PRIMA
Tu che sorridi. Lei che sorride. Tutti e due sorridete. Alle spalle montagne innevate, il mare smisurato, un albero stecchito che protende i rami al cielo, un baratro che si apre sotto una falesia, un'alba e un tramonto che durano giornate intere. Silenzi che si riempiono di parole, silenzi che sanno essere silenzi. Vi dite, convinti, che questa è la felicità. Forse in effetti lo è.
SECONDA
Lui che parla, tu che lo ascolti. Tu che parli, lui che ti ascolta. Non dite proprio le stesse cose, per fortuna, ma quasi. Comunque ascoltarvi l'un l'altra è un piacere. Al di fuori di voi pochi sanno ascoltarsi così. Sottintendete, convinti, che questa sia la felicità.
TERZA
Tu che taci, lui che tace. Lui che tace, tu che parli con qualcun altro. Tu che taci, lui che parla con qualcun altro. Voi che tacete, tutti che parlano troppo. Voi che credete ancora che il vostro sia un rifugio sicuro. Voi che pensate che, se non è felicità, almeno non è dolore.
QUARTA
Lei che tace, tu che taci. Nessuno di voi riesce a sentire. Il vuoto è ovunque e pensate che una soluzione a questo punto possa essere mettersi a correre. Correte, tenendovi per mano, senza sapere dove stiate andando e senza voler andare da una parte precisa. Quello che si vede all'esterno sono le vostre mani intrecciate e uno sguardo perso, uno sguardo acquoso, da cataratta mai curata. Anche la corsa, che a voi sembra tale, dall'esterno non lo è. Dall'esterno si vedono due vecchi seduti su una panca, sull'uscio di una casa che andrebbe abbattuta, tanto è cadente, senza traccia di alberi intorno, sperduta in un luogo che non ha mai avuto un nome e che forse non esiste. Non riuscite più né a dire né a pensare. Non esistete quasi più.
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