venerdì 7 agosto 2026

PAROLE PAROLE PAROLE

 L'antica canzone, che non mi piacque particolarmente e non suscita in me nostalgia, risuona solo per la verità che contiene. S'accoppia a vanità delle vanità, con uno sbalzo di nobiltà su cui non indugio. La morte di alcuni scatena diluvi di parole iperboliche, magniloquenti, da sotterrare un morto, ironia ovvia. Gigante, mito, genio, maestro. Al femminile si noti l'impossibilità di produrre alcuni omologhi in opportuna declinazione:/ gigantessa suonerebbe derisorio. Invecchiare instilla questo veleno in alcuni: li rende ipersensibili a tutto e insensibili ad altrettanto. Mi scervello a capire il paradosso o l'assurdità appena scritta e, per ora, non ci riesco. Parole, parole, parole.

mercoledì 5 agosto 2026

VIVERE, SOPRAVVIVERE

 Una distanza grande fra due modi di stare al mondo che la lingua distingue attraverso un prefisso. 

Vivere. Ossia essere in ogni fibra che ci compone in totale presenza. Niente escluso, tutto in noi sente ed è. Per chi vive davvero la speranza non esiste. Non esiste il futuro. C'è solo l'intenso e immenso momento presente. Non c'è spazio nemmeno per altri, nel vivere fino in fondo, perché la concentrazione richiesta è tale da escludere presenze distraenti come sempre sono, appunto, gli altri. Chi vive è solo nel vivere, e non se ne duole. 

Chi sopravvive è sempre un po' prima o un po' dopo. Ricorda, spera, ignora il presente perché hanno molta più importanza per lui il passato e, spesso, il futuro. Anche quando neghi che sia così, il sopravvivente palesa solo la sua incapacità di dire il vero su se stesso: spera di esserci ancora domani, e dopodomani e poi ancora, perché così la sua sopravvivenza ha senso e si giustifica persino. Nel grande mare dell'essere nuotano sia quelli che sopravvivono sia quelli che vivono. Li riconosci a colpo d'occhio da come stanno in acqua: galleggiando quieti o nuotando a vigorose bracciate. L'occhio degli uni non si fissa da nessuna parte, quello degli altri ha sempre chiaro un obiettivo da raggiungere, una boa, una barca, uno scoglio, la riva. 


venerdì 17 luglio 2026

STORIA CHE SI RIPETE

 La metafora della fenice felice è bella fino a un certo punto. La creatura che rinasce dalle tenebre pigolando, dopo aver vissuto un'era del mondo, e porta in sé la saggezza della vecchiaia consumata e il rinnovamento glorioso della giovinezza (infanzia) ritrovata, è senza dubbio un simbolo rigenerante per lo spirito. Essere fenice felice è un dono e un privilegio. Però nelle pieghe del simbolo si annida una spina dolorosa. Quella dell'eterno ripetersi di. Il problema è in  quel che segue  e specifica. Nel caso della mia vita finora, la spina è il ripetersi di apparizioni di persone che poi decidono di scomparire. E io capisco che l'hanno deciso, e che non sono stata io a collaborare per niente alla sparizione, solo a distanza di tempo. Nemmeno la ripetizione dell'evento (per due volte per ora) mi ha dotata del contravveleno per scongiurarne gli effetti diretti e collaterali più sgradevoli. Sia l'una sia l'altra, sì, due donne, in tempi della vita molto diversi, avevano lanciato gli stessi segnali di insofferenza che non ho saputo (voluto) cogliere. Quel parlare male di altri e altre lasciando intendere quanto io fossi invece assolutamente speciale. Quel palesare la volontà di staccarsi dal luogo per non dire che volevano semplicemente porre una distanza siderale (come una morte) proprio solo da me. E io che non ho capito subito. E io alla quale il fatto di aver capito poi ha lasciato una traccia indelebile che non riesco proprio a lasciar andare. Resta lì come un risentimento inestinguibile. Un'offesa senza rimedio. 

sabato 6 giugno 2026

INCONTRI

Facendo questo mio mestiere, gli incontri sono  continui e si accumulano nel tempo, tanto che a un certo punto i confini fra un incontro e l'altro si fanno confusi e qualche volto si sovrappone, per non dire di quel che accade con le parole dette e, si fa per dire, memorizzate. Allora vale la pena tornare all'etimologia e ricordarsi (questa volta si, con millimetrica precisione) cosa significa davvero incontrarsi. Mettersi lì, nel meraviglioso lì e in quel momento, ma mentre accade e non dopo, con un'altra persona e sentirla, parlarle, accorgersi fino in fondo della sua esistenza. L'incontro è così o non è, e il mio  antico mestiere più di ogni altro, forse, lo sa. 

Celebro allora in questo spazio l'incontro con te, tristemente allegro e allegramente triste ragazzo sensibile e generoso. So che restano nell'aria del lungo fiume, in aule troppo assolate, in bar sul corso, nostre parole scambiate e risate piene. So che resta nel cuore l'affetto mite e sincero reciprocamente provato. Soffoco la tentazione di dispiacermi per non aver obbedito alla tentazione di chiederti ultimamente notizie di te. Resta così intatta la pura bellezza del nostro incontro felice, perché pieno, intenso, vero. Ti abbraccio nel tempo e nello spazio, carissimo allievo per sempre. 

Tua professoressa per sempre.

giovedì 28 maggio 2026

LA CORDA PAZZA

Dalla tellurica e saturnina terra di Pirandello e di Sciascia, io sento pur sempre risuonare in particolare la corda pazza d'una cetra che deve essere rimasta incastrata nei rami d'un citrus, magari quello delle Lumìe di Sicilia. La cetra oscilla e, come nelle migliori tradizioni, canta storie mute, alle quali qualcuno deve pure dare una voce. 

Voglio dire una cosa che, mi rendo conto, non ha niente a che vedere con il luogo in cui ci troviamo [NdA: l'aula magna di un liceo del Regno, in cui si sta svolgendo l'ultimo collegio docenti dell'anno]. La cosa che voglio dire è quindi del tutto fuori luogo, ma non ho intenzione di scusarmene, tanto meno preventivamente. La cosa che voglio dire, inoltre, poi la smetto con i preamboli, è anche un desiderio tutto mio, un desiderio segreto, non fosse che adesso sto per spiattellarlo davanti a un centinaio di persone. 
Bene, dopo aver creato questa aspettativa, eccolo, il mio desiderio segreto: desidero tanto, desidero sempre più, desidero ora quasi disperatamente, insegnare. Avete già capito, immagino, perché ho esordito dicendo che avrei detto qualcosa di fuori luogo, qui e ora. Perché a rendere il mio desiderio un vero desiderio, con quel quid di disperato che gli si addice così tanto per renderlo vitale (non è un paradosso), inesauribile, incontentabile, è proprio il fatto di manifestarsi in un posto come la scuola. Insegnare. Insegnare. Ha un gusto questa parola, un gusto e un retrogusto. Te la puoi girare nella bocca (eccolo Pirandello) e sentirlo fino in fondo. Lascia il segno e anche il sentore di sé quando il segno sembra sparito. Insegnare è imprimere segni,  ed è quello che io desidero con tutta me stessa continuare a fare. Ma, badate, non si tratta di segni sulla carta, di piccole ossessioni compilatorie, quand'anche mediate dai tasti del computer, sono i segni nell'anima, nello spirito, nella mente di quelli che, ancora e pur sempre, chiamiamo studenti. Sì loro sono ancora lì, anzi qui e ora, mentre io vedo sbiadire, come fosse un ologramma che patisce interferenze, scariche elettriche nell'aria, gli insegnanti. Le scariche elettriche li assediano (non solo da oggi mi sussurrano i capelli grigi - ascoltateli, sono saggi) e prendono nomi fantasiosi (si fa per dire): si chiamano progetti, adesso ancor più precisamente coprogetti (io raddoppierei il co, trasformandoli in cocoprogetti, che riesco così  a immaginarmi con tanto di coda bianca e  paillettes... che carini). E poi le scariche elettriche vengono dagli enti esterni, che di nuovo non posso esimermi dall'immaginare come ectoplasmi filiformi, aracnidi che piovono dal cielo senza astronavi. E che dire delle formazioni, che calano di qua e di là, fra obblighi e necessità (come distinguere ormai?), e che alla fine di ore che son parse mesi possono riassumersi in poche righe di parole già note? 
Torno al punto di partenza. Desidero con tutta me stessa insegnare. Nel senso originario del termine e in quello che in svariati decenni non ho mai smesso di modificare in base al tempo, alle persone, alle relazioni. Un'operazione intrinsecamente connessa con l'insegnamento e che comprende una formazione, progettazione, coprogettazione e cocoprogettazione continue. Ecco. No. Se qualcuno ha la malizia di pensarlo lo blocco subito: non mi sto contraddicendo. Non attribuisco validità a quello che poco fa ho tentato di denigrare. Il fatto è che io non sono un ologramma. Non patisco interferenze. Tutte le attività scorporate, che sono entrate a far parte negli anni del circo Barnum in cui si è trasformata la scuola, l'insegnante le contiene in sé. Uno che insegna sogna. Uno che insegna crea. Uno che insegna fa in sé e fuori di sé una quantità di cose che certo a volte non si vedono subito ma sempre lasciano un segno. Ed è quello che io voglio continuare a fare senza intralci. Senza le interferenze esterne che, certo, posso pur sempre fingere non ci siano, ma che almeno oggi e almeno per una volta voglio dire che mi fanno proprio orrore. E che penso meriterebbero da parte nostra un atto di coraggio, di quelli che in altre culture si manifestano dandosi fuoco in mezzo a una piazza. Ecco: immaginate che io, oggi, col mio discorso fuori luogo, abbia proprio preso fuoco davanti a voi: e dalla fiamma sia rinata una fenice che desidera solo poter insegnare

IN MEMORIAM

E' il mio cuore il paese più straziato, canta il poeta, ed è vero che chi continua a vivere contiene in sé le morti di quelli che ha conosciuto. Però contiene anche le loro vite, a ben pensarci, le loro vite insieme a sé, il non ancora morto, che quindi ha una responsabilità in più, quella di coltivare queste pianticelle che sono state piantate un giorno insieme e che sono diventate nel tempo qualcosa d'altro e differente sia dall'uno sia dall'altro che le ha volute. Pianticelle. La solita manìa botanica. Però la metafora non sbiadisce, ma acquista sempre più senso nel tempo. La parentela tra la pianticella e la pianta che cresce la coglie l'occhio esperto,  non l'occhio qualsiasi o, peggio ancora, quello distratto. Ma sarebbe meglio dire che più ancora di una questione di occhi, è una questione di sentimento. Anzi. Di memoria del sentimento. Ed ecco che si mettono insieme due cose impossibili da conciliare, due cose non lontane ma separate una volta per tutte, come le famose rette impossibilitate a incontrarsi. A volte il sentimento continua a crescere nella memoria, anzi, diventa tutt'altro da quello che era (la memoria non svolge bene la sua funzione) e uno si ritrova a struggersi per qualcuno che aveva mitemente apprezzato o addirittura a malapena considerato, ma non certo così profondamente, caldamente, sentitamente, squisitamente voluto bene. Viceversa può accadere che un sentimento potente e cocente si attenui e scolori (è di nuovo la memoria a fallare), al punto da rendere quasi impossibile rievocare certe intensità, certi scuotimenti dei nervi dell'anima, che si può persino immaginare di non aver provato mai, tanto, a un certo punto, li si sente estranei alle proprie fibre, addirittura innaturali per sé. 

Che grande guazzabuglio, diceva un altro poeta anche prima di quello inizialmente evocato, è il cuore umano. Se la gioca col magazzino d'un rigattiere eccentrico, uno che starebbe benissimo tra i crateri della luna dove Ariosto s'immagina si stipino le cose perdute: nel cuore umano stanno le contraddizioni impossibili, le varietà improbabili, le associazioni inedite e persino quelle spregevoli. Dunque scrivere in memoriam è un cimento. Una prova di coraggio. Bisogna compierla con indulgenza e affetto nei confronti propri e di chi si vuole ricordare. Ricordo qui, qui e non altrove, qui in questo momento, la tua risata colorata di viola e porpora. M'immagino accompagni ogni tentativo riuscito di fare le cose seriamente senza prendersi sul serio. Come sapevi fare, almeno fino a un certo punto, nella tua vita. Ricordo e conservo questa risata e te la mando intatta e ruscellante: ave atque vale, amice.

domenica 3 maggio 2026

ARRABBIATI

 Je suis enragé. Come il prete rosso che, nella rivoluzione francese, venne preso di mira da destra, da sinistra, dal centro. Eppure aveva il seguito della parte più bassa, quella che ancora si può definire popolo senza  troppi soprassalti da parte degli storici di professione. Quella che non ha da mangiare benché lavori, magari più di tanti altri. 

Mi sembra la miglior semplificazione del concetto che coglie il cuore dell'ingiustizia sociale: mentre alcuni nuotano nell'oro, il popolo lavoratore muore di fame. Jean Roux gli ha dato  una voce arrabbiata, inferocita, esasperata. E sappiamo come sia andata a finire. 
Penso ci voglia una versione aggiornata di Jean Roux. Potrebbe  anche chiamarsi Jeanne Roux. L'importante è che sia adeguatamente enragée. E che sappia tradurre la rabbia in parole precise, in un breve, eloquente programma. Un programma esasperato e preciso che tocchi tutti i tasti che devono essere toccati. Lavoro, scuola, sanità, distribuzione della ricchezza, potere. Di più e di meglio, più equo e più saggio: saper cosa fare e come, questo il senso. 
Svegliati, Jeanne, altrimenti siamo perduti.

venerdì 27 marzo 2026

DA PLANCTON

2019, sette anni fa, come fosse oggi o come fosse mai. Il bello di tenere dei blog scolastici. Una prima lezione in prima: mi dissero, alla fine dei cinque anni, di essere rimasti un po' terrorizzati.

Il titolo  Plancton, assegnato al blog e a questa lezione introduttiva, va spiegato. Non insegno scienze, e il plancton non rientra fra le mie competenze disciplinari. Eppure da lui voglio cominciare. Intanto per il significato del nome. In greco antico significa vagabondo, quello che se ne va di qua e di là, che non ha fissa dimora, che si muove costantemente e, per questo motivo, si può dire che sia da ogni parte.  Plancton è anche una parola musicale, ci si può immaginare di intonarla, o meglio, si può immaginare che sia il suono prodotto da un organismo marino, non udibile allo stesso modo da tutti, alle soglie degli ultrasuoni magari, come il richiamo delle balene o dei delfini. Allora, ho scelto di intitolare questo blog di classe plancton in primo luogo per il significato originario di questa parola e poi per il suo suono. Un contenuto e una forma ovvero, in un certo senso, un dentro e un fuori. Ma non basta. La spiegazione non si ferma qui.  Il plancton, mi soffermo ancora su quello che è in natura, rappresenta, nella sua forma di fitoplancton,  l'anello di base della catena alimentare marina, nonché un organismo dotato di straordinaria flessibilità e capacità di adattamento all'ambiente. Se non fosse per lui, dicono i biologi marini e non solo loro, noi non esisteremmo. Oppure, per dire una cosa che c'entra tanto con la nostra attualità, smetteremmo di esistere. 
Dovremmo tenercelo caro, il plancton, dovremmo essergli riconoscenti. Lui  è il respiro del mare ed è la nostra salvezza. 
Dunque il plancton vagabondo del mare è un agglomerato di metafore delle quali adesso mi servirò per dare inizio a questo anno scolastico e per indicare alcune vie che intendo percorrere. 
La prima metafora è connessa con il vagabondaggio. I vagabondi non godevano di buona fama nella maggior parte dei contesti civilizzati a noi noti: le società organizzate vedevano e vedono  con preoccupazione chi non si assoggetta alle loro regole, prima fra tutte quella di avere una dimora fissa. Il vagabondo è il primo sospettato in caso di azioni delittuose, ove si tratti di identificare un reo additabile alla folla.  In secoli nemmeno tanto lontani i vagabondi venivano internati a prescindere dal loro comportamento perché erano temuti  e la società organizzata sentiva il dovere di difendersi da loro. Viceversa il vagabondaggio è stato esaltato, come una specie di funzione dello spirito positiva, a partire dal periodo romantico. Nel 1800, molti artisti hanno esaltato il vagabondaggio, inteso come irrequieto   spingersi fuori dai confini stabiliti, come insofferenza verso le norme stabilite, il vivere come tutti gli altri, i bravi borghesi che gli artisti rappresentano come i loro opposti. 
Primo significato metaforico utile come indicazione di percorso scolastico: il plancton-vagabondo ci ispira nel senso di spingerci a un movimento continuo, a una continua ricerca, anima un desiderio che vi auguro non si estingua mai per tutto il corso della vostra vita.  Si tratta di vagabondaggio di là dallo spazio e dal tempo,  in un numero di direzioni che senza iperbole dico essere infinito. La prima via che vi indico, grazie al contributo metaforico di cui sto parlando, è una via che ha un inizio ma non finisce mai. La via delle domande vere, potremmo definirla, delle domande alle quali non si sa rispondere, ma sulle quali si indugia, ci si sofferma. Domande che non ci stancano ma ci sollecitano, ci spronano, ci divertono, nel senso che ci distraggono da noi, ci portano in una direzione differente, ci suggeriscono sguardi differenti. 
La seconda metafora si racchiude nel respiro del mare. In tanti nel corso del tempo, percorrendo le vie dell'immaginazione, dell'arte e del pensiero, o semplicemente sognando, hanno avuto l'intuizione di un'origine legata al mare e dell'invadente presenza di questo elemento, imprescindibile per la vita. Se il mare smette di respirare, se il plancton scompare, scompariamo anche noi, con tutte le nostre idee e immaginazioni e sogni.  
Due significati metaforici possono bastare. Indicano già due percorsi, anzi, due strade maestre che possiamo prometterci di seguire quest'anno, per cominciare. Movimento e respiro dell'esistenza. Al primo associamo tutte le nostre curiosità di studiosi, che non possono certo accontentarsi di imparare a memoria ma vogliono compiere il passo successivo dell'apprendimento, l'utilizzo critico, l'applicazione ai casi reali, la trasposizione, l'associazione, il riconoscimento di analogie, la percezione delle differenze. Al secondo la necessità di vivere felicemente, respirando e sentendo quello che si desidera e si vuole senza forzature ma seguendo un itinerario che è la natura stessa a suggerire, se sappiamo ascoltarla. 
Ora lascio da parte il plancton,  che eleggiamo nostra guida e creatura totemica, se volete, e passo  a raccontarvi di una persona per me molto importante. Rappresenta una specie di mio alter ego.  Parlerò di lui perché sono convinta che la sua memoria possa essere augurale  per questo anno avventuroso e intenso che spero di trascorrere. 
E' un insegnante di circa cinquant'anni. Insegna da quando si è laureato, quasi trent'anni fa, non per vocazione bensì per caso, e ha profuso tempo e passione per mantenersi all'altezza di questo delicato compito che la sorte ha deciso per lui. Rispetta gli studenti come suoi pari, coltiva nella sua interiorità un'anima anarchica, che non sopporta il potere, eppure è capace di  far rispettare quello che è fondamentale rispettare. Se stessi, gli altri e la libertà. Questo insegnante, che chiameremo Guido Coppi, persegue da tempo un progetto: quello di rendere i propri studenti autodidatti. Crede infatti che la vera libertà consista in questo: poter seguire i segnali del desiderio, i richiami del desiderio, che intanto bisogna imparare a sentire. Badate, non ascoltare, ma sentire,  riuscire a leggere nel proprio intimo. Guido Coppi inizia l'anno scolastico di solito così. Chiede ai nuovi studenti di chiudere gli occhi e di dimenticare l'ambiente circostante. Chiede di realizzare per qualche attimo l'incontro profondo con se stessi. Tutti si devono domandare: perché sono qui? Guido pensa che questa sia una domanda vera, una domanda domanda, la prima dalla quale vale la pena iniziare. Perché sono qui? Perché siamo qui? Ripetiamocelo e proviamo a rispondere, dice Guido Coppi ai suoi studenti. Poi spiega loro cosa significhi la parola autodidatta. L'autodidatta è uno che impara da solo. Sembra una contraddizione con la scuola, spiega  Guido. La scuola è il posto in cui il didatta è l'insegnante e gli allievi imparano da lui. Com'è possibile, quindi insegnare a scuola qualcosa che è in contrasto con il senso della scuola? Guido ha pensato molto e sa rispondere a questa domanda, difficile perché rileva una contraddizione. Si tratta di una contraddizione apparente, dato che invece anche gli antichi ci hanno tramandato proprio questo. Il vero maestro insegna a diventare maestri di se stessi. Nella Divina commedia, racconta Guido, a un certo punto Dante, che è l'autore e il personaggio principale di quest'opera, si fa incoronare maestro di se stesso proprio da colui che è stato fino a quel momento suo maestro, il poeta Virgilio, vissuto 1200 anni prima di lui e incontrato nell'aldilà che lui si è immaginato per scrivere questo poema straordinario. Ecco l'obiettivo del maestro, dice Guido ai suoi allievi, ecco il mio obiettivo: rendervi maestri di voi stessi, fare in modo che non abbiate più bisogno di me. Ma lei sta anticipando il finale, dicono gli studenti a Guido, quando lui arriva a questo punto del suo discorso. Guido se lo aspetta e replica sorridendo: questo non è un finale, ma l'inizio della storia vera, quella che vale la pena vivere come protagonisti, senza nutrire il dubbio di essere il prodotto di una finzione, di star rappresentando una parte su un palcoscenico mal illuminato dove un suggeritore matto dà sempre la battuta sbagliata. Vi insegnerò per quanto possibile a essere voi stessi, a diventare padroni della vostra vita, a non avere paura di desiderare e di realizzare i desideri. La scuola, aggiunge Guido, per quanto vi possano contraddire i sensi, non ha pareti né tetto, non conosce separazioni e confini, è un luogo dello spirito dove si può sentire la vertigine dell'infinito, del pensiero che si cimenta con memorie antichissime e prefigurazioni del futuro e dove la curiosità non smette mai di essere stimolata. 
E ora, conclude Guido, è il momento di condividere con voi alcuni sogni, che sono anche desideri.  Vorrei che tutti noi iniziassimo a praticare la profondità, quella che impone di essere integralmente presenti nel qui e ora; vorrei che noi adulti sapessimo insegnarvi ad ascoltare la voce del desiderio di apprendere, ad amare il complicato e esaltante processo al quale tutti partecipiamo: la vostra crescita, la scoperta dei meccanismi che collegano le cose tra loro e noi al mondo e tutti noi gli uni con gli altri. Vorrei che noi adulti fossimo i primi a  stornare l’attenzione dai risultati, dai voti, dalle certificazioni,  che non possono essere l’esclusivo motivo della vostra  applicazione, ma uno dei tanti e di sicuro non  il più importante. 
Vorrei che tutti noi ritrovassimo l’atavico istinto che potrebbe portarci a uscire dall’addomesticamento e a recuperare uno spirito che è esistito e alcuni hanno ancora in se stessi: un istinto rivoluzionario, nonché trasgressivo. Alludo alla trasgressione che è insita nella poesia, nella letteratura, quella che sposta lo sguardo, fa assumere continuamente nuove prospettive, riesce a creare nuove forme, porta fuori dai propri angusti confini, fa sperimentare la libertà, accende gli sguardi, riempie i cuori, non addormenta gli spiriti, rende le aule luoghi aperti al mondo, nel passato, nel presente e nel futuro.

Auguro a tutti noi di trascorrere un anno all'insegna della trasgressione vera. Quella che è frutto dell'esercizio del pensiero critico, della volontà di non concedersi tregua nella ricerca di confini da superare, di ostacoli da abbattere. Non in nome del successo o di una più o meno effimera notorietà, ma di una gioia di vivere e di essere che dovremmo imparare (tutti noi, insieme) a esprimere e diffondere in ogni luogo in cui ci troviamo.  

mercoledì 7 gennaio 2026

AZIONATI DAL CAMPANELLO

Scandisce la giornata. La inchioda a una croce a otto chiodi che occasionalmente diventano anche dieci. Coi campanelli decidono  quando dobbiamo onorare col silenzio delle morti. Drin, zitto e prega. Drin, zitto e pensa. Drin smetti di pregare. Drin smetti di pensare. Odio il campanello e l'ho odiato in modo particolare ieri quando ha interrotto un ascolto che mi stava interessando molto. L'ho odiato perché ho visto come agisce su alcuni di noi (non tutti) come se fossimo degli automi senz'anima. Drin si esce. Liberi tutti. Azionati da un campanello. Non mi piace. Non voglio. Non mi va di essere obbediente in questo modo. Forse non mi va di essere obbediente, e costi quel che costi. Però glielo volevo dire che ho capito la sua reazione e so bene che non potrei mai dichiararlo di fronte a tutti, e non c'è bisogno di spiegare perché. Così gliel'ho scritto e le chiedo di leggerlo, se vuole,  senza dire chi gliel'abbia mandato. Conosco il modo di silenziare i campanelli, e l'ho scoperto proprio questa mattina. Non voglio però rivelare come si faccia: ognuno deve trovare la sua maniera. Anche questo, costi quel che costi. Grazie se leggerà ma anche se non lo farà. 

lunedì 29 dicembre 2025

E ALLORA...L'ALTRA VITA

L'altra vita com'è? Anzi. L'altra vita com'è stata? 
Il cambiamento di tempo è necessario per mettere subito le carte in tavola: sei anni dall'ultimo post, poco meno di tre lustri dal primo. E nell'intervallo dell'altra vita un altro blog, figlio naturale di questo, è nato e vive ancora. Accanto a lui, ma senza parentele dirette, altri blog continuano a accompagnare l'attività che non ho abbandonato, per quanto Isotta Fraschini sia morta e mai risorta, cenere muta ancora in sospensione sulle onde della memoria. 
L'altra vita c'è stata e non è di lei che intenderò parlare. Alla porta che si chiude non bisogna tornare. Occorre invece voltare le spalle e seguire il sentiero che conduce a un nuovo ingresso, al portone che si spalanca su un territorio ben più vasto, più aperto e inesauribile di una costruzione finita una volta per tutte. Il portone che apro con questa nuova serie di pubblicazioni è l'accesso a un mondo intero, a una serie di mondi infinita, al nuovo tempo e alla vita nuova e rinnovata. 
Buona vita a te, felix phoenix.

domenica 10 febbraio 2019

A CHIUNQUE INTERESSI... "A UN'ALTRA VITA, FRATELLO"

A chiunque interessi, questo blog cessa le sue pubblicazioni per reincarnarsi in altro blog. 
D'altronde, Isotta Fraschini è morta, meravigliosa novantaseienne, nell'isola che in qualche modo l'aveva partorita. Sono andata in laico pellegrinaggio a Stromboli qualche giorno fa, per recare omaggio alle nostre conversazioni di qualche anno or sono, e ho raccolto in un'urna le ultime tracce di me rimaste sotto il vulcano, per collocarle sulla sua tomba. 
Grazie, amica di un lontano  tramonto, non dimenticherò mai le tue lezioni di vita.  



A futura memoria, lascio qui due doni. Una striscia di Bill Watterson che riassume ottimamente le ragioni per cui abbandonerei non solo il blog ma la scuola per reincarnarmi anch'io.

Risultati immagini per CALVIN E HOBBES MOLECOLA D'ACQUA

...e  una classica fotografia-non fotografia, che mi ritrae come non sono mai stata. In fondo, una sintesi di questo blog e del motivo che l'ha ispirato.


A un'altra vita, fratello. 

mercoledì 6 febbraio 2019

ISOTTA FRASCHINI, IDEALISTA DELL'INSEGNAMENTO

Ho conosciuto Isotta Fraschini su una spiaggia di Stromboli. Il mare ci stava regalando, mentre eravamo sedute accanto sulla  sabbia scura di Ficogrande,  uno di quei tramonti che inducono alla confidenza, anche se non ci si è mai visti e mai più ci si rivedrà. Io ero giovane e entusiasta, appena diventata madre e appena incaricata di insegnare, già di ruolo, in un triennio di liceo scientifico. Ricordo precisamente: ero innamorata di tutti i miei allievi. Ero innamorata della possibilità che mi veniva data,  di indicare loro cosa ci fosse di infinitamente interessante, bello, prezioso, nello studio delle lettere italiane e latine. Sentivo, già allora, che lo studio rende liberi, ci credevo e desideravo condividere con altri questa pienezza.  Ricordo che parlavo del mio futuro anno scolastico con questi allievi, quasi con lo stesso entusiasmo e scintillio nello sguardo con cui guardavo all'infanzia del mio bambino. Una vicenda unica e irripetibile che era capitata proprio a me e di cui, miscredente già allora, non avrei saputo chi ringraziare, pur avendo il cuore traboccante di riconoscenza. 
Ma è di lei che voglio parlare, della gentile, apparentemente fragile e anziana Isotta. Una donna bellissima, con liquidi occhi azzurri e una rete fine di rughe sulla pelle chiara, capelli bianchi elegantemente raccolti a formare uno chignon, dal quale sfuggivano poche ciocche, che il vento disponeva leggiadramente intorno al suo viso. Un corpo esile e asciutto, che lei rivelava solo in silhouette, indossando un ampio caffetano bianco. Ricordo con particolare nettezza la sua voce: non troppo risonante nel timbro, caratteristica che permette di individuare  gli insegnanti in qualunque luogo si trovino, ma delicato, sommesso, eppure incisivo e in grado di raggiungere l'anima. La mia di sicuro. Ci eravamo solo incrociate, fino a quel giorno, in alcune occasioni, passando per le strette strade dell'isola. La sua figura graziosa mi aveva già colpita, per quanto io fossi di solito assorbita dalla cura del piccolo treenne perennemente inquieto. Era la prima volta, però, che ci trovavamo sedute quasi vicine, intente a guardare entrambe il flusso e riflusso del mare un po' agitato, che formava a riva una turbolenza oscura, in contrasto con la luce diffusa del tramonto. Fu lei a iniziare a parlare e, complice quell'intimità immotivata, se non dall'ora e dal luogo, prese a raccontare la sua vita da insegnante, senza preamboli, come se io fossi lì per ascoltare proprio quel racconto, proprio in quell'ora e proprio dalle sue labbra.
Isotta era stata un'insegnante appassionata. Non aveva scelto quel mestiere, ma le era capitato di farlo, eppure questa specie di casualità forzosa, non le aveva impedito, o addirittura aveva in qualche modo favorito, l'esserne conquistata. Diceva di ricordare ancora i nomi di molti suoi allievi, di riuscire a sentirne con chiarezza le voci, che cosa avessero detto in certe circostanze. Evocava con dolcezza, ma senza commozione, i loro capi chini sui fogli, intenti a prendere appunti o a rispondere alle domande dei suoi compiti, a comporre svolgimenti su argomenti suggeriti da lei. Isotta evocava una sorta di idillio permanente, una comunione di intelletti e di anime che si incontrano e desiderano insieme riconoscere e costruire bellezza. Ascoltavo estasiata la sua descrizione di un mondo nel quale io ero da poco entrata e che già percepivo esattamente come descriveva lei: un mondo che è volontà e rappresentazione, in cui  entrambe sono detenute da chi è incaricato di guidare ma egualmente entrambe sono riconosciute come forze attive da chi ha deciso di essere guidato.
Chissà, penso ora, che io non mi sia inventata, in quell'ora e in quel luogo, Isotta Fraschini, idealista dell'insegnamento, per dare corpo e voce a un desiderio che mi sembrava troppo sopportare da sola. I desideri possono essere invadenti e diventare morbosi, sostituirci nella presenza sulla faccia della terra. A meno che non li si condivida con qualcuno. Isotta Fraschini, che chissà se è mai esistita sul serio, è stata per anni un mio alter ego silenzioso e efficiente: è stata lei a trascorrere parti delle notti a mettere a punto lezioni, immaginandosi con quale attenzione e interesse occhi pieni d'intelligenza avrebbero incoraggiato anche le lezioni più lunghe, mani si sarebbero alzate per contribuire con domande stimolanti, talora anche provocatorie, l'approfondimento o l'estensione di campi d'indagine. Ogni tanto era lei a suggerirmi efficaci metodi per riprendere contatto con allievi che si perdevano o resistevano all'insegnamento, manifestando insofferenza o, peggio ancora, indifferenza. Insomma Isotta è stata a lungo il mio Virgilio personale, la mia ombra fedele, la mia amica meravigliosa.
Da qualche anno, però, Isotta non agisce più nel mio spirito con l'efficacia dei primi tempi. Sento che sto per rimanere sola con il mio desiderio diventato morboso perché inappagato. Non incontro più sguardi che lo accendano e ho la netta percezione che nessuno abbia bisogno di me in un mondo in cui  regnano sovrani l'isolamento e la dimenticanza. Forse Isotta ha subito per prima le conseguenze di questo vuoto e ne è morta.
Rimango io, in me mal viva, e morta in lei ch'è morta.
Nota dell'Autore: Isotta Fraschini, per chi desiderasse indagare, è stata una casa automobilistica italiana. A Stromboli, vista l'angustia delle vie, percorse quasi solo da api piaggio, le isotta fraschini, quand'anche redivive, non potrebbero passare. Ciò non toglie che io abbia incontrato sul serio un'anziana signora sulla spiaggia di Ficogrande con questo magnifico nome parzialmente wagneriano. Che poi ella fosse reale, questa è un'altra storia, che per ora non intendo approfondire. 


venerdì 1 febbraio 2019

MORAVAGINE - BLAISE CENDRARS

Dall'edizione Adelphi
Blaise Cendrars è stato definito «il grande avventuriero della letteratura moderna». Da quando scappò di casa, a sedici anni, «la sua vita non ha fatto che cambiare rapinosamente scenari». E molteplici, e rapinosi, sono anche gli scenari che attraversiamo in questo romanzo, una boîte à surprises dalla quale vengono fuori, a ogni pagina, orrori e magnificenze. A farci da guida è un doppio dell'autore, che non per caso porta il nome di un anarchico ghigliottinato nel 1913, Raymond la Science. E un doppio diabolico e allucinato dell’autore è lo stesso Moravagine, ultimo discendente di una famiglia reale, che Raymond aiuta a fuggire da una clinica per alienati e in compagnia del quale vivrà le peripezie più mirabolanti: saranno terroristi nella Russia zarista del 1905, prigionieri degli indios blu sulle sponde dell'Orinoco, volontari nel corso della prima guerra mondiale... Moravagine è la «grande belva umana», «amorale», «fuorilegge», un essere che incarna la follia e il male, che uccide «spesso per puro divertimento», di preferenza giovani donne, e teorizza che «tutto quanto è solo disordine» e che chi ha paura del disordine ha paura della vita stessa: la quale non è altro che «delitto, furto, gelosia, fame, menzogna, sborra, stupidità, malattie, eruzioni vulcaniche, terremoti, mucchi di cadaveri», e che non esiste verità, ma solo l'azione, «l'azione effimera», «l'azione antagonista». Tra digressioni fascinose, anse maestose, deviazioni fulminee, veniamo irresistibilmente trascinati da una scrittura che, come rilevò la critica del tempo, possiede una «prodigiosa potenza pittorica, un misto di crudeltà, sensualità e lirismo» – uno stile la cui sfrenata libertà continua a vibrare. 

lunedì 28 gennaio 2019

ESISTI SOLO SE

Davvero esisti solo se ti rappresenti? 
Davvero hai bisogno di esibirti sul palcoscenico per dimostrare di essere vero?
Solo così ritrovi la tua essenza?
Ma perché, ma perché, ma perché questo morbo si è così diffuso, le vostre facce non sono facce ma maschere, PERSONE, o forse fantasmi che si aggirano, si confondono e non si fondono, come sarebbe desiderabile in un sogno aurorale (pan, dio dei boschi, dioniso, confusione cosmica, ebbrezza, piacere originario, forze telluriche).
Non voglio provare a guardarvi davvero.
Ho paura, troppa paura.
Che dietro alle vostre fotografie compulsive, alle vostre frasi stereotipate, al saccheggio dell'arte, della natura,  di tutto quello che ho amato, che amo, non ci sia che la replica infinita di un vuoto assoluto, al quale sarebbe possibile, sì sarebbe possibile, sostituire qualcosa di puro, essenziale, profondo. 
Un silenzio illimitato, nel quale finalmente riappaiano i confini, non più indistinti, ma precisi, e si riescano a udire i passi originari, di un dio appassionato e imperfetto, un dio che desidera e sogna le sue creature ed è anche disposto a farsi ripudiare da loro, a farsi odiare, a farsi uccidere per non risorgere, no, non risorgere, ma sprofondare perché loro possano da questa sua fine ingloriosa ricavare le lacrime e il sangue con cui s'impasta la vita e si ottiene l'amore. 

mercoledì 23 gennaio 2019

TRENI DELLA MEMORIA E BARCONI DELL'ATTENZIONE


Quella del treno della memoria è un'iniziativa che esiste da quindici anni. Sul sito si legge:
  L’idea del Treno della Memoria nasce nel 2004 e prende vita dalla fortissima  necessità di ragionare su una vera risposta sociale e civile da dare alle guerre e ai conflitti attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva e la costruzione di un comune sentire di cittadinanza europea.
L'interrogativo  che mi pongo ora è questo. Come riuscire a rendere, oltre che non smemorati, anche consapevoli nel proprio tempo giovani e adulti del nostro presente? Bisognerebbe organizzare i barconi della memoria, o meglio, dell'attenzione al presente, che è la forma di cittadinanza attiva (come si suole denominarla soprattutto nel contesto scolastico) più efficace e potenzialmente fattiva, in grado di tradursi in azione. Un'altra domanda mi pongo. Quanti bavagli si sono accumulati in questi anni sulle nostre bocche, se riusciamo ad assistere senza reazioni di massa al quotidiano massacro di esseri umani che affogano nel mar Mediterraneo, agli smistamenti sommari di persone ospitate  nei Cara, mentre uomini di potere si dichiarano soddisfatti e il capo della cristianità, che controlla a sua volta uno stato potente, ricco e dotato di una diplomazia, non fa nulla oltre a parlare? Stiamo aspettando che i morti salgano alla fatale cifra di sei milioni per garantirci che i posteri si pongano nei nostri riguardi l'altra  famigerata domanda: "e voi dove eravate quando..."?








venerdì 18 gennaio 2019

QUESTA NON È SOLO UNA POESIA D’AMORE

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi  e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo”.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?”.
“Mi piacerebbe riuscire a cercarti .
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano”.
E pensiamoci. E ricordami. E ricordati che ti penso, che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.  
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso ma non ti cerco”. (C. Bukowski)
Non è solo all'amore che mi fa pensare questa poesia, ma all'impotenza, all'inettitudine, alla pigrizia, all'autocompiacimento. A chi non prende iniziative e si arrende. Sì, meglio pensare, anche a lungo, ma poi mettersi a  cercare. 

lunedì 10 dicembre 2018

TRISTEZZA

Scenderemo nel gorgo muti, ha scritto Pavese in una sua, per me memorabile, poesia. 
Nel gorgo stiamo scendendo, è vero, ma ci manca il mutismo, sostituito da parole che non significano nulla e che forse per questo vengono urlate, fatte risuonare, echeggiare, trionfalmente (sembra) rimbombare in piazze e da palchi. Da uomini (si fa per dire) che indossano divise e si gonfiano, si gonfiano, maiali nutriti a estrogeni, capponi e oche col fegato ingrossato e avvelenato. 
Che nostalgia del rumore bianco, della scritta alla fine delle trasmissioni e di quel vero mutismo, fratello della sordità, trasmessi attraverso l'etere, loro  sì veramente risonanti. Li ricordano gli insonni, i nottambuli, quelli che (allora) avrebbero desiderato  essere intrattenuti in qualche modo, anche di notte, da una voce intelligente. 
Ma la voce intelligente latita, non si fa sentire, e quando osa pronunciare qualche parola viene fraintesa, sbeffeggiata, messa da parte. Cosa si potrebbe farle dire che fosse non solo ascoltato ma messo in atto? In quale colore scrivere la sua verità, consumata ormai tutta la gamma delle sfumature a disposizione della tavolozza  per dipingere spettacoli immondi, ripetitivi, sfavillanti e ben visibili. 
Anche il sacro hanno contaminato con le loro parole da cui stilla il grasso della cotica. E il sacro si è rovesciato nella propria parodia, che non è il profano, ma il grottesco. Dove, dove trovare riparo?

lunedì 3 dicembre 2018

DOMENICA 9 DICEMBRE - APPUNTAMENTO

MASSIMO 3 

DOMENICA 9 DICEMBREh. 20.30 Still Recording di S. Al Batal/G. Ayoub (Siria/Lib 2018, 116’, v.o. sott.it.)