno. Che incontrandovi
in bagno vi sareste entrambi ritratti oppure, peggio, che uno dei due avrebbe
tentato una tenue carezza e l’altro si sarebbe ritratto con un malessere
evidente e riconoscibile, non fosse che in quei casi magari sottentra una pietà
che si alimenta del passato gioioso, dei sorrisi e dei piaceri goduti e
elargiti. Pensi, ora, ma non sai veramente cosa sarebbe potuto accadere, perché
lei ha fatto in modo che l’orizzonte si chiudesse, che la luce della tua vita
si spegnesse e tu perdessi come Heathcliff l’altra parte della tua anima. O
forse l’unica anima che avevi. Così che adesso, a vagare sulla terra, caro professor Coppi,
altri non è che quel Frate Alberigo del XXXIII dell’Inferno, corpo abitato da
un demone, dato che tu appunto sei andato altrove, hai cercato di seguirla e
vaghi, vaghi, senza trovare nulla.
Guardando gli
alberi di corso San Maurizio, dove abiti, alle volte pensi ancora a lei e
canticchi pure la canzone di Gino Paoli, che non ti piace particolarmente ma è
vera, “ il tuo viso di sole è rinato stasera, solamente stasera un amico un po’
matto ha ridetto le cose che pensavo di te.” Ma poi ritorni te stesso, il
senz’anima, o quello con l’anima dimidiata, a cui non appare nessun fantasma,
ma la vita stessa risulta fantasmatica.
Senza significato.
Tutto in tutto. Vanità delle vanità. Qoheletiano. Non vorresti lasciarti
sopraffare, ma è quello che capita. Che, come in un incubo dell’infanzia, tu ti
trovi sperso nell’universo a elemosinare comprensione da tutti. Gli spazi
siderali non riescono a ospitare la tua sofferenza, perché per una cosa del
genere non c’è spazio che tenga. Vorresti una gomma per cancellarla, o un
pennino a inchiostro simpatico, perché quello che tu dici scompaia. Non so di
cosa stia parlando, ma non vi capisco. Come avete fatto a gettarmi in questo sconforto
così profondo? Sei stata tu, particolarmente tu a farlo? Sì, l’investimento
sbagliato, la rete che non tiene, il frangente che ripullula. Non ce la posso
fare a ripetere per l’eternità le medesime cose. Mi uccideranno. Mi ucciderò.
No, non voglio
leggervi proprio niente. Questo libro non si scrive da solo e nemmeno lo detterò a qualcuno. Voglio solo
scappare lontano e non sentire più voci che parlano. La mia, in modo particolare.”
UNA RIBELLIONE O UNA FUGA
Guido Coppi era insegnante da venticinque
anni. Troppi, gli capitava di pensare non di rado, in particolare quando
coglieva sui volti dei suoi allievi espressioni di noia, insofferenza,
indifferenza o quant’altro gli ricordasse, in modo più o meno brutale,
l’inutilità di quanto stava facendo. Benché approdato all’ateismo in vista
della mezza età appena raggiunta, un profondo radicamento degli insegnamenti
ricevuti in gioventù in scuole cattoliche gli suggeriva in questi casi immagini
bibliche: vedeva se stesso camminare a piedi nudi in un campo sterminato e
accuratamente dissodato, intento a gettare semi alle sue spalle mentre stormi
di corvi neri si contendevano l’inaspettata manna, folate improvvise di vento
si levavano a disperderli, e solo pochi di essi giungevano a destinazione per
poi faticosamente germogliare. Vanità delle vanità tutto è vanità, si trovava a
sussurrare sentendosi profondamente ridicolo e non potendo nemmeno comunicare a
molti queste sue percezioni, per non essere accusato di rincoglionimento senile
dai più sensibili fra i suoi interlocutori, nessuno dei quali particolarmente
interessato a condividere con lui queste insane elucubrazioni.
Alle volte, poi, si sentiva dire cose che non avrebbe mai voluto fuoriuscissero
dalle sue labbra. Come una mattina in cui, muovendo lo sguardo per la classe,
aveva colto l’erratica perlustrazione da parte di Francesco degli anfratti del
reggiseno di Lara, taglia quarta, occhi da cerbiatto triste, e, in sequenza,
come sempre accade in questi casi, regia indefinita ma magistrale, la testa di
Antonio che crollava, effetto di estenuante nottata, chissà se a dedicarsi
all’onanismo o a condividere filmini porno su
facebook, Giulia e Marco intenti a giocare a chissà che sul banco,
dietro a una ridicola barriera di felpe,
e si era sentito dire: “se non la piantate, subisco una metamorfosi. Divento
un altro”. Il tono con cui l’aveva detto era stato sufficientemente alterato
perché a nessuno venisse da ridere, ma lui non era riuscito a farne a meno
ripensandoci. A quale metamorfosi pensava?
Più che altro, lui avrebbe voluto rivoluzionarsi,
nell’impossibilità di promuovere una rivoluzione. E da dove cominciare gli era
chiaro da tempo. Voleva ritornare a essere tutto in punto. Come quando, anni
prima, aveva scritto la prima pagina del suo romanzo incompiuto.
“Tutto in un punto era all’inizio del mondo.
L’indifferenziato, l’infinitesimale, l’assoluto. Chissà cosa vedeva, se c’era,
l’occhio di dio tutto in un punto. Chissà se non era, tutto in punto, proprio
solo l’occhio di dio. Io, che non sono mai tutto in un punto, ma che alle volte
lo vorrei, se non altro per riuscire a sentire di più, a soffrire a godere a
amare a odiare a capire a ignorare contemporaneamente un po’ tutto, come alle
volte accade quando si guarda qualcosa che è affascinante e turpe, io che non
sono mai tutto in un punto, vorrei poter provare l’ebbrezza di una momentanea
unificazione dei punti di vista. Vorrei provare l’ebbrezza dell’aleph, di
vedere attraverso una piccola fessura l’ora e il sempre, il mai, il forse, il
magari, il davvero, il certo, l’impossibile, l’innominabile, l’amato e
l’odiato, l’indifferente, il passato prossimo, il passato remoto e il futuro.
Ma c’è una contraddizione
insanabile. “Sentire”, come l’intendo io, “sentire” fino in fondo tutto quanto
non si concilia con l’indistinto, con il confuso. Occorre che un preciso
sentimento si distingua da tutti gli altri, che si perdano l’indeterminatezza,
la molteplicità, a vantaggio dell’unico, allora sì davvero assoluto. Me la
sento addosso la voglia di provare qualcosa di unico e puntiforme, qualcosa che
non si confonda con niente altro. Una voglia puntiforme, un desiderio espresso
anche ripetutamente, alle volte urlato, sbattuto contro il muro, che ne senti
il rumore da lontano e sai, sai che ti farà sanguinare e le nocche delle mani proveranno,
direttamente, quello che l’anima fatica a dire. Sto male, stomale, anche tutto
attaccato, è così, non so cosa fare, non trovo che bivî, e imboccarli è davvero
troppo difficile per chi sia dotato unicamente di una ragione. Come
bisognerebbe essere per riuscire a sopportare un peso così grande? Uno e
nessuno, centomila e qualunque, sapersi annullare e essere, continuare a
essere, intensamente se stessi.
Poi però la vita tende a
rapprendersi. Come una crema troppo a lungo sbattuta. Non è unificazione di
tutti i punti vista, non è elevata comprensione di ciò che accade e ti accade.
Sei tu che ti stati raggomitolando su te stesso e non tieni la testa alta e non
vedi altro che il tuo ombelico e te lo contempli e anche se capisci che si
tratta di una visione ridotta, una visione ridicolmente narcisistica, con te
che pretendi di vedere qualcosa, mentre ti fissi su questa parte del corpo
nemmeno particolarmente affascinante. Il tuo ombelico arricciato, leggermente
più scuro del resto del corpo, un tempo
insanguinato e luogo d’origine di tutto. Vorresti poterci affondare le dita
dentro, per frugare nell’interiorità che ti resta. Non sai dire di meglio che
questo, non riesci ad avere l’idea migliore di tutte, interrompere il flusso di
parole, darti una pausa, smettere di delirare.”
Insomma,
in tanti percepivano che Guido Coppi, sarebbe, per semplificare, impazzito.
Alcuni lo presagivano e non certo, nel contesto, gli allievi o le allieve che
lui riteneva più in sintonia con se stesso. Viceversa, la percezione, come
spesso perversamente accade nella vita, apparteneva piuttosto a quelli che gli
erano estranei e che analogamente concepivano lui. Guido aveva immaginato tante
volte di cambiare strada all’ultimo momento mentre si dirigeva, passando per
via Maria Vittoria, al secondo regio liceo della sua vita. Aveva immaginato
tante volte di perdersi e ritrovarsi alla stazione di Porta Nuova per salire su
un treno qualsiasi, diretto all’equatore, per non tornare mai più. Ma quello
che può interessare a chi oramai ha perduto per sempre le sue tracce è capire
quando questa immaginazione abbia iniziato a tradursi in parole e azioni,
quando, per recuperare la metafora di cui sopra, abbia iniziato a rapprendersi
come una crema a lungo sbattuta.
Una mattinata come tante, Guido compì la solita operazione che precedeva ogni sua
lezione: si era coscienziosamente preparato scrivendo punto per punto quello
che intendeva dire, si era suggestionato con qualche musica ispiratrice, aveva
ripetuto fra sé e sé qualche passaggio del discorso e, questo diventerà il
punto cruciale dell’evocazione, aveva ideato un titolo.
I
titoli, col tempo, erano diventati l’ossessione di Guido Coppi. Imputava
infatti a sciatteria (i principali accusati erano i suoi vecchi insegnanti, ma
anche la maggior parte dei suoi colleghi attuali) il fatto che nel proporre una
sistemazione di eventi e interpretazioni si trascurasse di dare loro un taglio,
un intendimento, che trasparisse fin dal titolo. I suoi allievi pazienti, ma
anche i rassegnati o gli indifferenti al
fatto che la sorte avesse loro assegnato una guida siffatta, non badavano
granché a questa sua fissazione, ma quelli che tra loro lo ritenevano pressappoco un eccentrico
saccente, un ciarlatano o un noioso, si soffermavano invece con occhio critico
sulle sue titolature. Una mattina di novembre del 2014, Guido Coppi propose in
una delle sue quinte il titolo più lungo in cui mai si fosse prodotto. I
ragazzi lo presero come uno scherzo, perché lui badò a fare in modo che
altrimenti non potesse accadere. Ma a distanza di giorni, quando apparve chiaro
che in quel titolo si celava l’intendimento di quello che lui avrebbe fatto, a
nessuno più venne voglia di ridere.
ADESSO SCRIVO IO
“Caro Guido, cara consuetudine di mattinate
d’ira, di noia, di malattia morale (qualche volta anche fisica), mio caro caro,
la cui voce ascoltai allora e sento ora, dopo tanto tempo, risuonare …e
l’ombra sua non cura che la canicola stampa sullo scalcinato muro, … che solum è mio e ch’io nacqui per
lui, …e te sovra te incorono e mitrio,… chi sei tu, io non sono nessuno, una babele di frasi che si arrotolano l’una
sull’altra e io che sognavo, ascoltandoti, di salire con te su un tappeto
volante per partire e non tornare mai più, ma vedevo bene che i tuoi occhi si
perdevano, mentre parlavi, in lontananze marine, perché sembrava che tu il mare
lo vedessi ansimare fino all’orlo dei tetti di via Maria Vittoria, che si
vedevano dalla nostra aula. Ingannatore, sei stato, per il mio animo di allora,
ma mi piaceva essere ingannata da te, come mi piace ora immaginare di venirti a
cercare nel chissadove te ne sei andato. Passo davanti a quella che fu casa tua
avvinghiata, come diresti tu con una nota di disprezzo nella voce, al mio
ragazzo di allora, di cui sono diventata moglie (e madre, in una confusione di
ruoli che tu avresti disprezzato, ma chissenefrega del tuo disprezzo, ho più
d’una ragione per riversartelo tutto addosso) e vengo travolta da sensazioni di
ogni genere, la mia mente inizia a vagare, rispondo a monosillabi o in modo
sbagliato, rovino la serata a tutti e due. Tanto so come la finiremo, in un
rito conciliatorio nel corso del quale per un attimo tacerà la voce che
continua a parlarmi nella mente, ed è la tua, e io griderò per il piacere un
nome che non sarà il tuo, ma è di te che dice.
Sì,
sei riuscito bene nella tua
operazione di ottenere il controllo della mia mente e del mio cuore, ti ho
lasciato procedere fino agli estremi limiti in questo territorio indeterminato,
indefinito, adatto a tutto in un punto, quella che dicevi essere una delle tue
ossessioni e che hai lasciato infiltrare in me, pessimo educatore.
COLEI CHE
APPARVE NUDA
No, non sono stata io ad abbandonarti, come
ti è sempre piaciuto raccontare, anche a te stesso. Sei stato tu il primo ad
andartene, quando il tuo sguardo ha iniziato a non vedere più me ma
qualcos’altro (non qualcun’altra, sarebbe stato troppo banale): il mare, ad
esempio, oppure (che forse è la stessa cosa) la tua interiorità stratificata e
oscura, molto egocentrica, in grado di escludermi da ogni passaggio della tua
vita, da ogni sussulto del cuore e della mente. Cosa sei andato raccontando nel
tempo? Così confuso e così sovrapposto, parole che si accavallano e sentimenti
che non si riconoscono più.
Ti ho amato come non amerò mai più, come non
ho mai amato prima di te. Eppure adesso, che ho trovato la forza di mettere tra
me e te distanze abissali, di quell’amore non resta quasi traccia, se non in
qualche momento di abbandono in cui mi concedo di guardare verso l’orizzonte
del paese smisurato in cui sono andata, sola, a vivere. Allora sento risuonare
una canzone senza accompagnamento udibile, forse ultrasuoni o scale che esulano
dai nostri sistemi di notazione, la musica d’un fiore che apre la corolla al
mattino, dell’eco d’un battito di farfalla in una grotta, della goccia di
rugiada che cade al suolo, della notte che inizia mentre il crepuscolo brancola
sulle montagne azzurre.
Ti amo
Amo il tuo
sorriso perennemente derisorio, amo la tua spettinatura,
amo il tuo
passo dinoccolato, a tratti incespicante,
amo il tuo
disincanto, il tuo occhio che si illumina per inopinati desideri,
amo la tua
desolata solitudine,
amo
l’inettitudine alla conversazione superficiale,
l’intenso
sprofondamento nelle metamorfosi dell’ io,
del tu del
noi anche se non per sempre.
Amo il tuo
disamore, e il nostro allontanarsi
ogni giorno un poco,
l’avvicinarsi
sicuro alla fine
ma senza
rimpianti.
Amo che ci
siamo detti sempre ogni cosa,
anche le
peggiori,
amo che ci
siamo amati
anche se non
ci ameremo più.
Dio, come mentono le parole. A chi
occorrerebbe affidare i messaggi veri, le comunicazioni dello spirito che
soffia da dove vuole? L’aveva capito, la Sibilla, cosa bisognava fare: scrivere
sillabe mute su foglie accartocciate, lasciare che il vento si appropri della verità e la sparga anche in assenza di ascoltatori nell’aria immensa che
circola intorno al mondo. E come ti abbraccerei disperatamente, allora,
convinta che tu avessi finalmente ascoltato e capito le mie richieste d’allora
e di ora. Come ti saprei ritrovare senza risentimenti di alcun genere, davvero
dimentica di affronti e patimenti subiti. Disposta a trascorrere l’eternità
insieme a te, nutrita dai tuoi sguardi innamorati e sapienti, in grado di
riconoscere ogni centimetro della mia pelle, di prendere a dare gioia al mio
corpo, alla mia mente, al mio cuore, e io ai tuoi.
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